lunedì 21 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 10 - conclusione

Indurre una comunità aperta - 10 - conclusione

  Chi pensa che, nel mondo di oggi, la fede possa resistere solo in una comunità  chiusa ragiona come se  essa effettivamente  appartenesse a un altro mondo, a un altro pianeta, e potesse sopravvivere sulla terra solo in una atmosfera modificata, in una specie di  bolla  di sostegno vitale, appunto come si immagina che sia la vita degli esseri umani su altri pianeti non provvisti dell’aria che ci serve per vivere o circondati da atmosfere fatte di altri gas. E’ veramente  così?
   In dottrina generalmente si ritiene di no. E’ proprio questo  il mondo a cui è stata portata la salvezza soprannaturale e che riteniamo anche capace di distinguere e accogliere l’appello, la chiamata, che ci viene nella fede. Esso è impregnato di malvagità, certamente, e i soccombenti,  i poveri, gli sconfitti, i sofferenti per ingiustizia  ne sono travagliati, come anche gli stessi malvagi perché noi non siamo stati creati per fare il male, per cui l’appello alla conversione giunge anche ai loro cuori,  anche questo è vero, perché in religione pensiamo che il male e le sue opere siano una solida realtà, ma è proprio in questo mondo che è avvenuta e sempre avviene una sorta di semina soprannaturale, per cui ciò che ci si aspetta che cresca, effettivamente poi cresce. Questo mondo non è stato abbandonato dall’Altissimo e non ci è stato comandato di costruire una nuova  arca per fuggirne, per scampare,  noi soli, alla distruzione finale, alla vendetta divina e cose del genere.
  Gli studiosi osservano che dallo scorso secolo i processi formativi in religione hanno cominciato ad essere definiti come una iniziazione, ma che, a differenza di ciò che con quel concetto si intende in antropologia,  la scienza che studia ciò che gli esseri umani sono sia come singoli sia nei gruppi da essi formati, essi non introducono in gruppi  chiusi, ma in un popolo di apertura universale (così Emilio Alberich, nel testo di catechetica che in questi giorni ho più volte citato). Questo perché, nella concezione di fede, non solo riteniamo che l’azione soprannaturale preceda la nostra e la sostenga, ma anche che susciti e sostenga la risposta umana all’appello alla conversione.  L’universalità di questi processi è determinata dalla loro relazione soprannaturale, per cui quando ci si propone, secondo la nostra fede, di indurre una comunità, non si tratta di costruire un aggregato di persone selezionate per fare vita separata, e quindi scelte  dai fondatori secondo certi criteri per cui vanno bene per condurre quell’esistenza senza dare problemi, ma di chiamarvi a partecipare tutti coloro che sono raggiunti da quell’appello soprannaturale, da quella vocazione che è anche una convocazione, vale a dire, in definitiva, veramente tutti  gli esseri umani, senza poter andare troppo per il sottile.
  Quanto poi alla conversione, che è all’inizio della risposta a quell’appello, vi sono quelli che concepiscono il processo di destrutturazione e di ristrutturazione, il cambiamento di mentalità che esso comporta,  nel senso che esso debba comportare la distruzione  di tutto ciò che uno è stato prima e la ricostruzione di una persona secondo un certo modello. Così la fede si edificherebbe su macerie umane. Ma dov’è, in questa concezione, la dignità  infinita della persona umana? E, soprattutto, con che arrogante presunzione da apprendisti stregoni si pretende di avere la ricetta giusta per ricostruire  gli altri! Mi potete indicare un solo episodio di conversione manifestatosi alla presenza del Fondatore che si sia basato su questo presupposto di ridurre l’altro in una maceria umana? La conversione è arricchimento personale, è trasformazione nel senso di trasfigurazione. Così io l'ho capita. E’ così o non è così? Discutiamone.
 La conversione si vive di solito facendo esperienza religiosa in una certa collettività. E c’è necessità che qualcuno  ci parli di certe cose, per poterle poi sperimentare. Questa è l’opinione degli esperti di catechesi. Ma la fede, poi,  compresa, capita, interpretata, impersonata, all’interno di una particolare esperienza religiosa, secondo il processo della  mediazione culturale,   sviluppandosi e approfondendosi tende a collegarsi con le esperienze di fede vissute in altre collettività del nostro tempo e dei tempi passati, acquisendone una sempre maggiore conoscenza e consapevolezza, superando ogni confine di cultura e di tempo, perché essa è per sempre e per tutti, dovunque c’è stato e c’è un essere umano. In questo la sua universalità. In questo modo si è poi anche creativi, nel senso di produrre risposte di fede secondo le varie situazioni in cui ci si trova, scrutando, come si suole dire,  i segni dei tempi.  L’obiettivo che ci è stato dato  nella fede è addirittura l’unità del genere umano, così hanno insegnato i saggi dell’ultimo Concilio, e noi, collettivamente, ne dobbiamo essere segno e strumento in ogni tempo della nostra vita, fin da piccoli.
  Si utilizzano vari modi per descrivere con un’immagine quest’azione di trasformazione/trasfigurazione per cui persone e collettività costantemente si convertono e quindi sviluppano la fede, la approfondiscono, la impersonano e infine ne divengono segno e strumento. Tra questi l’idea che sia come un cammino o che si cresca  nella fede. Essendo vissuto per trent’anni in una parrocchia che è stata come inglobata nel Cammino neocatecumenale  ho capito  e sperimentato i limiti di queste metafore, vale a dire di questi paragoni, che, prese troppo sul serio, tendono a creare un’idea della cosa non del tutto accettabile. Si  cammina, ma dove si va, se si cammina? Alla fine, in tutto questo camminare si ha l’impressione di non arrivare mai da nessuna parte. Che, insomma, la meta, la destinazione sia sempre al di là di ogni traguardo raggiunto. La pienezza  sarebbe sempre di là da venire. L’idea dello sviluppo della fede come una crescita tende a dare invece l’immagine di una gerarchia nella gente di fede, tra chi è cresciuto  di più e chi di meno, come anche, riprendendo la prima figura, tra chi è più avanti  e chi  più indietro  nella fede. Le immagini figurate servono a dare un’idea di concetti più complicati ma non bisogna mai che ci prendano la mano.
 In realtà la pienezza è alla nostra portata fin dall'inizio e sempre, non occorre fare un sforzo straordinario per raggiungerla e divenire una sorta di atleti spirituali per conseguirla: in queste cose si fa in genere  l’esperienza di essere già arrivati quando si è partiti e che tutto ciò che è seguito è stato un immergersi più in profondità in una realtà alla quale già si appartiene. La fede infatti è come luce che non tramonta. Essa ci è data.
  Meglio considerare la fede come un processo che riguarda profondamente gli esseri umani in tutte le loro dimensioni, sia personali che collettive. Esso si sviluppa nel corso della vita individuale e sociale, seguendo il corso delle culture degli esseri umani, anche se non si lega indissolubilmente con nessuna di esse, essendo la risposta ad un appello soprannaturale universale. La fede viene presentata con certi contenuti, che tendono ad essere arricchiti passando per le varie culture ed esperienze umane, di generazione in generazione: è cioè anche creativa in questa dimensione sociale. E le strutture sociali delle culture che la esprimono non solo strumenti esterni per la sua diffusione, dei metodi per inculcare una fede che giunge come dall’esterno, ma la connotano profondamente anche se, nella dinamica universale che caratterizza la nostra fede, tendono ad essere superate nelle metamorfosi che subiscono sia per dinamiche proprie, interne, sia nel contatto con altre culture. Di modo che ad una fede tendenzialmente  aperta, in quanto universale, vale a dire  cattolica, devono corrispondere collettività aperte, almeno come orizzonte ultimo, anche se poi per esigenze particolari si raccolgono in sé stesse come accade, ad esempio, quando si frequenta un corso di studi  e allora si frequentano certe lezioni e ci si propone un determinato percorso di esami, e via dicendo. In questa prospettiva non c’è chi è più avanti e chi più indietro e chi è cresciuto di più  e chi è cresciuto di meno, per cui si possa fare una classifica e anche una gerarchia, ma ognuno viene coinvolto in questo processo che si risolve in un approfondimento del senso esistenziale della vita umana e, in questo, costituisce non la demolizione della vita prima della conversione, ma un arricchimento  di essa, anche se indubbiamente comporta anche di separarsi da ciò che nell’ottica di fede si capisce essere il male, e questa è un’esperienza liberante, perché il male rende schiavi e quindi infelici. Ogni persona mantiene, partecipando a questo processo collettivo, la medesima dignità che le viene dalla sua relazione soprannaturale, anche se, nei vari tempi della vita, impara e sperimenta cose nuove, e anche si corregge e riprende da capo dove occorre, con l’aiuto e la solidarietà degli altri con cui vive questa esperienza religiosa. Perché ognuno, grandi e piccoli, all’inizio e alla fine, in ogni tempo della sua vita, che abbia studiato o no, in qualunque cultura sia immerso, a qualunque comunità particolare sia stato aggregato, qualunque metodo abbia seguito e qualunque cammino abbia intrapreso e a qualsiasi loro livello o tappa  sia arrivato, si trova sempre esattamente nel punto preciso in cui l’Eterno fondamento di tutto l’ha collocato e ciò che ha da fare è solo di esporsi alla sua luce beata, e allora anche i più piccoli profetizzeranno, è scritto (Gl 3,1. At 2,17), quindi capiranno il senso profondo dell’esistenza e potranno anche insegnarlo ai più grandi, ed anzi le chiavi del  Regno sono date a chi le riceve con spirito di bimbo, è pure scritto (Mt, 18,4; 19-14. Mc 10,15. Lc 18,16), e, in definitiva, è sempre vero, anche questo è scritto (Sal 36 (35), 10) , che  alla sua luce vediamo la luce, per cui l’appello di sempre di chi trasmette la voce dell’Altissimo è stato ed è quello dell’antico profeta: vieni, popolo di fede, camminiamo nella luce del Signore (Is 2,5). Amen.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli