venerdì 18 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 7

Indurre una comunità aperta - 7


  Se si decide di riprogettare una comunità e si lavora su una porzione di quella realtà collettiva piuttosto complessa, con importanti risvolti ideologici e specificamente teologici, nella quale ci si propone di tenere unite anche giuridicamente circa un miliardo di persone che gravitano culturalmente intorno alla nostra confessione, che definiamo Chiesa, allora necessariamente si è un po’ limitati nelle proprie fantasie riformatrici, non possiamo pensare di cominciare ad attuare le idee che ci sono venute in mente ragionando con i nostri amici solo sulla base delle nostre particolari esperienze, personali di gruppo, e meno che mai dobbiamo pretendere semplicemente di travasare in questo lavoro l’ideologia di una qualche fazione a cui ci siamo aggregati. Per quanto si lavori su una collettività locale, in qualche modo caratterizzata e quindi anche limitata dal suo ambiente umano e culturale, bisogna avere consapevolezza di una storia molto lunga  e vasta in cui la nostra azione si inserisce, e questo perché bisogna che ciò che produciamo, per quanto innovativo possa essere sotto molti aspetti, possa essere riconosciuto socialmente come appartenente a quella stessa storia, quindi abbia, come si dice in gergo teologico, alcuni specifici indici di ecclesialità, che è un’espressione sintetica per esprimere lo stesso concetto, e in definitiva essere coerente con le migliori idealità della nostra fede di sempre, da quando ci fu infusa e insegnata dal Fondatore.
  In religione ci si sforza di fare i conti con il passato, pur essendo protesi verso il futuro. Questa però è, in generale, un’esigenza profondamente umana, che deriva dal fatto che biologicamente siamo esseri limitati, a vita breve se confrontata con i tempi dell’universo,  passiamo molto tempo a imparare e poi, quando ci siamo formati, è già quasi tempo di lasciare, mentre nuove generazioni crescono e stanno imparando. Da chi si impara? Da chi ci ha preceduto. In questo modo le culture umane evolvono sempre a partire dalla memoria dell’esperienza del passato e possiamo anche raccontare la storia dei loro sviluppi nel tempo, che ci serve per orientarci nel futuro che progettiamo o che, per molti versi, ci cade addosso. Questo è accaduto anche nel caso di cambiamenti rivoluzionari, che si propongono mutamenti molto radicali, di costruire nuovi mondi.
  Ora, dobbiamo essere consapevoli che il nostro lavoro di riprogettazione di un comunità si inserisce, ai tempi nostri, in un processo di evoluzione culturale che parte da lontano, dalla fine del Settecento, e che ha visto una tappa importante tra gli anni Cinquanta e i Settanta in un movimento di riforma culturale e organizzativa che ha interessato la nostra confessione religiosa e che ha trovato in particolare una espressione letteraria e insieme normativa nei lavori dei saggi dell’ultimo Concilio ecumenico (che significa universale) svoltosi tra il 1962 e il 1965.
  La caratteristica principale di questo processo storico è stato l’emergere, come parte attiva della collettività, non più solo come gregge, del nostro laicato di fede, vale a dire quella componente che non  è inquadrata né nei ranghi del clero, né in quello dei religiosi (frati e suore, monaci e monache), e in questo quadro in particolare delle donne. Si tratta della parte largamente maggioritaria delle collettività di fede,  di quello che viene definito il popolo della fede: essa però era stata storicamente dominata dall’apparato clericale, a cui appariva, con immagine che trovo piuttosto suggestiva, come attaccata dall’esterno e totalmente da esso dipendente.
  L’emergere del laicato di fede è corrisposta storicamente allo sviluppo delle democrazie contemporanee e l’ultimo Concilio ha innescato nelle nostre collettività di fede processi propriamente democratici, anche se nei documenti da esso prodotti non se ne fa mai esplicita  menzione. Tra gli indici più importanti della democrazia di una società vi  è il riconoscimento della pari dignità dei suoi membri e la possibilità di partecipare in condizione di autonomia: entrambi sono presenti, in quanto espressamente proclamati, nell’ideologia espressa dai saggi del Concilio.
  Quando pensiamo a un nuovo modo di vivere insieme nella fede dobbiamo capire che dobbiamo progettare una società locale in cui i laici di fede possano svolgere il lavoro che specificamente ci si attende da loro e che nei documenti dell’ultimo Concilio è definito con l’espressione del gergo teologico trattare le cose temporali per ordinarle secondo Dio, che significa influire sull’organizzazione delle società civili in cui si è immersi per infondervi gli ideali di fede, pur rispettando il loro pluralismo culturale e  ideologico, la loro  laicità, che è un altro modo di esprimere lo stesso concetto, quindi senza pretendere di strumentalizzarle a fini di propaganda religiosa.
 Questo richiede organizzare luoghi e tempi in cui i laici possano fare tirocinio nel mettere in relazione fede e vita personale e sociale, ragionandoci sopra e scambiandosi esperienze, in modo da costruire con autonomia e creatività progetti di azione sociale ispirati dalla fede. Una delle conquiste culturali più importanti dell’ultimo Concilio è stata l’acquisizione della consapevolezza che il ruolo dei laici non può consistere puramente e semplicemente nell’eseguire le direttive della nostra gerarchia del clero, perché essa, nei processi democratici contemporanei, si è dimostrata largamente insufficiente e bisognosa di una collaborazione più attiva del popolo dal quale emerge e che pretende di guidare al modo dei pastori.
   L’appello ad un laicato più partecipe culturalmente e nell’azione sociale è venuto molto forte dai nostri capi religiosi negli sviluppi post-conciliari, in una linea di pensiero che possiamo situare tra l’enciclica Lo sviluppo dei popoli, del 1967, del papa Montini, a quella  La sollecitudine sociale, del 1987, del papa Wojtyla, promulgata nel corso degli spettacolari mutamenti politici, a carattere rivoluzionario, che in quel periodo si stavano producendo nell'Europa orientale dominata dai sovietici, in particolare in Polonia, da cui proveniva quel Papa, dove la componente sociale cattolica era rimasta fortissima nonostante fosse stata avversata dal potere politico dominante, ordinato secondo l'ideologia comunista di tipo leninista. Nell'enciclica del Wojtyla si trova una riflessione esplicita su un particolare aspetto del valore religioso dell'organizzazione delle società civili e della partecipazione attiva ad esse, evidenziato con molta forza dai saggi del Concilio, vale a dire quello che consiste nell’esistenza di strutture sociali di peccato, determinate da particolari scelte politiche ed economiche che non sono indifferenti per la fede, come se, arrivati a un qualche compromesso con i nostri gerarchi religiosi, i capi civili delle nazioni fossero poi liberi di signoreggiarle a loro piacimento (questa era l’ideologia che in fondo sorresse il compromesso concluso in religione nel 1929 con il fascismo storico italiano).
  Evidenzio, nell’enciclica La sollecitudine sociale il seguente brano:
[37]…tra le azioni e gli atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le «strutture» che essi inducono, i più caratteristici sembrano oggi soprattutto due: da una parte, la brama esclusiva del profitto e dall'altra, la sete del potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà. A ciascuno di questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio, l'espressione: «a qualsiasi prezzo». In altre parole, siamo di fronte all'assolutizzazione di atteggiamenti umani con tutte le possibili conseguenze. Anche se di per sé sono separabili, sicché l'uno potrebbe stare senza l'altro, entrambi gli atteggiamenti si ritrovano - nel panorama aperto davanti ai nostri occhi - indissolubilmente uniti, sia che predomini l'uno o l'altro. Ovviamente, a cader vittime di questo duplice atteggiamento di peccato non sono solo gli individui. Possono essere anche le Nazioni e i blocchi. E ciò favorisce di più l'introduzione delle «strutture di peccato», di cui ho parlato. Se certe forme di «imperialismo» moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali, si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo dall'economia o dalla politica si nascondono vere forme di idolatria: del denaro, dell'ideologia, della classe, della tecnologia. Ho voluto introdurre questo tipo di analisi soprattutto per indicare quale sia la vera natura del male a cui ci si trova di fronte nella questione dello «sviluppo dei popoli»: si tratta di un male morale, frutto di molti peccati, che portano a «strutture di peccato». Diagnosticare così il male significa identificare esattamente, a livello della condotta umana, il cammino da seguire per superarlo. 
  Per identificare, in una organizzazione sociale e in una politica,  quella che   Wojtyla definì  strutture di peccato, e per progettarne la correzione, non è sufficiente la cultura teologica propria della nostra gerarchia del clero, e soprattutto, trattandosi di intervenire su un male sociale, occorre intervenire collettivamente nei modi e con i poteri che le democrazie contemporanee consentono, in un lavoro che si fa con tutti le componenti della società, anche con quelle espresse dai  non credenti e dai credenti di altre fedi. E’ necessario innanzi tutto ragionarci sopra e poiché si tratta di un’attività rilevante per la vita di fede, è necessario farlo, in particolare tra laici, negli ambiti propriamente religiosi, in particolare nelle parrocchie. Infatti, come insegnò il Montini, la politica è la più alta forma di carità, vale a dire che l’organizzazione della società, che nelle democrazia contemporanee è nelle mani dei popoli e non più delle dinastie sovrane che li dominarono nei millenni precedenti, è rilevante per la fede e che addirittura fa parte dell’impegno specifico del credente, non è solo l’ambiente in cui egli vive la propria religiosità e che può esserle propizio od ostacolarla. E ciò non perché si debba portare le società del nostro tempo sotto il dominio di altri gerarchi assoluti, nella specie i nostri capi religiosi organizzati ancora come un impero religioso, o perché si debba fare azione lobbistica per ottenere alle nostre strutture religiose, dalla società, quante più risorse possibili e nel modo più automatico possibile, una quota del gettito fiscale e altre provvidenze o privilegi, ma perché edificare una società che promuova la dignità delle persone e la renda effettiva è già solo in questo, a prescindere da qualsiasi colorazione religiosa la società assuma, e anche se non se ne voglia dare alcuna, quindi a prescindere da qualsiasi logica di  civiltà di fede, un lavoro propriamente religioso.
   Finora la nostra gerarchia non è ancora riuscita a definire un progetto di riorganizzazione delle nostra collettività religiose che consenta di fare tirocinio del lavoro che ho sopra descritto, in particolare quando si è occupata di formazione religiosa del laicato.  E, in particolare, l’attività propriamente di catechesi è gravemente carente in questo. Essa, in particolare, risente di una eccessiva connotazione liturgica che le si  è voluta dare, del resto secondo l’impostazione che si dà alla formazione del clero e dei religiosi. E mi riferisco all’idea che la formazione dei laici, anche nel tempo post-battesimale, debba continuare ad essere strutturata secondo i metodi del catecumenato, della preparazione per il battesimo. Questa, con il senno del poi naturalmente, si è rivelata un’impostazione infelice, gravida di conseguenze negative, come ho cercato di evidenziare in molti miei precedenti post.
  Non è certamente nei nostri poteri riformarla, ma è possibile affiancarle, in via sperimentale, qualcosa di nuovo, in cui sia consentito il lavoro, e soprattutto il tirocinio, nel campo che ho sopra descritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in  San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli