Più del catechismo
Da: Memorie dell’Oratorio di San Francesco di
Sales dal 1815 al 1855, di san Giovanni
Bosco, in Scritti sul sistema preventivo nell’educazione della gioventù, La Scuola Editrice, 1965
Voi mi avete più
volte dimandato a quel età abbia cominciato ad occuparmi dei fanciulli. All'età
di dieci anni [don Bosco nacque il 16 agosto 1815] io facevo quello che era
compatibile alla mia età e che era una specie di Oratorio festivo.
Ascoltate. Era ancora piccolino assai e
studiava già il carattere dei compagni miei. E fissando taluno in faccia, per
lo più ne scorgeva i progetti che quello aveva in cuore. Per questo in mezzo a’
miei coetanei era molto amato e molto temuto. Ognuno mi voleva per giudice e
per amico. Dal mio canto faceva del bene a chi poteva, ma del male a nessuno. I
miei compagni mi amavano assai, affinché in caso di rissa prendessi di loro
difesa. Perciocché sebbene fossi piccolo di statura, aveva forza e coraggio da
incutere timore ai compagni di assai maggiore età; a segno che nascendo brighe,
quistioni, risse di qualunque genere, io diveniva arbitro dei litiganti ed
ognuno accettava di buon grado la sentenza che fossi per proferire.
Ma ciò che li
raccoglieva intorno a me, e li allettava fino alla follia, erano i racconti che
loro faceva. Gli esempi uditi nelle prediche o nei catechismi, la lettura dei Reali di Francia, del Guerino
Meschino, di Bertoldo, Bertoldino,
mi somministravano molta materia. Appena i miei compagni mi vedevano, correvano
affollati per farsi esporre qualche cosa da colui, che a stento cominciava a
capire quello che leggeva. A costoro si aggiunsero parecchi adulti, e talvolta
nell’andare o venire da Castelnuovo, talora in un campo, in un prato io era
circondato da centinaia di persone accorse per ascoltare un povero fanciullo,
che fuori di un po’ di memoria, era digiuno nella scienza, ma che tra loro
compariva come un grande dottore. Monoculus
rex in regno caecorum [proverbio,
significa: chi ci vede solo da un occhio
regna nel regno dei ciechi].
Nelle stagioni
invernali poi tutti mi volevano nella stalla per farsi raccontare qualche
storiella. Colà raccoglievasi gente di ogni età e condizione, e tutti godevano
di poter passare la serata di cinque ed anche di sei ore ascoltando immobili il
lettore dei Reali di Francia, che il
povero oratore esponeva ritto sopra una panca, affinché fosse da tutti udito e
veduto. Siccome però dicevasi che venivano ad ascoltare la predica, così prima
e dopo i miei racconti facevamo tutti il segno della santa Croce colla recita
dell’Ave Maria.
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Che cosa notiamo nel
brano che ho sopra trascritto, del fondatore degli Oratori salesiani, che erano
un sistema sociale piuttosto articolato di educazione della gioventù alla vita
religiosa e non?
Innanzi tutto che un
bambino di dieci anni, che spesso a catechismo trattiamo come un piccolo
idiota, uno che non sa nulla, non vuole sapere nulla, che una cosa sa fare bene ed è fare chiasso e, soprattutto, fa la prima cosa che gli passa per la mente
senza curarsi delle conseguenze, ha già in sé tutto ciò che caratterizzerà
la vita dell’adulto che sarà, naturalmente in quest'ultimo in forma più sviluppata, con tante
più conoscenze e capacità apprese nell’interazione sociale, nello studio e nel
tirocinio di vita. E’ una cosa che spesso, da educatori, si tende a
dimenticare: bisognerebbe invece, per rammentarsene e soprattutto per
convincersene, fare memoria della propria infanzia.
A dieci anni Giovanni
Bosco, in una società in cui la grande maggioranza delle persone era
analfabeta, sapeva leggere e, in effetti, leggeva e quindi imparava. Ma non
tenne per sé questa capacità. Lo vediamo interagire continuamente con le
società in cui era inserito, quella dei coetanei e quella degli adulti.
In quella dei
bambini mostrava anche forza e coraggio: si buttava nelle dispute tra
compagni per mettere pace, non solo a chiacchiere. Da bambino, a catechismo,
non mi è mai stato proposto questo esempio. La via suggerita era invece quella
di tenermi lontano dalle risse tra coetanei. Il bambino Giovanni Bosco, invece,
vi si buttava dentro. Ma non solo per il piacere di menare le mani (gli
psicologi dell’infanzia ci dicono che di queste schermaglie fisiche si ha
bisogno nell’infanzia), ma per proporsi come arbitro. Non era però la forza che lo accreditava, ma la capacità
di raccontare storie. Arbitro non significa capo. Il capo è uno che impone la sua volontà, a suo capriccio, con
la forza se ne necessario. Un arbitro è uno che decide secondo giustizia. C’è
una bella differenza. Un bambino di dieci anni sa che cosa è la giustizia e
come praticarla. E quindi sa anche che cosa è l’ingiustizia e la soffre. La
società dei bambini non è diversa in questo dalla società degli adulti. In essa
ci sono la giustizia e l’ingiustizia. Si entra in società, in genere verso i
cinque anni, e se ne fa esperienza, le si apprende. Un bambino delle
elementari, ad esempio, è in grado di capire benissimo quando si fa un
ingiustizia ai suoi genitori, quando li si umilia e li disprezza, e ne soffre.
Come quando vengono in parrocchia e li si considera per qualche motivo imperfetti, in stato di colpa. Non sono
sposati in chiesa, sono divisi, uno crede e l’altro no, non sono italiani di
stirpe e via dicendo. E via dicendo, di discriminazione in discriminazione.
Nello scritto di
Giovanni Bosco poi c’è l’immagine di
adulti che apprendono da un bambino. Oggi è inusuale. Negli Venti dell’Ottocento,
quando saper leggere era cosa di pochi, anche un bambino delle elementari
poteva diventare veicolo di cultura. Il piccolo Giovanni Bosco era l’esempio di
una formazione con una dinamica circolare: ciò che si riceve in società poi
ritorna alla società, come la pioggia che cade e poi ritorna al cielo
evaporando. Così si dice che accada delle parole della nostra fede. Di solito
nell’iniziazione alla fede che si fa nelle parrocchie chi è in cattedra è poco
disposto a ricevere da chi gli sta di fronte, specialmente se si tratta di
bambini. Così quello che fa è propriamente catechesi,
vale a dire uno che spiega a voce e altri che dovrebbero apprendere. Un po’
come a scuola. Ma la formazione alla fede dovrebbe essere molto di più. Il
termine catechesi le va un po’ stretto. Il movimento per il
rinnovamento della catechesi, che
si è sviluppato sul finire dell’Ottocento,
ad esempio con Giovanni Bosco, è stato in un certo senso anche un superamento della catechesi. Soprattutto di quella moderna, che dal Settecento si
propose sostanzialmente scopi reazionari, per contrastare soprattutto la
formazione che i socialisti europei stavano diffondendo tra le masse operaie e
contadine. Pillole di dottrina per mantenere le classi inferiori soggette al Re
e al Papa, poi, a seguito del conflitto terminale tra i due sovrani, solo a
quest’ultimo, quale plenipotenziario, Vicario,
delle potenze soprannaturali. Questa impostazione, superata in molte esperienze
di formazione religiosa particolari, di base come si dice oggi, ma sempre riproposta
come orientamento generale dai nostri capi religiosi, iniziò ad essere
riformata dopo il Concilio Vaticano 2° (1962-1965), nella più ampia prospettiva
di una profonda riforma sociale delle nostre collettività di fede. Si iniziò
nel 1970, anno in cui la Conferenza Episcopale diffuse il Documento di base, il manifesto
del rinnovamento della catechesi. E’ un processo ancora in corso. Esso ha
portato all’abbandono dei libretti di catechismo di una volta, per antonomasia i catechismi, e alla produzione di sussidi formativi molto più estesi, per tutte le età.
Il lato più critico
di questo processo è stata la scelta di orientare l’organizzazione del lavoro
di formazione dei battezzati, a tutte le età, secondo l’impostazione dell’antico
catecumenato, dell’iniziazione
battesimale. Considerando i risultati e, soprattutto, i problemi, questa
impostazione non si è rivelata felice e non sarebbe male ripensarla. Questo
perché ha potuto accreditare l'idea che uno, dopo essere stato battezzato, potesse sbattezzarsi conducendo una vita non
improntata alla sua fede, con la necessità di una specie di ri-battesimo, di una riammissione nella società religiosa,
dopo una congrua ri-educazione, per
poter di nuovo presentarsi da persona di fede nelle nostre collettività
religiose. Se consideriamo il battesimo come inizio di una cittadinanza
religiosa, allora è come se si fosse detto alla gente che si era allontanata,
per vari motivi, per i casi della vita, che quella cittadinanza l’aveva persa e
che la poteva riottenere solo dopo essersi assoggettata a un processo di
natura sostanzialmente penitenziale, condotto da formatori autoritari, che si
concludeva con una serie di scrutini, dai quali dipendeva il suo destino, sociale e
soprannaturale. Una specie di Purgatorio sociale.
Nei documenti normativi che trattano della cosa
si avverte sempre che si deve rispettare la dignità
del battezzato, ma poi, mi pare, nella prassi concreta di questo non di rado ce se ne dimentica. E, allora, ad esempio, si finisce con lo sbottare, che sì, quello
lo abbiamo ammesso a questo o a quel sacramento post-battesimale,
ma solo per misericordia. Una misericordia, questa, che brucia, che
umilia. E anche i bambini sono in grado di capirlo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli