martedì 8 dicembre 2015

Più del catechismo

Più del catechismo

  Da: Memorie dell’Oratorio di San Francesco di Sales dal 1815 al 1855,  di san Giovanni Bosco, in Scritti sul sistema preventivo nell’educazione della gioventù,  La Scuola Editrice, 1965

 Voi mi avete più volte dimandato a quel età abbia cominciato ad occuparmi dei fanciulli. All'età di dieci anni [don Bosco nacque il 16 agosto 1815] io facevo quello che era compatibile alla mia età e che era una specie di Oratorio festivo. Ascoltate.  Era ancora piccolino assai e studiava già il carattere dei compagni miei. E fissando taluno in faccia, per lo più ne scorgeva i progetti che quello aveva in cuore. Per questo in mezzo a’ miei coetanei era molto amato e molto temuto. Ognuno mi voleva per giudice e per amico. Dal mio canto faceva del bene a chi poteva, ma del male a nessuno. I miei compagni mi amavano assai, affinché in caso di rissa prendessi di loro difesa. Perciocché sebbene fossi piccolo di statura, aveva forza e coraggio da incutere timore ai compagni di assai maggiore età; a segno che nascendo brighe, quistioni, risse di qualunque genere, io diveniva arbitro dei litiganti ed ognuno accettava di buon grado la sentenza che fossi per proferire.
  Ma ciò che li raccoglieva intorno a me, e li allettava fino alla follia, erano i racconti che loro faceva. Gli esempi uditi nelle prediche o nei catechismi, la lettura dei Reali di Francia,  del Guerino Meschino, di Bertoldo, Bertoldino, mi somministravano molta materia. Appena i miei compagni mi vedevano, correvano affollati per farsi esporre qualche cosa da colui, che a stento cominciava a capire quello che leggeva. A costoro si aggiunsero parecchi adulti, e talvolta nell’andare o venire da Castelnuovo, talora in un campo, in un prato io era circondato da centinaia di persone accorse per ascoltare un povero fanciullo, che fuori di un po’ di memoria, era digiuno nella scienza, ma che tra loro compariva come un grande dottore. Monoculus rex in regno caecorum  [proverbio, significa: chi ci vede solo da un occhio regna nel regno dei ciechi].
 Nelle stagioni invernali poi tutti mi volevano nella stalla per farsi raccontare qualche storiella. Colà raccoglievasi gente di ogni età e condizione, e tutti godevano di poter passare la serata di cinque ed anche di sei ore ascoltando immobili il lettore dei Reali di Francia, che il povero oratore esponeva ritto sopra una panca, affinché fosse da tutti udito e veduto. Siccome però dicevasi che venivano ad ascoltare la predica, così prima e dopo i miei racconti facevamo tutti il segno della santa Croce colla recita dell’Ave Maria.

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  Che cosa notiamo nel brano che ho sopra trascritto, del fondatore degli Oratori salesiani, che erano un sistema sociale piuttosto articolato di educazione della gioventù alla vita religiosa e non?
  Innanzi tutto che un bambino di dieci anni, che spesso a catechismo trattiamo come un piccolo idiota, uno che  non sa nulla, non vuole sapere nulla, che una cosa sa fare bene ed è fare chiasso e, soprattutto, fa la prima cosa che gli passa per la mente senza curarsi delle conseguenze, ha già in sé tutto ciò che caratterizzerà la vita dell’adulto che sarà, naturalmente in quest'ultimo in forma più sviluppata, con tante più conoscenze e capacità apprese nell’interazione sociale, nello studio e nel tirocinio di vita. E’ una cosa che spesso, da educatori, si tende a dimenticare: bisognerebbe invece, per rammentarsene e soprattutto per convincersene, fare memoria della propria infanzia.
 A dieci anni Giovanni Bosco, in una società in cui la grande maggioranza delle persone era analfabeta, sapeva leggere e, in effetti, leggeva e quindi imparava. Ma non tenne per sé questa capacità. Lo vediamo interagire continuamente con le società in cui era inserito, quella dei coetanei e quella degli adulti.
  In quella dei bambini mostrava anche forza  e  coraggio: si buttava nelle dispute tra compagni per mettere pace, non solo a chiacchiere. Da bambino, a catechismo, non mi è mai stato proposto questo esempio. La via suggerita era invece quella di tenermi lontano dalle risse tra coetanei. Il bambino Giovanni Bosco, invece, vi si buttava dentro. Ma non solo per il piacere di menare le mani (gli psicologi dell’infanzia ci dicono che di queste schermaglie fisiche si ha bisogno nell’infanzia), ma per proporsi come arbitro. Non era però la forza che lo accreditava, ma la capacità di raccontare storie. Arbitro  non significa capo. Il capo è uno che impone la sua volontà, a suo capriccio, con la forza se ne necessario. Un arbitro è uno che decide secondo giustizia. C’è una bella differenza. Un bambino di dieci anni sa che cosa è la giustizia e come praticarla. E quindi sa anche che cosa è l’ingiustizia e la soffre. La società dei bambini non è diversa in questo dalla società degli adulti. In essa ci sono la giustizia e l’ingiustizia. Si entra in società, in genere verso i cinque anni, e se ne fa esperienza, le si apprende. Un bambino delle elementari, ad esempio, è in grado di capire benissimo quando si fa un ingiustizia ai suoi genitori, quando li si umilia e li disprezza, e ne soffre. Come quando vengono in parrocchia e li si considera per qualche motivo imperfetti,  in stato di colpa. Non sono sposati in chiesa, sono divisi, uno crede e l’altro no, non sono italiani di stirpe e via dicendo. E via dicendo, di discriminazione in discriminazione.
 Nello scritto di Giovanni  Bosco poi c’è l’immagine di adulti che apprendono da un bambino. Oggi è inusuale. Negli Venti dell’Ottocento, quando saper leggere era cosa di pochi, anche un bambino delle elementari poteva diventare veicolo di cultura. Il piccolo Giovanni Bosco era l’esempio di una formazione con una dinamica circolare: ciò che si riceve in società poi ritorna alla società, come la pioggia che cade e poi ritorna al cielo evaporando. Così si dice che accada delle parole della nostra fede. Di solito nell’iniziazione alla fede che si fa nelle parrocchie chi è in cattedra è poco disposto a ricevere da chi gli sta di fronte, specialmente se si tratta di bambini. Così quello che fa è propriamente catechesi, vale a dire uno che spiega a voce e altri che dovrebbero apprendere. Un po’ come a scuola. Ma la formazione alla fede dovrebbe essere molto di più. Il termine catechesi  le va un po’ stretto. Il movimento per  il rinnovamento della catechesi, che si  è sviluppato sul finire dell’Ottocento, ad esempio con Giovanni Bosco, è stato in un certo senso anche un superamento della catechesi. Soprattutto di quella moderna, che dal Settecento si propose sostanzialmente scopi reazionari, per contrastare soprattutto la formazione che i socialisti europei stavano diffondendo tra le masse operaie e contadine. Pillole di dottrina per mantenere le classi inferiori soggette al Re e al Papa, poi, a seguito del conflitto terminale tra i due sovrani, solo a quest’ultimo, quale plenipotenziario, Vicario, delle potenze soprannaturali. Questa impostazione, superata in molte esperienze di formazione religiosa particolari,  di base come si dice oggi, ma sempre riproposta come orientamento generale dai nostri capi religiosi, iniziò ad essere riformata dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), nella più ampia prospettiva di una profonda riforma sociale delle nostre collettività di fede. Si iniziò nel 1970, anno in cui la Conferenza Episcopale diffuse il Documento di base, il manifesto del rinnovamento della catechesi. E’ un processo ancora in corso. Esso ha portato all’abbandono dei libretti di  catechismo di una volta, per antonomasia i catechismi, e alla produzione di sussidi  formativi molto più estesi, per tutte le età.
  Il lato più critico di questo processo è stata la scelta di orientare l’organizzazione del lavoro di formazione dei battezzati, a tutte le età, secondo l’impostazione dell’antico catecumenato, dell’iniziazione battesimale. Considerando i risultati e, soprattutto, i problemi, questa impostazione non si è rivelata felice e non sarebbe male ripensarla. Questo perché ha potuto accreditare l'idea che uno, dopo essere stato battezzato, potesse sbattezzarsi conducendo una vita non improntata alla sua fede, con la necessità di una specie di ri-battesimo, di una riammissione nella società religiosa, dopo una congrua ri-educazione, per poter di nuovo presentarsi da persona di fede nelle nostre collettività religiose. Se consideriamo il battesimo come inizio di una cittadinanza religiosa, allora è come se si fosse detto alla gente che si era allontanata, per vari motivi, per i casi della vita, che quella cittadinanza l’aveva persa e che la poteva riottenere solo dopo essersi assoggettata a un processo di natura sostanzialmente penitenziale, condotto da formatori autoritari, che si concludeva con una serie di scrutini,  dai quali dipendeva il suo destino, sociale e soprannaturale. Una specie di Purgatorio  sociale. 
  Nei documenti normativi che trattano della cosa si avverte sempre che si deve rispettare la dignità del battezzato, ma poi, mi pare, nella prassi concreta di questo non di rado ce se ne dimentica. E, allora, ad esempio, si finisce con lo sbottare, che sì, quello lo abbiamo ammesso  a questo o a quel sacramento post-battesimale, ma solo per misericordia. Una misericordia, questa, che brucia, che umilia. E anche i bambini sono in grado di capirlo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli