Lettera
alle catechiste e ai catechisti della parrocchia per l’iniziazione e l’educazione
alla fede dell’infanzia
Care catechiste e cari catechisti, so che la
gran parte di voi proviene dall’esperienza comunitaria che ha prevalso nella
nostra parrocchia negli ultimi trent’anni. E, da molti indizi, rilevo che,
verosimilmente, il numero maggiore dei miei lettori appartiene a quell’ambiente.
Questa è per me un’occasione straordinaria, veramente provvidenziale, per
instaurare quel dialogo di cui in passato non c’è stata mai occasione. Ma, in
realtà, esso non coinvolge solo me e voi. Ed è come se noi, io e voi, nel mezzo
delle divergenze che travagliano la nostra comunità, decidessimo ad un certo
punto di fare una pausa e andare a cercare, nello spirito che viene evocato nel
racconto evangelico di Gv 3, in cui vediamo Nicodemo, uno dei capi del gruppo
che si opponeva al nostro Primo Maestro, che lo va a trovare, di notte, per
fargli delle domande, per capire meglio. L’esempio di Nicodemo non è di solito
considerato del tutto positivo, perché è rimasto a rappresentare un interesse
che rifiuta o teme di manifestarsi apertamente, e quindi l’immagine di una
certa incoerenza. Ma in realtà è esperienza comune di chi ragiona di fede, a
qualsiasi livello lo faccia, si tratti ad esempio di un genitore o di un
catechista o di un teologo, un prete o un vescovo, di trovarsi a volta nella
condizione di Nicodemo e di sentire il bisogno di andare alla fonte, anche
senza ancora determinarsi ad abbandonare certe posizioni, quindi, appunto, di notte. E’ questo proporsi di interrogare quella fonte
che è apprezzabile e che, in fondo, è veramente l’atteggiamento del credente, che non pone solo in sé stesso o
in un qualche gruppo o in una qualche ideologia la sua sicurezza esistenziale.
Vi state occupando di bambini. Raccontate loro
delle cose della nostra fede. Mi dicono che vi lamentate che i bambini si comportano
da bambini. “Non sanno nulla” dite e,
soprattutto, sembra che non vogliano sapere nulla. A catechismo
bambineggiano, fanno confusione, chiasso, è difficile coglierne l’attenzione.
In effetti c’è chi potrebbe obiettarvi che ha poco senso pretendere che i
bambini non si comportino da bambini, e invece avete ragione voi. Non è normale che i bambini si comportino così a
catechismo. C’è qualcosa che non va. Ragionandoci su, di solito, diamo le colpe
alle famiglie, come sempre quando un giovane è irrequieto e allora ci si
lamenta che è stato educato male. Ci può essere anche questo, senz’altro. Però,
tenete conto che i bambini del catechismo vi
sono stati affidati dalle loro famiglie. Quindi queste ultime hanno una
sensibilità religiosa. Quei bambini di cui vi state occupando non ve li siete
andati a scegliere per strada, come fanno certi preti e volontari in tanti
inferni del mondo e come ad esempio fece, qui a Roma nel Cinquecento, Filippo
Neri. No: a catechismo ci sono stati portati. Vivono
quindi in un microcosmo culturale di famiglia che apprezza il lavoro che fate
e, più in generale, quello che si fa in religione. Altrimenti quei bambini non
sarebbero tra voi.
Vi voglio proporre un’idea alternativa per
spiegare perché i bambini bambineggiano a catechismo. La traggo innanzi tutto dalla
mia esperienza, in particolare da quella antica di scout, e poi da cose che ho
letto.
I bambini bambineggiano quando li si tratta da
bambini. E questo è un errore che qualche volta le mamme dei tempi nostri
fanno. Un tempo non era così. I bambini venivano presi molto sul serio e si
pretendevano molto presto da loro atteggiamenti da adulti. Si attribuivano loro
importanti responsabilità. Di modo che, nel ricordo degli anziani, i bambini di
una cinquantina di anni fa bambineggiavano
molto meno e questo, risalendo nel
tempo, si fa sempre più evidente, per quello che rimandano le nostre fonti di
conoscenza.
Ci fu un tempo che i bambini dell’età di
quelli che vi sono stati portati al catechismo lavoravano, e anche in lavori molto duri. E’ del 1859 la prima
legge che in Italia vietò certe forme di lavoro infantile: riguardava,
vietandolo, l’impiego di bambini al di sotto dei dieci anni nelle miniere. Del
lavoro infantile nell’Ottocento si parla in due famosi libri per ragazzi, Oliver Twist e David
Copperfield, dell’inglese Charles Dickens, pubblicati all’inizio di quel
secolo.
Un bambino vive sostanzialmente nella
dimensione del gioco, che però è molto diverso dai passatempi che noi adulti
chiamiamo con lo stesso nome. Per un bambino il gioco è un’esperienza molto
seria, è una versione semplificata del mondo degli adulti, in cui se ne fa
tirocinio e così introduce al mondo degli adulti.
Nei giochi che i bambini organizzano quando
vivono in ambienti che danno loro una certa autonomia, come era il quartiere
delle Valli della mia infanzia, a differenza di ciò che esso è diventato ai
tempi nostri, ci sono il male e il bene sociali, ogni virtù e ogni malvagità,
ci si fa del male e del bene, si soffre e si gioisce, si instaurano gerarchie,
a volte dispotiche, si vivono esperienze liberanti. L’unica differenza con i
mondo degli adulti è la possibilità di cambiamenti molto più rapidi e radicali,
talvolta di giorno in giorno, perché i bambini crescono molto velocemente e,
crescendo, modificano rapidamente le società da essi espresse e i loro costumi.
Noi, dimenticandoci della nostra esperienza personale di bimbi, spesso non ci
rendiamo conto di quanto possa essere infelice un bambino. Il fatto che, vista
con gli occhi degli adulti, la sua esperienza di sofferenza sia transitoria e,
in fondo, superabile con il crescere dell’età e la maturazione personale, non
toglie nulla alla sua intensità.
Qual è il mestiere
di un bimbo? Quello di crescere, di
diventare un adulto. Dal punto di vista fisiologico questo accadrà sicuramente,
dal punto di vista psicologico e dell’integrazione sociale è possibile però che
ci siano degli sfasamenti, dei ritardi, per cui c’è la possibilità che una
persona diventi adulta fisicamente ma non sotto altri aspetti. Il compito
educativo degli adulti è quello di assecondare la crescita armonica dei più
giovani, in tutte le componenti della loro personalità.
Il metodo scout si propone proprio quell’obbiettivo.
Fu ideato da un ufficiale britannico, Robert Baden-Powell, agli inizi del secolo
scorso. Durante l’assedio di Mafeking, in Sud Africa, nella guerra anglo-boera scoppiata nel 1899, iniziò a inquadrare dei ragazzi in un corpo di cadetti, con il ruolo di esploratori e
portaordini. C’erano anche bambini dell’età di quelli vostri del catechismo.
Funzionarono molto bene. Tornato in Inghilterra il Baden-Powell organizzò un
corpo simile, ma con intenti solamente educativi, non bellici. Il suo metodo è basato sull’attribuzione di responsabilità
ai ragazzi fin da molto piccoli. Seguendolo, i bambini non bambineggiano più. Io ne ho
fatta esperienza da lupetto. Ve lo
posso assicurare.
C’è chi pensa che i bambini debbano bambineggiare perché così sono felici e
che trattandoli da adulti si tolga loro qualcosa di bello. Non è così. I bambini bambineggiano quando si annoiano e sono costretti a vivere
esperienze che non li interessano, come appunto quando gli adulti pretendono
che facciano
i bambini.
La gran parte di voi, care catechiste e cari catechisti,
proviene da un movimento che si è come specializzato
nella formazione degli adulti. Quindi mi pare che esso dia poca importanza al lavoro
che si fa con i bambini e quindi finisce per trattarli da bambini, per cui
tendono a bambineggiare. Ritiene che
l’educazione dei bambini competa essenzialmente ai genitori e che questi ultimi
la debbano svolgere utilizzando la loro autorità gerarchica naturale, per cui
debbano dire a un bambino che cosa pensare e fare e che poi si debbano aspettare, e
debbano anche ottenere pretendendolo, con
le buone o con le cattive come si dice, che lui lo pensi e lo faccia. E, se è certamente vero che i genitori, come
è naturale che sia, hanno un’importante responsabilità educativa, è anche vero
che, ad un certo punto, la maturazione
della persona si blocca se non si esce dall’ambito familiare e non si impara,
facendone tirocinio, a interagire con la società. Questo è vero anche per le questioni di fede.
In un certo senso l’impostazione di tipo familistico dell’iniziazione ed
educazione religiosa crea, se non arricchita con un’esperienza sociale più
ampia, molti problemi, in particolare nella nostra organizzazione religiosa, in
cui ci confrontiamo con un grandissimo numero di padri che ci si propongono come nostri superiori gerarchici per una sorta di diritto naturale, in particolare in
quanto adulti maschi per cui l’autorità sarebbe loro connaturata e allora, al termine di una certa specifica formazione,
gliela si riconosce. Quello maggiore è di mantenere la fede a un livello di bambineggiamento, e non dico infantile perché, come ho detto, quelli
che consideriamo infanti sono in realtà persone che, se non
indotte a bambineggiare, non bambineggiano, sono quindi persone capaci
di essere serie della stessa serietà degli adulti. L’altro,
molto grave, è quello di indurre dipendenza
acritica, appunto come quella che i nostri
genitori pretendono da noi fino a quando, ad un certo punto, emergiamo all’autonomia e contrattiamo altri tipi di
rapporti, crescendo.
In quella concezione di cui dicevo, quella
del bambino è una fase della vita in fondo poco interessante. Vedendo la cosa
dall’esterno, e metto sempre le mani avanti in questo come quando parlo di cose
che non ho avvicinato veramente, sembra che si voglia aspettare che i bambini crescano,
che facciano un mucchio di cose cattive seguendo la corrente dei cattivi esempi
dei loro coetanei, che tocchino il fondo e che, a quel punto, ci si proponga di
andare a recuperarli, quando le loro resistenze si sono fatte più deboli perché
appunto sono caduti, per ricostruirli e per realizzare in loro l’uomo
nuovo, sostanzialmente riportandoli nel seno di una specie di famiglia
allargata, in cui vivano felici come adulti/bambini. Ecco, questo non è in linea
con gli obiettivi che ci si propone, ai nostri tempi, nella catechesi, quella programmata dai nostri vescovi intendo.
Lo scopo che si vorrebbe raggiungere è invece quello di una maturazione armonica
nella fede che prevenga la caduta. Si lavora sul bambino per rafforzare l’adulto
che sarà. Parlando a lui si parla proprio a quell’adulto. E l’esperienza
religiosa del bambino non è diversa da quella dell’adulto, perché nella vita
del bambino c’è tutto quello, naturalmente in una versione per così dire semplificata, che ci sarà nella vita
dell’adulto. La sfida per voi è quella di scoprirlo e in questo modo di
raggiungere il bambino nelle sue esigenze naturali
di crescita e di maturazione. Calibrate il vostro lavoro di conseguenza e
constatate se i bambini poi seguitano a bambineggiare o cambiano atteggiamento a catechismo.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli