Indurre
una comunità aperta - 8
1.
Sto dedicando molto spazio al tema del
suscitare una comunità aperta perché esso è all’ordine del giorno nella nostra
parrocchia. Si tratta di attuare un profondo cambiamento di mentalità e metodi.
Lo si deve fare sulla base di un realistico bilancio dei risultati del passato,
in cui si è seguita un’impostazione opposta: non sono stati soddisfacenti. Ma
scrivendo così uso, in fondo, una forma attenuata per descrivere la situazione
in cui ci troviamo. Ho sentito parlare della nostra parrocchia come di una
collettività in agonia. Non è però l’immagine giusta, anche se può servire a
rendere l’idea della gravità del problema. Quest’ultimo ha riguardato
direttamente l’organizzazione parrocchiale, l’articolazione delle sue attività,
e solo di riflesso, e molto negativamente, la gente di fede che abita il
quartiere delle Valli, il popolo della parrocchia. La struttura e il suo popolo
sono diventati estranei l’una all’altro, reciprocamente. La prima ha dato al
secondo la colpa di tutto: è divenuto infedele, addirittura apostata. Il secondo ritiene la prima
inutile per la propria vita, o, almeno, non indispensabile o, a volte, e nel migliore dei casi, non più indispensabile, lo era stata (e
questo può far pensare che possa esserlo nuovamente) ma ora non più. Separandosi
ci si conosce sempre di meno e sempre, nelle cose dell’umanità, si diffida di
ciò che non si conosce. I linguaggi, i costumi, si sono venuti molto
differenziandosi. Per chi entra in parrocchia è come per chi arriva in una nazione
straniera senza conoscerne la lingua e i costumi ed è condannato al silenzio e
ad essere continuamente corretto per comportamenti che, nella cultura in
cui è arrivato, sono considerati
inappropriati o propriamente sconvenienti. E come in quel caso l’estraneità, il
sapere che si è solo provvisoriamente in un certo posto e che poi si ripartirà
presto senza stabilire legami più profondi, rende anche un po’ disinvolti nei
confronti dell’ambiente in cui, precariamente, si vive: in definitiva lo si
ricambia della stessa moneta, divenendo elemento di disturbo. E’ un
atteggiamento, in fondo, infantile, ma che va compreso. Negli adulti c’è, al
fondo della loro psiche, il bambino che furono. Certi atteggiamenti provocatori
che notiamo nei più piccoli, e dei quali i catechisti fanno quotidiana
esperienza, sono in genere la manifestazione di un disagio sociale: la reazione
è simile nei bambini e negli adulti. Ma questi ultimi hanno la possibilità,
interagendo socialmente, di superarne la causa, ripristinando relazioni
positive con l’ambiente in cui trovano difficoltà. Per i bambini è più
difficile. E’ compito delle persone più grandi d’età di aiutarli in questo: i
genitori innanzi tutto, ma è un compito che svolgono anche i fratelli, e
soprattutto le sorelle, maggiori, e poi, naturalmente ogni tipo di formatori, e
tra questi i preti e i catechisti.
Se consideriamo la parrocchia intesa come
popolo di fede delle Valli non possiamo ancora dire se essa sia effettivamente
in agonia. Non la conosciamo a sufficienza. E’ vero: la gente si accosta poco
alla chiesa parrocchiale e agli annessi spazi, partecipa poco
all’organizzazione delle attività della parrocchia. Questo non accade nelle
parrocchie confinanti, che pure ci assomigliano come ambienti umani. Ma veramente tutte queste persone non sono più abitate dalla nostra fede, le sono divenute estranee?
Ripensando all’ideologia che ha guidato
l’azione parrocchiale nel passato, fino allo scorso settembre, ci accorgiamo
che essa era finalizzata a indurre comunità di perfezionandi, proponendo un metodo
piuttosto rigido, sia nei suoi principi, sia nelle modalità attuative, sia nei
controlli di qualità. Si aveva una precisa idea di come si dovesse essere
collettività e la si è cercata di riprodurre in tutti coloro che ci accostavano
chiedendo una formazione alla fede, a volte semplicemente la
possibilità di vivere la propria fede in una dimensione sociale, o altre volte,
infine, solamente un aiuto nelle loro vite, perché soli, malati, emarginati,
usciti da poco da altre esperienze dolorose di vario tipo, e anche solo
insoddisfatti del senso che la loro vita aveva in quel momento. Per riuscirci
si è proceduto con un metodo strutturato secondo periodiche valutazioni degli altri che si era
riusciti a inglobare, seguite da correzioni,
che, per coloro che non riuscivano a sopportarle, si risolvevano poi in selezioni. Ho osservato tutto questo
dall’esterno e ne parlo quindi con riserva di verifica: non sono stato mai
coinvolto in quel processo di perfezionamento. Ma ho vissuto sempre alle Valli,
dall’età di due anni e con una sola interruzione di circa quattro anni, e
quindi posso dire di conoscere bene la
parrocchia, avendo avuto molte occasioni per osservarla e viverla. Penso quindi
di poter concludere che è stato proprio quel metodo di perfezionamento a creare
il problema. Ma lo ha creato in quanto è stata proposto come via esclusiva, quindi in quello che è
propriamente una forma di totalitarismo,
inteso non in senso politico, ma come ambizione di conformare tutta la parrocchia a quell’impostazione. Se si seleziona, e nella misura in cui lo si
fa, quindi nella misura in cui ai dissenzienti e ai recalcitranti si indica la
porta in uscita, si finisce per escludere. L’esclusione genera poi
estraneità. Io penso che sia andata così. Ma questa ricostruzione andrebbe
verificata, conoscendo meglio la gente che è rimasta fuori. Mi piacerebbe che fossero creati spazi di dialogo, all’interno della parrocchia, in cui si potesse parlare anche di
questo. Potrebbe anche saltare fuori che le cose sono andate in modo diverso.
Di fatto questi spazi non ci sono attualmente, anche se vedo che si cerca di
riorganizzarli. Ci fossero stati, avessimo potuto conoscerci meglio, noi delle
Valli, in parrocchia, se il problema fosse emerso realisticamente e fosse stato possibile discuterne francamente e apertamente, forse si
sarebbero potute trovare soluzioni prima e impedire che le cose arrivassero
fino al punto in cui sono. E questo penso sia un ulteriore indizio del fatto
che il cuore del problema è nella chiusura
del tipo di comunità che si è cercato di indurre negli anni passati. Ecco
perché ho definito il tema di questa serie di post come quello di indurre una
comunità aperta.
Le difficoltà che stiamo vivendo non sono
solo nostre, ma riguardano tutte le nostre collettività di fede in Italia. Chi
orecchia un po’ più da vicino l’ecclesialese
parlato nel mondo degli addetti ai lavori dell’organizzazione religiosa se ne
rende bene conto. Ci sono contrasti molto accesi che riguardano in particolare
il magistero dell’attuale nostro vescovo e padre universale, sempre più
vivamente contrastato da componenti importanti del nostro mondo religioso, e
anche da settori influenti della gerarchia del clero. In particolare lo si
accusa di svilire il suo ministero nello sforzo di superare l’impostazione
imperiale e feudale della nostra organizzazione confessionale e un linguaggio che ad essa era conformato,
pieno di sacralità e di teologia dogmatica. Egli non è un teologo, e la teologia è
nella nostra esperienza religiosa la lingua del potere, ma esercita un
ministero di grandissima autorità: intende farlo parlando la lingua comune e
ciò lo distanzia molto dall’ambiente dei teologi, che ne diffidano. Questo lo
porta a superare piuttosto facilmente certi problemi che i teologi si erano
creati, in particolare negli ultimi due secoli, e che poi non erano riusciti a
risolvere, avendoli appunto creati insolubili. Da non teologo, quindi non
frenato da quei problemi insolubili della teologia, mediante il potere che gli
è stato attribuito induce dei cambiamenti epocali sulla base di una
considerazione più realistica dei problemi e, in particolare, di una esperienza
di particolare vicinanza con la gente di fede vissuta in America Latina,
veramente l’altro mondo rispetto al
contesto europeo, con la sua raffinata, complicata, e per certi versi
irrimediabilmente e disperatamente ingarbugliata, teologia. E,
innanzi tutta li impersona nella sua vita, come quando ha deciso di andare ad
abitare in un albergo della cittadella vaticana e non nell'appartamento
imperiale che gli era riservato.
Ciò che gli servirebbe ora, per sostenere la
sua azione, che è fondamentalmente analoga, ma su scala universale, a quella
che ci si propone di fare da noi in parrocchia, vale a dire indurre una comunità aperta,
è la collaborazione di un tipo di intellettuali che sappiano ragionare sia di
fede che di società e che nel panorama della teologia contemporanea
effettivamente esistono: sono gli studiosi di antropologia teologica. Sono essi
che dovrebbero, ora, accorrere in soccorso del Papa. Ma non si tratta solo di questo:
essi hanno la cultura teologica che serve per sorreggere il cambiamento in atto. Non
dobbiamo ridurre tutto a una faccenda di corte,
tra un sovrano e certi suoi riottosi feudatari. Il conflitto attraversa le
nostre collettività e divide quelli che hanno una visione positiva del futuro e
sono fiduciosi nella possibilità di costruirlo insieme alle masse contemporanee,
dialogando all’interno delle culture da esse espresse, e coloro che, invece,
vogliono chiudersi a difesa contro queste ultime, recuperando molti elementi
del passato, nell’ordine di idee vissuto negli ultimi anni del regno del
Wojtyla, quando più forte si sentì l’influsso della linea di opposizione alla
modernità, diciamo nel filone Dostoevskij (scrittore
russo dell’Ottocento autore del romanzo I fratelli Kamarozov) - Solov'ëv (eclettico teologo e filosofo russo vissuto
nella stessa epoca), e ai nostri vertici religiosi si vedeva tutto nero, in una
visione fortemente pessimistica sul futuro.
2.
In un’analogia fisiologica possiamo considerare una comunità religiosa aperta, nella sua funzione sociale, un po’ come quello che i polmoni
sono nel nostro corpo, gli organi in cui il nostro corpo si lega con l’ossigeno
dell’aria dell’ambiente, necessario alla vita umana.
La realtà soprannaturale alla quale si fa
riferimento nella fede è diffusa nell’ambiente sociale in cui siamo immersi ed
è di ordine spirituale. E’ necessaria un’organizzazione per metterla in
contatto con la gente, ma anche per coglierla nella gente che vive nel nostro
tempo. Essa tende a sorprenderci proprio perché va sempre molto oltre la nostra
immaginazione e i nostri progetti. Per
quanto si cerchi di darne una rappresentazione, si rivela sempre
inadeguata ad esprimerla. La si scopre costantemente, specialmente sperimentandola insieme all’altra gente che vive un’esperienza analoga. E’ per questo che la
vita sociale nella fede costituisce un arricchimento anche per coloro che
svolgono funzioni di maestri, di guide. Gli studiosi della catechesi, dell’iniziazione
e formazione alla fede, dicono che si sviluppa, tra chi ha il compito di
insegnare e chi riceve un insegnamento, un processo circolare, per cui entrambi
danno e ricevono. Ma, più in generale, l’intelligenza della fede si sviluppa in
un processo sociale, in cui non si tratta solo di applicare certi principi e
direttive, ma di scoprire come impersonare la fede nelle realtà sociali sempre
nuove che derivano dall’interazione tra le persone, nelle collettività di massa
contemporanee. Per cui, osservano gli studiosi, è vero che si fa riferimento a
certi contenuti e a un certo passato, ma è anche vero che i primi sono
suscettibili di sviluppi e non si è obbligati a riproporre meccanicamente il
secondo, come si fa con gli stampini sulla sabbia da bambini producendo figure
tutte uguali, e questo non lede assolutamente l’ortodossia della fede, ma è
il modo per mantenerla sempre vitale nella gente. La fede deve essere sempre compresa di nuovo nelle varie realtà sociali
da cui è espressa e nello sviluppo storico. Questo ha significato, dall’ultimo
Concilio in avanti, fare i conti con l’emergere delle masse al governo delle
società da esse espresse, affrancandosi dal dominio delle dinastie sovrane che
fino ad allora le avevano dominate e che aveva costituito anche il modello di
autorità seguito dai nostri capi religiosi per strutturare la nostra
confessione di fede. Di modo che, poi, il Regno, inteso come realtà soprannaturale
di fede, era venutosi materializzando in un regno propriamente inteso, come
realtà anche politica di questo mondo.
Ho trovato questa citazione da uno scritto di
Yves Congar, uno dei teologi che hanno esercitato il massimo influsso nello sviluppo
dei documenti usciti dall’ultimo Concilio, dall’articolo Cristianesimo come fede e cultura, pubblicato nel 1976:
“La crisi attuale deriva in gran parte
dal fatto che la chiesa, avendo creato un meraviglioso insieme di espressioni
della fede all’interno della cultura latina, vi
è troppo strettamente attaccata: anche nelle attività della sua
espressione missionaria. Il medioevo e la controriforma le si sono appiccicati
alla pelle, per cui ha ignorato e rifiutato apporti nuovi”.
Questo moto di apertura ha determinato un
travagliato processo di riforma che è attualmente in atto, con
sostenitori e oppositori. Questi ultimi temono una contaminazione per via
culturale della fede antica. Vorrebbero
il ripristino, nella nostra gerarchia del clero, degli storici attributi di
sovranità per riportare in vita, nelle società di oggi, il modo di intendere la
fede dei secoli passati, ricostituendo così una continuità con il più lontano
passato, fino al Fondatore. I fautori del moto di riforma pensano di ottenere
lo stesso risultato per via culturale, scoprendo, oggi, modi nuovi per vivere la
fede di sempre.
La sfida è quella di evitare rotture,
divisioni. Questo però richiede, appunto, l’apertura,
perché senza il dialogo, che è il suo principale strumento di azione, i
conflitti diventano insanabili. Quindi, in definitiva, nella prospettiva
religiosa dell’unità sinodale, per
cui ripugna giungere a scismi, di cui
sempre ci si pente sia pure dopo averli determinati, l’idea di apertura
ha già vinto, potendosene dimostrare
a
priori, quindi ancor prima di ragionare se convenga aprire o chiudere, l’indispensabilità per il
mantenimento della coesione della gente di fede. Si apre alla gente per
includerla, ma si apre anche alla fede, per scoprirne nuove
dimensioni.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro - Valli