Indurre
una comunità aperta - 10 - conclusione
Chi pensa che, nel mondo di oggi, la fede
possa resistere solo in una comunità chiusa ragiona come se essa effettivamente appartenesse a un altro mondo, a
un altro pianeta, e potesse sopravvivere sulla terra solo in una atmosfera modificata, in una specie
di bolla
di sostegno vitale, appunto come si
immagina che sia la vita degli esseri umani su altri pianeti non provvisti
dell’aria che ci serve per vivere o circondati da atmosfere fatte di altri gas.
E’ veramente così?
In dottrina generalmente si ritiene di no.
E’ proprio questo il mondo a cui è stata portata la salvezza
soprannaturale e che riteniamo anche capace di distinguere e accogliere
l’appello, la chiamata, che ci viene nella fede. Esso è impregnato di
malvagità, certamente, e i soccombenti,
i poveri, gli sconfitti, i sofferenti per ingiustizia ne sono travagliati, come anche gli stessi
malvagi perché noi non siamo stati creati
per fare il male, per cui l’appello alla conversione giunge anche ai loro
cuori, anche questo è vero, perché in
religione pensiamo che il male e le sue opere siano una solida realtà, ma è
proprio in questo mondo che è
avvenuta e sempre avviene una sorta di semina soprannaturale, per cui ciò che
ci si aspetta che cresca, effettivamente poi cresce. Questo mondo non è stato
abbandonato dall’Altissimo e non ci è stato comandato di costruire una nuova arca
per fuggirne, per scampare, noi soli, alla distruzione finale, alla vendetta
divina e cose del genere.
Gli studiosi osservano che dallo scorso
secolo i processi formativi in religione hanno cominciato ad essere definiti
come una iniziazione, ma che, a
differenza di ciò che con quel concetto si intende in antropologia, la scienza che studia ciò che gli esseri
umani sono sia come singoli sia nei gruppi da essi formati, essi non
introducono in gruppi chiusi, ma in un popolo di apertura universale (così Emilio
Alberich, nel testo di catechetica che in questi giorni ho più volte citato).
Questo perché, nella concezione di fede, non solo riteniamo che l’azione
soprannaturale preceda la nostra e la sostenga, ma anche che susciti e sostenga
la risposta umana all’appello alla conversione.
L’universalità di questi
processi è determinata dalla loro relazione soprannaturale, per cui quando ci si
propone, secondo la nostra fede, di indurre una comunità, non si tratta di
costruire un aggregato di persone selezionate
per fare vita separata, e quindi scelte dai fondatori secondo certi criteri per cui
vanno bene per condurre quell’esistenza senza dare problemi, ma di chiamarvi a
partecipare tutti coloro che sono
raggiunti da quell’appello soprannaturale, da quella vocazione che è anche una convocazione,
vale a dire, in definitiva, veramente tutti
gli esseri umani, senza poter andare
troppo per il sottile.
Quanto poi alla conversione, che è all’inizio
della risposta a quell’appello, vi sono quelli che concepiscono il processo di
destrutturazione e di ristrutturazione, il cambiamento di mentalità che esso
comporta, nel senso che esso debba
comportare la distruzione di tutto ciò che uno è stato prima e la ricostruzione di una persona secondo un
certo modello. Così la fede si edificherebbe su macerie umane. Ma dov’è, in
questa concezione, la dignità infinita della persona umana? E, soprattutto,
con che arrogante presunzione da apprendisti
stregoni si pretende di avere la ricetta giusta per ricostruire gli altri! Mi
potete indicare un solo episodio di conversione manifestatosi alla presenza del
Fondatore che si sia basato su questo presupposto di ridurre l’altro in una
maceria umana? La conversione è arricchimento
personale, è trasformazione nel senso di trasfigurazione.
Così io l'ho capita. E’ così o non è così? Discutiamone.
La conversione si vive di solito facendo
esperienza religiosa in una certa collettività. E c’è necessità che qualcuno ci
parli di certe cose, per poterle poi sperimentare. Questa è l’opinione
degli esperti di catechesi. Ma la fede, poi, compresa, capita, interpretata, impersonata,
all’interno di una particolare esperienza religiosa, secondo il processo della mediazione culturale, sviluppandosi
e approfondendosi tende a collegarsi con le esperienze di fede vissute in altre
collettività del nostro tempo e dei tempi passati, acquisendone una sempre
maggiore conoscenza e consapevolezza, superando ogni confine di cultura e di
tempo, perché essa è per sempre e per tutti, dovunque c’è stato e c’è un essere
umano. In questo la sua universalità. In questo modo si è poi anche creativi, nel senso di produrre risposte
di fede secondo le varie situazioni in cui ci si trova, scrutando, come si
suole dire, i segni dei tempi. L’obiettivo che ci è stato dato nella fede è addirittura l’unità del genere umano, così hanno insegnato i saggi dell’ultimo
Concilio, e noi, collettivamente, ne dobbiamo essere segno e strumento in ogni
tempo della nostra vita, fin da piccoli.
Si utilizzano vari modi per descrivere con
un’immagine quest’azione di trasformazione/trasfigurazione per cui persone e
collettività costantemente si convertono e quindi sviluppano la fede, la
approfondiscono, la impersonano e infine ne divengono segno e strumento. Tra
questi l’idea che sia come un cammino
o che si cresca nella fede. Essendo vissuto per trent’anni in
una parrocchia che è stata come inglobata
nel Cammino neocatecumenale ho capito e sperimentato i limiti di queste metafore, vale
a dire di questi paragoni, che, prese troppo sul serio, tendono a creare
un’idea della cosa non del tutto accettabile. Si cammina, ma dove si va, se
si cammina? Alla fine, in tutto questo camminare si ha l’impressione di non
arrivare mai da nessuna parte. Che, insomma, la meta, la destinazione sia
sempre al di là di ogni traguardo raggiunto. La pienezza sarebbe sempre di
là da venire. L’idea dello sviluppo della fede come una crescita tende a dare invece l’immagine di una gerarchia nella
gente di fede, tra chi è cresciuto di più e chi di meno, come anche, riprendendo
la prima figura, tra chi è più avanti e chi più indietro nella fede. Le immagini figurate servono a
dare un’idea di concetti più complicati ma non bisogna mai che ci prendano la
mano.
In realtà la pienezza è alla nostra portata fin dall'inizio e sempre, non
occorre fare un sforzo straordinario per raggiungerla e divenire una sorta di
atleti spirituali per conseguirla: in queste cose si fa in genere l’esperienza di essere già arrivati quando si
è partiti e che tutto ciò che è seguito è stato un immergersi più in profondità
in una realtà alla quale già si appartiene. La fede infatti è come luce che non
tramonta. Essa ci è data.
Meglio considerare la fede come un processo
che riguarda profondamente gli esseri umani in tutte le loro dimensioni, sia
personali che collettive. Esso si sviluppa nel corso della vita individuale e
sociale, seguendo il corso delle culture degli esseri umani, anche se non si
lega indissolubilmente con nessuna di esse, essendo la risposta ad un appello
soprannaturale universale. La fede
viene presentata con certi contenuti, che tendono ad essere arricchiti passando
per le varie culture ed esperienze umane, di generazione in generazione: è cioè
anche creativa in questa dimensione sociale. E le strutture sociali delle
culture che la esprimono non solo strumenti esterni per la sua diffusione, dei
metodi per inculcare una fede che giunge come dall’esterno, ma la connotano
profondamente anche se, nella dinamica universale che caratterizza la nostra
fede, tendono ad essere superate nelle metamorfosi che subiscono sia per
dinamiche proprie, interne, sia nel contatto con altre culture. Di modo che ad
una fede tendenzialmente aperta, in quanto universale, vale a dire cattolica, devono corrispondere
collettività aperte, almeno come
orizzonte ultimo, anche se poi per esigenze particolari si raccolgono in sé
stesse come accade, ad esempio, quando si frequenta un corso di studi e allora si frequentano certe lezioni e ci si
propone un determinato percorso di esami, e via dicendo. In questa prospettiva
non c’è chi è più avanti e chi più indietro e chi è cresciuto di più e chi è cresciuto di meno, per cui si possa
fare una classifica e anche una gerarchia, ma ognuno viene coinvolto in questo
processo che si risolve in un approfondimento
del senso esistenziale della vita umana e, in questo, costituisce non la
demolizione della vita prima della conversione, ma un arricchimento di essa, anche
se indubbiamente comporta anche di separarsi da ciò che nell’ottica di fede si
capisce essere il male, e questa è un’esperienza liberante, perché il male rende schiavi e quindi infelici. Ogni
persona mantiene, partecipando a questo processo collettivo, la medesima
dignità che le viene dalla sua relazione soprannaturale, anche se, nei vari
tempi della vita, impara e sperimenta cose nuove, e anche si corregge e
riprende da capo dove occorre, con l’aiuto e la solidarietà degli altri con cui
vive questa esperienza religiosa. Perché ognuno, grandi e piccoli, all’inizio e
alla fine, in ogni tempo della sua vita, che abbia studiato o no, in qualunque
cultura sia immerso, a qualunque comunità particolare sia stato aggregato,
qualunque metodo abbia seguito e qualunque cammino abbia intrapreso e a
qualsiasi loro livello o tappa sia
arrivato, si trova sempre esattamente nel punto preciso in cui l’Eterno
fondamento di tutto l’ha collocato e ciò che ha da fare è solo di esporsi alla
sua luce beata, e allora anche i più piccoli profetizzeranno, è scritto (Gl 3,1. At 2,17), quindi capiranno il
senso profondo dell’esistenza e potranno anche insegnarlo ai più grandi, ed
anzi le chiavi del Regno sono date a chi
le riceve con spirito di bimbo, è pure scritto (Mt, 18,4; 19-14. Mc 10,15. Lc
18,16), e, in definitiva, è sempre vero, anche questo è scritto (Sal 36 (35),
10) , che alla sua luce vediamo la luce, per cui l’appello
di sempre di chi trasmette la voce dell’Altissimo è stato ed è quello dell’antico
profeta: vieni, popolo di fede,
camminiamo nella luce del Signore (Is 2,5). Amen.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli