martedì 1 dicembre 2015

Rinnovarsi per rinnovare

Rinnovarsi per rinnovare


Paul Klee (1879-1940) Angelus Novus


Dal Libro dell’Apocalisse (Ap 21,1,5)
Allora io vidi  un nuovo cielo e una nuova terra -ll primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non c’era più- e vidi venire dal cielo, da parte di Dio, la santa città, la nuova Gerusalemme, ornata come una sposa pronta per andare incontro allo sposo. Una voce forte che veniva dal trono  esclamò: “Ecco l’abitazione di Dio fra gli uomini; essi saranno suo popolo ed egli sarà «Dio con loro». Dio asciugherà ogni lacrima dei loro occhi. La morte non ci sarà più né lutto né pianto né dolore. Il mondo di prima è scomparso per sempre”. Allora Dio dal suo trono disse: “Ora faccio nuova ogni cosa”. Poi mi disse “Scrivi, perché ciò che dico è vero e degno di essere creduto”.
[ Da: Parola del Signore - Il Nuovo Testamento -  traduzione interconfessionale dal testo greco in lingua corrente - Elle Di Ci  / ABU - 1976]

  Divenni adulto nella fede quando, in famiglia, mi spiegarono i molti sensi del brano biblico che ho sopra trascritto.
 Il rinnovamento costante è parte costitutiva e fondamentale dell’impegno di fede. Nelle nostre collettività di fede lo si è sempre saputo. E’ una verità che si riscoprì nel Cinquecento e che da allora è sempre presente nella riflessione religiosa. I processi di rinnovamento divennero sempre più veloci, in religione, a partire dalla fine del Settecento, in modo corrispondente a tanti altri cambiamenti sociali che andavano allora producendosi in Europa, che allora era  in tutto il centro della  nostra esperienza di fede, culturale e organizzativo. Da allora i capi della nostra confessione assunsero però, sempre più marcatamente, atteggiamenti conservatori e, producendosi in società i cambiamenti che erano maturati, francamente reazionari. Questo, in particolare, riguardo ai tre temi che caratterizzavano quello che chiamerei  il Nuovo mondo, e che è appunto quello in cui stiamo vivendo: la democrazia di popolo, la questione femminile, la giustizia sociale. Ad essi, in Italia, si aggiunse la questione nazionale. Non dobbiamo dimenticarci, infatti, che la nostra unità nazionale fu costruita contro  il volere dei nostri capi religiosi, anche se non contro la volontà dell’intera nostra gente di fede, che anzi vi collaborò attivamente in molte sue componenti.
  E, insomma, la parola riforma cominciò ad essere considerata sconveniente nelle nostre collettività di fede, soprattutto se in bocca a laici e al clero di base. La riscoprirono i saggi del Concilio:

[dal decreto  Unitatis Redintegratio (=Il ristabilimento dell’unità), del Concilio Vaticano 2° - 1962-1965]

La riforma della Chiesa

6. Siccome ogni rinnovamento della Chiesa consiste essenzialmente in una fedeltà più grande alla sua vocazione, esso è senza dubbio la ragione del movimento verso l'unità. La Chiesa peregrinante è chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione umana e terrena, ha sempre bisogno. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che nella disciplina ecclesiastica ed anche nel modo di enunziare la dottrina - che bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede - sono state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze,  siano opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine.
  Questo rinnovamento ha quindi una importanza ecumenica singolare. I vari modi poi attraverso i quali tale rinnovazione della vita della Chiesa già è in atto - come sono il movimento biblico e liturgico, la predicazione della parola di Dio e la catechesi, l'apostolato dei laici, le nuove forme di vita religiosa, la spiritualità del matrimonio, la dottrina e l'attività della Chiesa in campo sociale -  vanno considerati come garanzie e auspici che felicemente preannunziano i futuri progressi dell'ecumenismo.
  Poi, a lungo, tornò ad essere sconveniente.
  Ed ora la si sente di nuovo.
  Parlo di come divenni adulto perché, come ieri, voglio rivolgermi ai giovani adulti che sono nati negli anni ’90  o poco prima. Si tratta di persone colte, che hanno avuto un’istruzione superiore. Spesso noi, più anziani, lo dimentichiamo.  Un diciottenne di oggi ha, ad esempio, dei ricordi degli insegnamenti di storia molto più vivi dei miei e, soprattutto, ha ricevuto insegnamenti più estesi, in ogni campo. Io, però, a differenza dei giovani a cui mi rivolgo, sono stato personalmente testimone di una parte di storia, molto importante, che si è svolta prima che loro nascessero. Questo può rendere il mio punto di vista più interessante, anche se va sempre integrato con i punti di vista di altri testimoni. Come insegnava la filosofa, giornalista e scrittrice Hannah Arendt, nessuno da solo, senza compagni, può avere un panorama realistico della realtà: lo si ha solo confrontando memorie ed esperienze.
  Non sempre la cultura religiosa viene affrontata come merita nell'insegnamento scolastico. Spesso lo si fa distrattamente, svogliatamente o addirittura si soprassiede. Sono ancora vive molte questione controverse. Ci sono anche molti pregiudizi. E, infine, sembra che serva a poco, un po’ come certe lingue morte, il greco o il latino.
 In particolare, in religione non si ha sempre il senso dello sviluppo storico, e spesso proprio non lo si conosce. Le nostre collettività di fede hanno avuto una lunga storia, secondo i tempi dell’umanità naturalmente, perché paragonata ai tempi dell’Universo è meno di un battito di ciglia. E addirittura i fisici sono convinti che il tempo non esista veramente, che sia una nostra illusione cognitiva. Dobbiamo arrivare a convincerci di questa realtà paradossale che ci viene spiegata dalle scienze contemporanee; ma anche se il tempo non esiste realmente,  sicuramente la storia esiste: infatti la nostra umanità non è stata sempre la stessa. Non solo perché è cambiata la gente, nella successione delle generazioni (la nostra è una specie a vita breve, come ricorda  Carlo Rovelli nell’interessante libretto divulgativo Sette brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014, che ho citato l’altro giorno), ma perché è cambiata la cultura dell’umanità, intesa come: un insieme complesso che include la conoscenza, le    credenze, l'arte, la morale, il diritto, il costume e qualsiasi altra capacità e         abitudine acquisita dall'uomo come membro della società" (così secondo E.B.Taylor in "Primitive Culture" -la cultura dei primitivi-, Murray, Londra, 1871, citato da Bruno Secondin, Messaggio evangelico e culture - Problemi e dinamiche della mediazione culturale, Edizioni Paoline, 1982).
 A volte, invece, quando ci si riferisce alla nostra storia di fede, sembra che si sia arrivati in un battito di ciglia ai nostri giorni. Ma non è stato così. La ragione per cui spesso, ad esempio a catechismo, si sorvola su duemila anni di storia è che sembra essere imbarazzante fare i conti con i cambiamenti che ci sono stati, in tutto, ed anche nelle questioni centrali della nostra fede. Si vuole sostenere che si è stati fedeli al passato non cambiando nulla dell’essenziale e allora si sorvola anche su ciò che non è considerato tale. In fondo, se non è essenziale, perché perderci tempo sopra? Lasciamo certe cose agli specialisti.
 Eppure, tenetene conto, cose come la democrazia, la questione femminile e la giustizia sociale hanno strette relazioni con l’essenziale. Basti pensare, quanto al primo tema, che il primo moto democratico moderno fu quello dei rivoluzionari nordamericani che presentarono la loro Dichiarazione di indipendenza da una monarchia europea, che esprimeva un’autorità sia civile che religiosa, come la conseguenza del fatto che gli essere umani fossero creati uguali.
  Se consideriamo l’evoluzione del nostro modo di vivere collettivamente la fede dal primo secolo della nostra era ad oggi, vediamo che una svolta importante si ebbe nel quarto secolo, quando la nostra fede divenne questione di stato e in particolare la cultura ispiratrice dell’ideologia politica del tempo. Da quel momento la politica fu sempre strettamente collegata alla nostra esperienza religiosa e, per certi versi, lo è tuttora. Parallelamente si svilupparono varie correnti propriamente di spiritualità, che accentuavano ora l’uno ora l’altro aspetto dei tanti modi in cui la fede può essere vissuta, impersonata. Spesso entrarono in conflitto con la religione come cultura politica, come questione di stato.  In Italia questo accadde in modo spettacolare nell’Ottocento, al tempo in cui fu realizzata, in un processo culturale, politico, sociale e militare, l’unità nazionale, che ebbe compimento con l’abolizione del regno pontificio nel centro  della Penisola. Ma problemi del genere si ebbero anche in un periodo storico a noi più vicino e che possiamo inquadrare tra l’inizio del Concilio Vaticano 2°, nel 1962, all’elezione del Wojtyla a papa, nel 1978, quindi all’epoca del Concilio e del primo post-Concilio.
 In quell’arco temporale era vivissimo l’interesse, ma erano anche accese le controversie, su come l’esperienza collettiva di fede dovesse influire nelle questioni politiche.  A quei tempi, nel 1969, l’Azione Cattolica, al termine di un impegnativo processo democratico (ed era sostanzialmente la prima volta che accadeva a questo livello, nel configurare come l’istituzione laicale doveva essere, in una sorta di rifondazione) fece quella che venne definita scelta religiosa, che sostanzialmente significò il rifiuto di essere il docile strumento dell’azione politica del papato.  In quel momento vennero al pettine, come si dice, nodi culturali millenari, perché, voi giovani ne avete una memoria più viva della mia perché questa storia l’avete studiata da poco, il papato, dall’Undicesimo secolo, era stato un protagonista della politica europea e, aggiungo, voleva rimanerlo almeno per ciò che riguardava gli affari italiani.
  Ancora oggi è ostico per molti nostri capi religiosi accettare che, nelle questioni politiche e sociali, i fedeli compiano le loro scelte con autonomia, formandosi un’opinione anche imparando e dialogando tra loro nelle nostre collettività di fede, ad esempio nelle parrocchie: questo era stato l’auspicio dei saggi del Concilio. Ma questo era stato appunto uno dei punti centrali del lungo moto di rinnovamento che infine, con l’ultimo Concilio, divenne propriamente di riforma.
 In un certo senso invece, gli ultimi trent’anni della storia religiosa italiana possono essere interpretati come un tentativo, riuscito, di sopire ogni moto di rinnovamento. E’ un’epoca in cui in molte cose l’imperativo è parso essere quello della restaurazione. Ma, in realtà, si è trattato di qualcosa di più complesso, soprattutto nel magistero del Wojtyla. Si aveva orrore del passato e si cercò di riprodurlo depurato dal tanto male che c’era stato. Ma questo non è mai possibile nelle cose dell’umanità, perché il male del passato non è  veramente separabile dal contesto culturale che lo ha prodotto.  Il rinnovamento per essere efficace deve essere veramente tale, deve quindi, sempre,  superare il passato. In un libro del sociologo Zygmunt Bauman che vi  consiglio di leggere,  Voglia di comunità,  Laterza, 2001, attualmente in commercio, ho trovato questa citazione di un celebre pensiero del filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940):
  C’è un quadro di Paul Klee che si chiama Angelus Novus. Vi è rappresentato un angelo che sembra in procinto di allontanarsi da qualcosa su cui ha fisso lo sguardo. i suoi occhi sono spalancati, la bocca è aperta, e le ali sono dispiegate. L’angelo della storia deve avere questo aspetto. Il suo sguardo è rivolto al passato. Laddove noi percepiamo una catena di eventi, egli vede un’unica catastrofe che continua a provocare distruzione su distruzione le cui macerie ricadono ai suoi piedi. L’angelo vorrebbe restare, ridestare i morti e ricostruire quanto è andato distrutto. Ma dal Paradiso si scatena una tempesta, il vento gli gonfia le ali con violenza tale da impedirgli di richiuderle. La tempesta lo spinge con forza irresistibile nel futuro cui egli volge le spalle, mentre il cumulo di macerie ai suoi piedi raggiunge dimensioni stratosferiche. [da W.Benjamin, Tesi di filosofia della storia - Angelus Novus].
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli