martedì 22 dicembre 2015

Lettera alle catechiste e ai catechisti della parrocchia per l’iniziazione e l’educazione alla fede dell’infanzia

Lettera alle catechiste e ai catechisti della parrocchia per l’iniziazione e l’educazione alla fede dell’infanzia

  Care catechiste e cari catechisti, so che la gran parte di voi proviene dall’esperienza comunitaria che ha prevalso nella nostra parrocchia negli ultimi trent’anni. E, da molti indizi, rilevo che, verosimilmente, il numero maggiore dei miei lettori appartiene a quell’ambiente. Questa è per me un’occasione straordinaria, veramente provvidenziale, per instaurare quel dialogo di cui in passato non c’è stata mai occasione. Ma, in realtà, esso non coinvolge solo me e voi. Ed è come se noi, io e voi, nel mezzo delle divergenze che travagliano la nostra comunità, decidessimo ad un certo punto di fare una pausa e andare a cercare, nello spirito che viene evocato nel racconto evangelico di Gv 3, in cui vediamo Nicodemo, uno dei capi del gruppo che si opponeva al nostro Primo Maestro, che lo va a trovare, di notte, per fargli delle domande, per capire meglio. L’esempio di Nicodemo non è di solito considerato del tutto positivo, perché è rimasto a rappresentare un interesse che rifiuta o teme di manifestarsi apertamente, e quindi l’immagine di una certa incoerenza. Ma in realtà è esperienza comune di chi ragiona di fede, a qualsiasi livello lo faccia, si tratti ad esempio di un genitore o di un catechista o di un teologo, un prete o un vescovo, di trovarsi a volta nella condizione di Nicodemo e di sentire il bisogno di andare alla fonte, anche senza ancora determinarsi ad abbandonare certe posizioni, quindi, appunto, di notte.  E’ questo proporsi di interrogare quella fonte che è apprezzabile e che, in fondo, è veramente l’atteggiamento del credente, che non pone solo in sé stesso o in un qualche gruppo o in una qualche ideologia la sua sicurezza esistenziale.
 Vi state occupando di bambini. Raccontate loro delle cose della nostra fede. Mi dicono che vi lamentate che i bambini si comportano da bambini. “Non sanno nulla”  dite e, soprattutto, sembra che  non vogliano sapere nulla. A catechismo bambineggiano, fanno confusione, chiasso, è difficile coglierne l’attenzione. In effetti c’è chi potrebbe obiettarvi che ha poco senso pretendere che i bambini non si comportino da bambini, e invece avete ragione voi. Non è normale che i bambini si comportino così a catechismo. C’è qualcosa che non va. Ragionandoci su, di solito, diamo le colpe alle famiglie, come sempre quando un giovane è irrequieto e allora ci si lamenta che è stato educato male. Ci può essere anche questo, senz’altro. Però, tenete conto che i bambini del catechismo vi sono stati affidati dalle loro famiglie. Quindi queste ultime hanno una sensibilità religiosa. Quei bambini di cui vi state occupando non ve li siete andati a scegliere per strada, come fanno certi preti e volontari in tanti inferni del mondo e come ad esempio fece, qui a Roma nel Cinquecento, Filippo Neri. No:  a catechismo ci sono stati portati. Vivono quindi in un microcosmo culturale di famiglia che apprezza il lavoro che fate e, più in generale, quello che si fa in religione. Altrimenti quei bambini non sarebbero tra voi.
  Vi voglio proporre un’idea alternativa per spiegare perché i bambini bambineggiano  a catechismo. La traggo innanzi tutto dalla mia esperienza, in particolare da quella antica di scout, e poi da cose che ho letto.
 I bambini  bambineggiano quando li si tratta da bambini. E questo è un errore che qualche volta le mamme dei tempi nostri fanno. Un tempo non era così. I bambini venivano presi molto sul serio e si pretendevano molto presto da loro atteggiamenti da adulti. Si attribuivano loro importanti responsabilità. Di modo che, nel ricordo degli anziani, i bambini di una cinquantina di anni fa bambineggiavano  molto meno e questo, risalendo nel tempo, si fa sempre più evidente, per quello che rimandano le nostre fonti di conoscenza.
  Ci fu un tempo che i bambini dell’età di quelli che vi sono stati portati al catechismo lavoravano, e anche in lavori molto duri. E’ del 1859 la prima legge che in Italia vietò certe forme di lavoro infantile: riguardava, vietandolo, l’impiego di bambini al di sotto dei dieci anni nelle miniere. Del lavoro infantile nell’Ottocento si parla in due famosi libri per ragazzi, Oliver Twist  e David Copperfield, dell’inglese Charles Dickens, pubblicati all’inizio di quel secolo.
  Un bambino vive sostanzialmente nella dimensione del gioco, che però è molto diverso dai passatempi che noi adulti chiamiamo con lo stesso nome. Per un bambino il gioco è un’esperienza molto seria, è una versione semplificata del mondo degli adulti, in cui se ne fa tirocinio e così introduce al mondo degli adulti.
  Nei giochi che i bambini organizzano quando vivono in ambienti che danno loro una certa autonomia, come era il quartiere delle Valli della mia infanzia, a differenza di ciò che esso è diventato ai tempi nostri, ci sono il male e il bene sociali, ogni virtù e ogni malvagità, ci si fa del male e del bene, si soffre e si gioisce, si instaurano gerarchie, a volte dispotiche, si vivono esperienze liberanti. L’unica differenza con i mondo degli adulti è la possibilità di cambiamenti molto più rapidi e radicali, talvolta di giorno in giorno, perché i bambini crescono molto velocemente e, crescendo, modificano rapidamente le società da essi espresse e i loro costumi. Noi, dimenticandoci della nostra esperienza personale di bimbi, spesso non ci rendiamo conto di quanto possa essere infelice un bambino. Il fatto che, vista con gli occhi degli adulti, la sua esperienza di sofferenza sia transitoria e, in fondo, superabile con il crescere dell’età e la maturazione personale, non toglie nulla alla sua intensità.
 Qual è il mestiere  di un bimbo? Quello di crescere, di diventare un adulto. Dal punto di vista fisiologico questo accadrà sicuramente, dal punto di vista psicologico e dell’integrazione sociale è possibile però che ci siano degli sfasamenti, dei ritardi, per cui c’è la possibilità che una persona diventi adulta fisicamente ma non sotto altri aspetti. Il compito educativo degli adulti è quello di assecondare la crescita armonica dei più giovani, in tutte le componenti della loro personalità.
 Il metodo scout si propone proprio quell’obbiettivo. Fu ideato da un ufficiale britannico, Robert Baden-Powell, agli inizi del secolo scorso. Durante l’assedio di Mafeking, in Sud Africa, nella guerra anglo-boera  scoppiata nel 1899, iniziò a inquadrare dei ragazzi in un corpo di cadetti, con il ruolo di esploratori e portaordini. C’erano anche bambini dell’età di quelli vostri del catechismo. Funzionarono molto bene. Tornato in Inghilterra il Baden-Powell organizzò un corpo simile, ma con intenti solamente educativi, non bellici. Il suo metodo  è basato sull’attribuzione di responsabilità ai ragazzi fin da molto piccoli. Seguendolo, i bambini non bambineggiano  più. Io ne ho fatta esperienza da lupetto. Ve lo posso assicurare.
 C’è chi pensa che i bambini debbano bambineggiare perché così sono felici e che trattandoli da adulti si tolga loro qualcosa di bello. Non  è così. I bambini  bambineggiano  quando si annoiano e sono costretti a vivere esperienze che non li interessano, come appunto quando gli adulti pretendono che  facciano  i bambini.
  La gran parte di voi, care catechiste e cari catechisti, proviene da un movimento che si è come specializzato nella formazione degli adulti. Quindi mi pare che esso dia poca importanza al lavoro che si fa con i bambini e quindi finisce per trattarli da bambini, per cui tendono a bambineggiare. Ritiene che l’educazione dei bambini competa essenzialmente ai genitori e che questi ultimi la debbano svolgere utilizzando la loro autorità gerarchica  naturale, per cui debbano dire a un bambino che cosa pensare e fare e che poi si debbano aspettare, e debbano anche ottenere pretendendolo, con le buone o con le cattive come si dice, che lui lo pensi e lo faccia.  E, se è certamente vero che i genitori, come è naturale che sia, hanno un’importante responsabilità educativa, è anche vero che, ad un certo punto, la maturazione della persona si blocca se non si esce dall’ambito familiare e non si impara, facendone tirocinio, a interagire con la società.  Questo è vero anche per le questioni di fede.
 In un certo senso l’impostazione di tipo familistico dell’iniziazione ed educazione religiosa crea, se non arricchita con un’esperienza sociale più ampia, molti problemi, in particolare nella nostra organizzazione religiosa, in cui ci confrontiamo con un grandissimo numero di padri che ci si propongono come nostri superiori gerarchici  per una sorta di diritto naturale, in particolare in quanto adulti maschi per cui l’autorità sarebbe loro connaturata e allora, al termine di una certa specifica formazione, gliela si riconosce. Quello maggiore è di mantenere la fede a un livello di bambineggiamento, e non dico  infantile perché, come ho detto, quelli che consideriamo  infanti sono in realtà persone che, se non indotte a bambineggiare, non bambineggiano, sono quindi persone capaci di essere serie  della stessa serietà degli adulti. L’altro, molto grave, è quello di indurre dipendenza  acritica, appunto come quella che i nostri genitori pretendono da noi fino a quando, ad un certo punto, emergiamo  all’autonomia e contrattiamo altri tipi di rapporti, crescendo.
  In quella concezione di cui dicevo, quella del bambino è una fase della vita in fondo poco interessante. Vedendo la cosa dall’esterno, e metto sempre le mani avanti in questo come quando parlo di cose che non ho avvicinato veramente, sembra che si voglia aspettare che i bambini crescano, che facciano un mucchio di cose cattive seguendo la corrente dei cattivi esempi dei loro coetanei, che tocchino il fondo e che, a quel punto, ci si proponga di andare a recuperarli, quando le loro resistenze si sono fatte più deboli perché appunto sono caduti, per ricostruirli e per realizzare in loro  l’uomo nuovo, sostanzialmente riportandoli nel seno di una specie di famiglia allargata, in cui vivano felici come adulti/bambini. Ecco, questo non è in linea con gli obiettivi che ci si propone, ai nostri tempi, nella catechesi, quella programmata dai nostri vescovi intendo.
 Lo scopo che si vorrebbe raggiungere  è invece quello di una maturazione armonica nella fede che prevenga la caduta.  Si lavora sul bambino per rafforzare l’adulto che sarà. Parlando a lui si parla proprio a quell’adulto. E l’esperienza religiosa del bambino non è diversa da quella dell’adulto, perché nella vita del bambino c’è tutto quello, naturalmente in una versione per così dire semplificata, che ci sarà nella vita dell’adulto. La sfida per voi è quella di scoprirlo e in questo modo di raggiungere il bambino nelle sue esigenze naturali di crescita e di maturazione. Calibrate il vostro lavoro di conseguenza e constatate se i bambini poi seguitano a  bambineggiare  o cambiano atteggiamento a catechismo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli