lunedì 7 dicembre 2015

L’importanza della realtà sociale dell’esperienza di fede

 L’importanza della realtà sociale dell’esperienza di fede

da Emilio Alberich, La catechesi oggi - Manuale di catechetica fondamentale, LDC, 2001,pag.40


Nella tabella che potete leggere qui sopra, che ho tratto dal libro La catechesi oggi - manuale di catechetica fondamentale, del salesiano Emilio Alberich, Elledici 2001 (tuttora in commercio) potete vedere sintetizzata la realtà sociale delle nostre collettività di fede sotto il profilo dell’azione che si propongono di svolgere in società. Noterete che l’attività propriamente di catechesi, vale a dire di iniziazione e formazione religiosa, viene inserita in soli tre ambiti: quello dell’impersonare un modello di vita di fede (la testimonianza) e della formazione religiosa per il battesimo e per la vita sociale all’interno delle collettività di fede. Questo schema è insufficiente come progetto di azione, anche se fotografa bene quello che di questi tempi ci si propone di fare come società di fedeli, quindi l’ideologia corrente, che è ancora piuttosto distante da ciò che esiste veramente. Infatti l’attività di formazione religiosa, quindi l’attività catechistica in senso specifico, dovrebbe estendersi  a tutti gli ambiti  dell’azione collettiva e, in particolare, a quelli relativi alla vita nella più ampia società in cui le nostre collettività sono immerse e comprendere, ad esempio, anche la politica, la compartecipazione democratica al governo della società, che nell’ideologia democratica contemporanea espressa nelle costituzioni degli stati, non si limita al momento del voto per scegliere dei rappresentanti. Questo perché tutto ciò che si muove al di fuori degli spazi specificamente religiosi ha un importante significato religioso,  per cui, ad esempio, si è riconosciuto (Giovanni Battista Montini) che la politica è la più alta forma di carità.  Ma ci sono altri temi come questi che dovrebbero essere compresi nell’iniziazione religiosa, come la promozione della dignità della donna e la giustizia sociale e  suoi strumenti. O come la realtà del mercato o l’influsso delle attività umane sull’ambiente. Tutto ciò è stato trattato, ad esempio, nella recente enciclica del nostro vescovo e padre universale, Laudato si. Egli,  con la sua autorità di supremo capo religioso, ne ha evidenziato il significato religioso anche con spunti propriamente teologici. E’ significativo cogliere le citazioni contenute in quel documento: ragionandoci su si capisce bene che si tratta di un’impostazione senza veri precedenti antichi nella nostra storia di collettività di fede: si tratta infatti sostanzialmente  di un portato della rivoluzione progettata dall’ultimo concilio.
   L’altro giorno ho pubblicato l’immagine di alcune pagine del catechismo della mia infanzia, quello che imparai a memoria in quarta elementare: in base a questo fu valutata la mia preparazione a ricevere la Prima Comunione. Perché un uomo come me, di quasi sessant’anni, ha ancora tra le mani il catechismo di quando aveva otto anni? Il bambino che siamo stati rimane nell’adulto che siamo diventati: è così anche per me. La fede personale è radicata nell’infanzia, quando si è avuta una formazione religiosa a quell’età. La si apprende come da una madre ed essa rimane radicata dentro la persona come tutto ciò che da madre a figlio piccolo passa. Al di là delle pillole di teologia che contiene, quel catechismo rimanda all’esperienza fondativa della mia fede, da me vissuta nella nostra parrocchia, ai tempi di don Vincenzo e dei suoi strepitosi viceparroci. Capisco bene però, al di là della venerazione che circonda quei miei primi tempi di esperienza sociale della fede, che  da bambino ragionavo da bambino, ma che da adulto devo essere diverso, anche se, per la verità, non mi sento di abbandonare del tutto la fede vissuta nella mia infanzia: però da adulto mi serve di più, non mi basterebbe, per fare ciò che si attende da me in società, ciò che ho appreso da bambino. Ma forse devo riconoscere che anche da bambino occorreva fare un lavoro più esteso per prepararmi al lavoro da laico di fede in società. Ciò appunto che ricevetti tra gli scout della vicina parrocchia degli Angeli Custodi. Tra gli scout si prende molto sul serio l’impegno in società, anche quello dei bambini: non si è mai troppo piccoli per cose come queste. Però anche lì mancò qualcosa: non mi fu spiegato a fondo, come meritava e si doveva, l’alto valore religioso di ciò che si fa in società, al di fuori degli spazi propriamente liturgici. Anche se l’ideologia scout ha proprio questo alla sua base: essa fonda infatti un’esperienza altamente etica. Occorreva però farlo emergere in termini più espliciti. Ma ciò che fu molto importante era che se ne faceva tirocinio, non ci si limitava a proclamare certi principi. Fare tirocinio significa sperimentare ed anche adattare alla propria esperienza concreta.  Questo manca del tutto, di solito, nella catechesi come oggi la si concepisce, anche di quella che si considera più avanzata.
  E’ un lavoro, quello che ho descritto, che occorre fare perché siamo in tempi di riforma ed essa riguarda anzitutto l’esperienza sociale della fede. Si vorrebbe infatti realizzare, scrive Alberich nel testo che ho citato, “un nuovo modello di cristiano, un nuovo stile di comunità, un progetto rinnovato di Chiesa (pag.36). Non si tratta, però di eseguire ordini dall’alto, ma di contribuire democraticamente, nella partecipazione effettiva, responsabile, solidale, in una parola con un termine che oggi si è riscoperto “sinodale”, a scoprire  la possibilità concreta di una nuova realtà, la sua fattibilità e utilità sociale, e le vie per costruirla che non sono del tutto definite. Si avanza come esploratori alla scoperta di nuovo mondo. Bisogna però essere preparati  al  nuovo. Siate pronti!,  è il motto degli scout.
 Ma  ritornerò molto su questi temi in successivi interventi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli