Indurre una comunità
aperta - 9
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| La lapide dedicata a don Nino Miraldi, posta sulla facciata della chiesa parrocchiale |
1. Nelle cose
umane si progredisce imparando dagli errori del passato. E’ così anche
nelle cose della fede.
Ma come capiamo che un certo modo di pensare o
di vivere la fede è sbagliato?
Questo è un problema che ha travagliato le
nostre collettività di fede fin dalle origini. Se ne trova l’esplicito racconto
negli scritti sacri che provengono dalla loro esperienza religiosa. Esso è
all’origine della moltissima violenza espressa in religione nei due millenni
successivi.
Ma, soprattutto, quando identifichiamo un
errore e un errante che cosa dobbiamo fare?
Negli
scritti sacri scaturiti dalle esperienze delle nostre prime collettività
religiose si fa menzione degli atteggiamenti da assumere sia nei confronti di
chi fa il male sia di chi si fa portatore di deviazioni ideologiche. Bisogna
dire che gli atteggiamenti consigliati non sono univoci, nelle varie
situazioni. Questo è un bel problema, non vi pare? Nell’organizzare la nostra
vita collettiva di fede come una società
religiosa, dandole una struttura, dei ministeri, delimitando poteri, ruoli e
competenze, si è in genere seguita la via più dura, adattando in una
prospettiva di fede le concezioni giuridiche dei tempi in cui si viveva, che in
genere prescrivevano di punire, anche molto duramente, ogni tipo di
delinquenti, e venivano considerati tali anche i portatori di concezioni
incompatibili con quelle ritenute normative, che ad un certo punto
costituirono, in Europa, anche il fondamento dell’ideologia politica dello
stato. Quindi, di fronte al delinquente pervicace, irriducibile, c’era l’esclusione,
che in contesti sociali in cui la religione era indispensabile per
l’integrazione sociale, equivaleva spesso alla morte sociale. Nei confronti
degli ideologi devianti si è stati molto più duri: essi furono per noi anàtema, termine tremendo che nel
significato originario proprio significava destinato
allo sterminio, e, prima di tutto, maledetto: quindi, da sterminare in quanto
maledetto. Essa fu impiegata dai molti santi uomini riuniti in
tutti i concili ecumenici della nostra confessione religiosa, ad esclusione
del proto-concilio di Gerusalemme, svoltosi ancora in età apostolica, e
dell’ultimo, negli scorsi anni Sessanta, per
condannare certe deviazioni ideologiche e, quindi, per sanzionarle,
rafforzando le concezioni ritenute corrette e pertanto normative. Poi, almeno
fino a quando le democrazie
contemporanee privarono i nostri capi
religiosi del loro crudele apparato
poliziesco e anche dei loro boia, si
passò in genere dalle parole ai fatti. Questa via corrisponde alle strategie
che troviamo spesso narrate, con riferimento a situazioni analoghe, in quella
parte degli scritti sacri che derivano dall’esperienza religiosa dell’antico
ebraismo. Anzi, possiamo riconoscere che è proprio da essa che abbiamo imparato
ad andare per le spicce con malvagi e dissenzienti. E questo nonostante che
l’ideologia della misericordia soprannaturale, del perdono verso chi ha
commesso il male, non sia assolutamente appannaggio esclusivo della nostra
fede, ma sia invece profondamente radicata in quegli stessi scritti sacri, e
dunque, dobbiamo riconoscere, anche nelle collettività che li espressero. In
particolare, l’ebraismo nostro contemporaneo ha subito, rispetto alla violenza
per ragioni ideologiche, un processo analogo a quello vissuto nella nostra
confessione religiosa, che lo ha portato a ripudiare quella violenza, in uno
sviluppo di alta civilizzazione che lo ha collegato alle più grandi sue
idealità di fede, un patrimonio culturale che in gran parte noi condividiamo attraverso le scritture
sacre.
Dunque in genere, storicamente, abbiamo riservato a malvagi e
dissenzienti gravi sanzioni e, particolare l’esclusione, di solito solo dalla
società, ma anche dalla vita stessa, nei tempi bui in cui era lecito farlo. Ma
come la mettiamo con l’atteggiamento di vicinanza misericordiosa del Fondatore verso i malvagi e gli erranti? Egli, ancora in vita, fu molto criticato per
questo. Andava tra loro e ne scaturivano conversioni, cambiamenti di mentalità
e di vita. Non li votava allo sterminio o all’esclusione sociale. E infine,
accettando il supplizio della Croce, condivise la condizione dei maledetti
sociali, di coloro che erano colpiti da anàtema,
e questo, nella concezione della
nostra fede, è ritenuto fonte della nostra salvezza (si legga il brano di
Galati 3,13).
In genere in religione la si è pensata alla prima maniera. Oggi invece
si tende più a prendere a modello gli esempi di misericordia della vita Fondatore. Ecco dunque che, di questi tempi, siamo invitati
a vivere un grande evento collettivo, specificamente liturgico, centrato sulla
misericordia come fonte di salvezza. Può essere un’occasione per approfondire
il tema.
Benché storicamente abbiamo molto praticato l’esclusione e la selezione,
scopriamo che non si era obbligati a farlo e che, anzi, era meglio che non lo
si fosse fatto. Il passato però rimane quello che è, non può essere cambiato,
perché, appunto, è passato. Possiamo però farne memoria per
trarne insegnamento. Non sempre siamo stati capaci di farlo. Qualche volta
abbiamo nostalgia delle epoche in cui difendevamo la fede discriminando,
escludendo, punendo e anche uccidendo, pure su larga scala. Dei papi guerrieri
e, comunque, bellicosi. Della fede difesa e diffusa a fil di spada. Dei tempi
in cui si lanciavano maledizioni e poi si passava a vie di fatto. Li si ricorda
e si coglie una bella coerenza in coloro che ne furono protagonisti: volevano
sterminare, anatemizzare, l’errore e,
in modo conseguente, sterminarono gli erranti. L’errore non deriva forse dagli
erranti?
Fece molto scalpore, il papa Roncalli, quando
nella sue enciclica La pace in terra, del 1963, distinse tra errore ed errante, sostenendo che non si doveva anatemizzare quest’ultimo per il solo
fatto delle difformità ideologiche:
83. Non si dovrà però mai confondere l’errore con
l’errante, anche quando si tratta di errore o di conoscenza inadeguata della
verità in campo morale religioso. L’errante è sempre ed anzitutto un essere
umano e conserva, in ogni caso, la sua dignità di persona; e va sempre
considerato e trattato come si conviene a tanta dignità. Inoltre in ogni essere
umano non si spegne mai l’esigenza, congenita alla sua natura, di spezzare gli
schemi dell’errore per aprirsi alla conoscenza della verità. E l’azione di Dio
in lui non viene mai meno. Per cui chi in un particolare momento della sua vita
non ha chiarezza di fede, o aderisce ad opinioni erronee, può essere domani
illuminato e credere alla verità. Gli incontri e le intese, nei vari settori
dell’ordine temporale, fra credenti e quanti non credono, o credono in modo non
adeguato, perché aderiscono ad errori, possono essere occasione per scoprire la
verità e per renderle omaggio.
Discutere di tutto ciò è il compito di
una comunità religiosa aperta, dunque capace di fare memoria
realistica del passato senza essere vincolata in gabbie ideologiche che
impediscono questo lavoro, che il Wojtyla, lo ricordo sempre, inaugurò
indicendo il Grande Giubileo dell’Anno 2000
e che chiamò purificazione della
memoria. L’attuale Giubileo può essere un’occasione propizia per riprendere
il discorso e, soprattutto, per fare tirocinio di misericordia.
2. I problemi,
nella questione degli errori, sorgono
specialmente quando noi stessi siamo
coinvolti nel giudizio come accusati.
Quando invece si tratta di fare la predica
agli altri è tutto più semplice. Se a cambiare dobbiamo essere noi, tutto si
complica. Entra in questione l’amor proprio e poi l’ambiente culturale in cui
ci si è formati e anche tutta una serie di fedeltà sociali alle quali
attribuiamo molta importanza, perché definiscono qual è il nostro posto insieme
agli altri.
Nelle vicende della nostra parrocchia, ad esempio, possiamo facilmente constatare che
si è creato un problema. Il quartiere delle Valli, a cui eravamo stati inviati
e in cui viviamo immersi, ci è divenuto estraneo. Viene sempre meno gente in
parrocchia e le famiglia affidano ad altre parrocchie i loro ragazzi per l’iniziazione
religiosa. Ci sono convincenti ragioni per collegare questa situazione all’ideologia
che ha sorretto negli ultimi trent’anni, fino allo scorso settembre, l’organizzazione
parrocchiale, che mi è apparsa essere stata centrata sull’idea di costituire
comunità chiuse, selezionandone i
membri e lavorando su questo resto
per perfezionarlo secondo un metodo
rigido, diretto gerarchicamente, in cui ai dissenzienti e recalcitranti veniva
indicata la porta. Tutto ciò nell’intento di creare una comunità potenziata, in grado sia di resistere
alle seduzioni dell’ambiente sociale circostante, visto come tendenzialmente
malvagio e irreligioso, sia di costituire un esempio attraente di come il vivere secondo certi principi, ispirati all’etica
della nostra fede, renda felici e integrati in una dimensione sociale solidale
e amorevole. Il primo obiettivo è stato
raggiunto, con il risultato però di rendere la neo-comunità impermeabile verso
la società al suo esterno, impedendo quel flusso circolare di dare-ricevere che è oggi è ritenuto
essenziale per un’integrazione culturale della fede. Ne è conseguita l’estraneità
della gente delle Valli. Il secondo obiettivo è stato mancato. La neo-comunità
ha esercitato una minima forza attrattiva verso l’esterno e, ora, mi dicono,
per ciò che riguarda l’iniziazione religiosa di secondo livello, si ritrova in
fondo a catechizzare i propri (numerosi)
figli e solo loro. Quindi c’è stata un’ideologia che ha prodotto un effetto
sociale molto negativo.
Si poteva fare
diversamente? Certo che si poteva e, aggiungo, in genere lo si fa.
Così possiamo riconoscere, parlandoci con
franchezza, che nella nostra parrocchia si è attuata una sorta di
sperimentazione di totalitarismo ed esclusivismo ideologico che non è andata a
buon fine. La si è attuata con le migliori intenzioni, naturalmente, partendo
da un’epoca, a cavallo tra gli ’70 e ’80 del secolo scorso, in cui si
constatava una certa frammentazione e dispersione delle nostre collettività
religiose a livello nazionale, e temendone gli esiti terminali si è tentato di
reagire. Si voleva costruire una cittadella sociale che brillasse sul monte e
illuminasse la gente intorno, ma si è riusciti a costruire solo una specie di
serra religiosa in cui viene coltivata e fatta crescere una specie pregiata e rara. Veramente un piccolo resto. Con
molto scarto, potremmo dire parlando
nei termini consueti al nostro vescovo e padre universale.
Se poi confrontiamo quell’impostazione
culturale con l’ideologia diffusa dai saggi del Concilio, centrata sull’apertura, sul dialogo,
e sulla mediazione culturale, a
partire dalla condivisione delle culture in cui si è immersi, la vediamo
profondamente divergente. In effetti essa si è sviluppata nel lungo inverno del
post-concilio in cui si tentò di attenuare certi effetti di rinnovamento che
erano stati indotti nel corso di quel grande evento.
Detto questo, riconosciuti questi effetti
molto negativi che si sono prodotti, e la divergenza ideologica dal magistero
in alcuni punti molto importanti, posso concludere che si sia trattato di un
pensiero erroneo e che coloro che lo
hanno seguito sono erranti? No, né l’una
né l’altra cosa. Reputo entrambi innocenti, di fronte al tribunale della mia
coscienza. Si è trattato di un’esperienza legittima, così come del resto hanno
riconosciuto i nostri capi religiosi. Il nostro lungo esperimento parrocchiale
si è svolto, in definitiva, alla luce del sole, con il pieno consenso della
diocesi. Lo riconosco, anche se personalmente mai e poi mai mi farei perfezionare secondo quel metodo e questo per le ragioni
che ho più volte spiegato in questa sede, in precedenti interventi.
Ma un errore c’è stato ed è stato molto serio:
esso è all’origine della gravità della situazione in cui la parrocchia si
trova.
L’errore è stato quello di proporre quell’esperienza
come esclusiva, lasciando un minimo margine a
tutte le altre, soprattutto a partire dall’iniziazione di secondo livello,
quella per la preparazione alla Cresima, e poi per la formazione degli adulti.
Se ci si vuole perfezionare in comunità chiuse, ciò che è legittimo, lo fanno ad
esempio tutti i religiosi e noi non li rimproveriamo per questo, occorre
comunque lasciare la possibilità di vivere la fede anche in comunità aperte, perché noi siamo mandati a tutte
le genti della Terra, è scritto.
Ora correggere quell’impostazione erronea è
molto difficile, perché quasi tutta la gente che è rimasta attiva in parrocchia
si è formata in comunità che la seguivano e, soprattutto, non ha alcuna esperienza
di qualcosa di diverso, e non conoscendola lo teme.
Penso che la via giusta sia quella di
discuterne apertamente, in questo deve iniziare a manifestarsi la comunità aperta che vorremmo indurre, prendendo
coscienza, innanzi tutto, della dinamica che rende la comunità aperta utile alla diffusione della fede
tra la gente, mentre nell’ottica della comunità chiusa la si vede essenzialmente come possibile sede di
deviazione.
E’ utile, in questo, acquisire consapevolezza
del processo di rinnovamento della catechesi innescato dal Documento di base del 1970 e
sviluppato nei documenti L’annuncio del
Vangelo (enciclica - 1975) del papa Montini e La catechesi (esortazione
apostolica - 1979) del papa Wojtyla oltre che nei vari altri documenti del
magistero su questo tema come i Direttori
catechistici generali promulgati
dall’organizzazione centrale della nostra confessione religiosa nel 1971 e nel
1997 e gli altri diffusi dalla Conferenza Episcopale Italiana. In tutti questi testi si trovano spiegati le
ragioni per cui occorre costituire anche comunità aperte e i metodi per farlo.
Riassumendo il senso
del discorso che si è sviluppato in quel lungo e complesso processo culturale
testimoniato da quei documenti, si può dire che si è presa consapevolezza, nel
passaggio alle società organizzate democraticamente, in cui quindi la
componente di massa ha assunto un valore sempre più importante nel definire gli
orientamenti culturali delle società, e ciò sia in senso positivo che in senso
negativo, che la trasmissione della rappresentazione culturale della fede non
può più consistere semplicemente nell’inculcare certi contenuti e certe ricette
di vita, ma richiede che la fede di cui si parla sia collegata al vissuto delle
persone e ne costituisca un approfondimento, per farne scoprire il profondo
valore religioso.
Scrive Emilio Alberich, in La catechesi oggi - manuale di catechetica
fondamentale, Elledici, 2002, a pag. 110:
L’esperienza religiosa non è tanto esperienza di
una realtà diversa o particolare, ma
piuttosto un modo più profondo di vivere
la realtà. Alla base dell’esperienza religiosa non stanno realtà o
situazioni estranee alla vita, ma la
vita stessa nei suoi momenti fondamentali - amore, odio, speranza, impegno,
sofferenza, morte, ecc. - colte però a un livello più profondo e radicale”.
Questo modo di vivere l’esperienza religiosa
richiede l’apertura e la mediazione culturale. Ciò che da noi in parrocchia è mancato, molto,
molto a lungo e che ora si fa fatica a
ricostituire. Perché, non dimentichiamolo mai, un tempo ci fu. Ci fu tempo in cui eravamo diversi. Sono i tempi,
da esempio, di don Nino Miraldi. Aver apposto una lapide sul muro della
facciata della parrocchia serve a ricordarcelo: si è stati diversi e si può,
quindi, anche ricominciare ad esserlo.
Mario Ardigò -
Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
