Dal Libro dell’Apocalisse (Ap 21,1,5)
Allora
io vidi un nuovo cielo e una nuova terra
-ll primo cielo e la prima terra erano spariti, e il mare non c’era più- e vidi
venire dal cielo, da parte di Dio, la santa città, la nuova Gerusalemme, ornata
come una sposa pronta per andare incontro allo sposo. Una voce forte che veniva
dal trono esclamò: “Ecco l’abitazione di
Dio fra gli uomini; essi saranno suo popolo ed egli sarà «Dio con loro». Dio asciugherà ogni lacrima dei loro
occhi. La morte non ci sarà più né lutto né pianto né dolore. Il mondo di prima
è scomparso per sempre”. Allora Dio dal suo trono disse: “Ora faccio nuova ogni
cosa”. Poi mi disse “Scrivi, perché ciò che dico è vero e degno di essere
creduto”.
[
Da: Parola del Signore - Il Nuovo
Testamento - traduzione
interconfessionale dal testo greco in lingua corrente - Elle Di Ci / ABU - 1976]
Divenni adulto nella fede quando, in
famiglia, mi spiegarono i molti sensi del brano biblico che ho sopra
trascritto.
Il rinnovamento costante è parte costitutiva e
fondamentale dell’impegno di fede. Nelle nostre collettività di fede lo si è
sempre saputo. E’ una verità che si riscoprì nel Cinquecento e che da allora è
sempre presente nella riflessione religiosa. I processi di rinnovamento
divennero sempre più veloci, in religione, a partire dalla fine del Settecento,
in modo corrispondente a tanti altri cambiamenti sociali che andavano allora
producendosi in Europa, che allora era
in tutto il centro della nostra
esperienza di fede, culturale e organizzativo. Da allora i capi della nostra
confessione assunsero però, sempre più marcatamente, atteggiamenti conservatori
e, producendosi in società i cambiamenti che erano maturati, francamente
reazionari. Questo, in particolare, riguardo ai tre temi che caratterizzavano
quello che chiamerei il Nuovo mondo, e che è appunto quello in
cui stiamo vivendo: la democrazia di popolo, la questione femminile, la
giustizia sociale. Ad essi, in Italia, si aggiunse la questione nazionale. Non dobbiamo
dimenticarci, infatti, che la nostra unità nazionale fu costruita contro il volere dei nostri capi religiosi, anche se
non contro la volontà dell’intera nostra gente di fede, che anzi vi collaborò
attivamente in molte sue componenti.
E, insomma, la parola riforma cominciò ad essere considerata sconveniente nelle nostre collettività di
fede, soprattutto se in bocca a laici e al clero di base. La riscoprirono i saggi del Concilio:
[dal decreto Unitatis Redintegratio (=Il
ristabilimento dell’unità), del Concilio Vaticano 2° - 1962-1965]
La riforma della Chiesa
6. Siccome ogni rinnovamento della Chiesa consiste
essenzialmente in una fedeltà più grande alla sua vocazione, esso è senza
dubbio la ragione del movimento verso l'unità. La Chiesa peregrinante è
chiamata da Cristo a questa continua riforma di cui, in quanto istituzione
umana e terrena, ha sempre bisogno. Se dunque alcune cose, sia nei costumi che
nella disciplina ecclesiastica ed anche nel modo di enunziare la dottrina - che
bisogna distinguere con cura dal deposito vero e proprio della fede - sono
state osservate meno accuratamente, a seguito delle circostanze, siano
opportunamente rimesse nel giusto e debito ordine.
Questo
rinnovamento ha quindi una importanza ecumenica singolare. I vari modi poi
attraverso i quali tale rinnovazione della vita della Chiesa già è in atto -
come sono il movimento biblico e liturgico, la predicazione della parola di Dio
e la catechesi, l'apostolato dei laici, le nuove forme di vita religiosa, la
spiritualità del matrimonio, la dottrina e l'attività della Chiesa in campo sociale
- vanno considerati come garanzie e auspici che felicemente preannunziano
i futuri progressi dell'ecumenismo.
Poi, a lungo, tornò ad essere sconveniente.
Ed ora la si sente di nuovo.
Parlo di come divenni adulto perché, come
ieri, voglio rivolgermi ai giovani adulti che sono nati negli anni ’90 o poco prima. Si tratta di persone colte, che
hanno avuto un’istruzione superiore. Spesso noi, più anziani, lo
dimentichiamo. Un diciottenne di oggi ha,
ad esempio, dei ricordi degli insegnamenti di storia molto più vivi dei miei e,
soprattutto, ha ricevuto insegnamenti più estesi, in ogni campo. Io, però, a
differenza dei giovani a cui mi rivolgo, sono stato personalmente testimone di
una parte di storia, molto importante, che si è svolta prima che loro nascessero.
Questo può rendere il mio punto di vista più interessante, anche se va sempre
integrato con i punti di vista di altri testimoni. Come insegnava la filosofa, giornalista
e scrittrice Hannah Arendt, nessuno da solo, senza compagni, può avere un panorama
realistico della realtà: lo si ha solo confrontando memorie ed esperienze.
Non sempre
la cultura religiosa viene affrontata come merita nell'insegnamento scolastico.
Spesso lo si fa distrattamente, svogliatamente o addirittura si soprassiede.
Sono ancora vive molte questione controverse. Ci sono anche molti pregiudizi.
E, infine, sembra che serva a poco, un po’ come certe lingue morte, il greco o
il latino.
In
particolare, in religione non si ha sempre il senso dello sviluppo storico, e
spesso proprio non lo si conosce. Le nostre collettività di fede hanno avuto
una lunga storia, secondo i tempi dell’umanità naturalmente, perché paragonata
ai tempi dell’Universo è meno di un battito di ciglia. E addirittura i fisici
sono convinti che il tempo non esista veramente, che sia una nostra illusione
cognitiva. Dobbiamo arrivare a convincerci di questa realtà paradossale che ci
viene spiegata dalle scienze contemporanee; ma anche se il tempo non esiste realmente, sicuramente la storia esiste:
infatti la nostra umanità non è stata sempre la stessa. Non solo perché è
cambiata la gente, nella successione delle generazioni (la nostra è una specie
a vita breve, come ricorda Carlo Rovelli
nell’interessante libretto divulgativo Sette
brevi lezioni di fisica, Adelphi, 2014, che ho citato l’altro giorno), ma
perché è cambiata la cultura dell’umanità, intesa come: un insieme complesso che include la conoscenza, le credenze, l'arte, la morale, il diritto, il
costume e qualsiasi altra capacità e abitudine
acquisita dall'uomo come membro della società" (così secondo E.B.Taylor
in "Primitive Culture" -la
cultura dei primitivi-, Murray, Londra, 1871, citato da Bruno Secondin, Messaggio evangelico e culture - Problemi e
dinamiche della mediazione culturale, Edizioni Paoline, 1982).
A volte, invece, quando ci si riferisce alla
nostra storia di fede, sembra che si sia arrivati in un battito di ciglia ai
nostri giorni. Ma non è stato così. La ragione per cui spesso, ad esempio a
catechismo, si sorvola su duemila anni di storia è che sembra essere
imbarazzante fare i conti con i cambiamenti che ci sono stati, in tutto, ed anche
nelle questioni centrali della nostra fede. Si vuole sostenere che si è stati
fedeli al passato non cambiando nulla dell’essenziale e allora si sorvola anche
su ciò che non è considerato tale. In fondo, se non è essenziale, perché
perderci tempo sopra? Lasciamo certe cose agli specialisti.
Eppure, tenetene conto, cose come la
democrazia, la questione femminile e la giustizia sociale hanno strette
relazioni con l’essenziale. Basti pensare, quanto al primo tema, che il primo
moto democratico moderno fu quello dei rivoluzionari nordamericani che
presentarono la loro Dichiarazione di indipendenza da una monarchia europea,
che esprimeva un’autorità sia civile che religiosa, come la conseguenza del
fatto che gli essere umani fossero creati
uguali.
Se
consideriamo l’evoluzione del nostro modo di vivere collettivamente la fede dal
primo secolo della nostra era ad oggi, vediamo che una svolta importante si
ebbe nel quarto secolo, quando la nostra fede divenne questione di stato e in
particolare la cultura ispiratrice dell’ideologia politica del tempo. Da quel
momento la politica fu sempre strettamente collegata alla nostra esperienza religiosa
e, per certi versi, lo è tuttora. Parallelamente si svilupparono varie correnti
propriamente di spiritualità, che accentuavano ora l’uno ora l’altro aspetto
dei tanti modi in cui la fede può essere vissuta, impersonata. Spesso entrarono
in conflitto con la religione come cultura politica, come questione di
stato. In Italia questo accadde in modo
spettacolare nell’Ottocento, al tempo in cui fu realizzata, in un processo
culturale, politico, sociale e militare, l’unità nazionale, che ebbe compimento
con l’abolizione del regno pontificio nel centro della Penisola. Ma problemi del genere si
ebbero anche in un periodo storico a noi più vicino e che possiamo inquadrare
tra l’inizio del Concilio Vaticano 2°, nel 1962, all’elezione del Wojtyla a
papa, nel 1978, quindi all’epoca del Concilio e del primo post-Concilio.
In quell’arco temporale era vivissimo l’interesse,
ma erano anche accese le controversie, su come l’esperienza collettiva di fede
dovesse influire nelle questioni politiche.
A quei tempi, nel 1969, l’Azione Cattolica, al termine di un impegnativo
processo democratico (ed era sostanzialmente la prima volta che accadeva a
questo livello, nel configurare come l’istituzione laicale doveva essere, in
una sorta di rifondazione) fece
quella che venne definita scelta
religiosa, che sostanzialmente significò il rifiuto di essere il docile
strumento dell’azione politica del papato. In quel momento vennero al pettine, come si
dice, nodi culturali millenari, perché, voi giovani ne avete una memoria più
viva della mia perché questa storia l’avete studiata da poco, il papato, dall’Undicesimo
secolo, era stato un protagonista della politica europea e, aggiungo, voleva
rimanerlo almeno per ciò che riguardava gli affari italiani.
Ancora oggi è ostico per molti nostri capi
religiosi accettare che, nelle questioni politiche e sociali, i fedeli compiano
le loro scelte con autonomia, formandosi un’opinione anche imparando e
dialogando tra loro nelle nostre collettività di fede, ad esempio nelle
parrocchie: questo era stato l’auspicio dei saggi del Concilio. Ma questo era stato appunto uno dei punti centrali del lungo moto di rinnovamento che infine, con l’ultimo
Concilio, divenne propriamente di riforma.
In un certo senso invece, gli ultimi trent’anni della
storia religiosa italiana possono essere interpretati come un tentativo,
riuscito, di sopire ogni moto di rinnovamento. E’ un’epoca in cui in molte cose
l’imperativo è parso essere quello della restaurazione.
Ma, in realtà, si è trattato di qualcosa di più complesso, soprattutto nel
magistero del Wojtyla. Si aveva orrore del passato e si cercò di riprodurlo
depurato dal tanto male che c’era stato. Ma
questo non è mai possibile nelle cose dell’umanità, perché il male del passato non è veramente separabile dal contesto culturale che lo ha prodotto. Il rinnovamento per essere efficace deve
essere veramente tale, deve quindi, sempre, superare
il passato. In un libro del sociologo Zygmunt Bauman che vi consiglio di leggere, Voglia
di comunità, Laterza, 2001,
attualmente in commercio, ho trovato questa citazione di un celebre pensiero
del filosofo tedesco Walter Benjamin (1892-1940):
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli
