Indurre una comunità
aperta - 7
Se si
decide di riprogettare una comunità e si lavora su una porzione di quella
realtà collettiva piuttosto complessa, con importanti risvolti ideologici e
specificamente teologici, nella quale ci si propone di tenere unite anche
giuridicamente circa un miliardo di persone che gravitano culturalmente intorno
alla nostra confessione, che definiamo Chiesa,
allora necessariamente si è un po’ limitati nelle proprie fantasie
riformatrici, non possiamo pensare di cominciare ad attuare le idee che ci sono
venute in mente ragionando con i nostri amici solo sulla base delle nostre
particolari esperienze, personali di gruppo, e meno che mai dobbiamo pretendere
semplicemente di travasare in questo lavoro l’ideologia di una qualche fazione
a cui ci siamo aggregati. Per quanto si lavori su una collettività locale, in
qualche modo caratterizzata e quindi anche limitata dal suo ambiente umano e
culturale, bisogna avere consapevolezza di una storia molto lunga e vasta in cui la
nostra azione si inserisce, e questo perché bisogna che ciò che produciamo, per
quanto innovativo possa essere sotto molti aspetti, possa essere riconosciuto
socialmente come appartenente a quella stessa storia, quindi abbia, come si dice
in gergo teologico, alcuni specifici indici
di ecclesialità, che è un’espressione sintetica per esprimere lo stesso
concetto, e in definitiva essere coerente con le migliori idealità della nostra fede di sempre, da quando ci fu infusa e insegnata dal Fondatore.
In religione ci si sforza di fare i conti con il passato, pur essendo
protesi verso il futuro. Questa però è, in generale, un’esigenza profondamente
umana, che deriva dal fatto che biologicamente siamo esseri limitati, a vita
breve se confrontata con i tempi dell’universo, passiamo molto tempo a imparare e poi, quando
ci siamo formati, è già quasi tempo di lasciare, mentre nuove generazioni
crescono e stanno imparando. Da chi si impara? Da chi ci ha preceduto. In
questo modo le culture umane evolvono sempre a partire dalla memoria dell’esperienza
del passato e possiamo anche raccontare la storia dei loro sviluppi nel tempo, che ci serve per orientarci nel futuro che progettiamo o che, per molti versi, ci cade addosso.
Questo è accaduto anche nel caso di cambiamenti rivoluzionari, che si
propongono mutamenti molto radicali, di costruire nuovi mondi.
Ora, dobbiamo essere consapevoli che il nostro lavoro di riprogettazione
di un comunità si inserisce, ai tempi nostri, in un processo di evoluzione
culturale che parte da lontano, dalla fine del Settecento, e che ha visto una
tappa importante tra gli anni Cinquanta e i Settanta in un movimento di riforma
culturale e organizzativa che ha interessato la nostra confessione religiosa e
che ha trovato in particolare una espressione letteraria e insieme normativa
nei lavori dei saggi dell’ultimo Concilio ecumenico (che significa universale) svoltosi tra il 1962 e il
1965.
La caratteristica principale di questo processo storico è stato l’emergere,
come parte attiva della collettività, non più solo come gregge, del nostro laicato di fede, vale a dire quella componente
che non è inquadrata né nei ranghi del clero,
né in quello dei religiosi (frati e suore, monaci e monache), e in questo
quadro in particolare delle donne. Si tratta della parte largamente
maggioritaria delle collettività di fede, di quello che viene definito il popolo della fede: essa però era stata
storicamente dominata dall’apparato clericale, a cui appariva, con immagine che
trovo piuttosto suggestiva, come attaccata dall’esterno e totalmente da
esso dipendente.
L’emergere
del laicato di fede è corrisposta storicamente allo sviluppo delle democrazie
contemporanee e l’ultimo Concilio ha innescato nelle nostre collettività di
fede processi propriamente democratici, anche se nei documenti da esso prodotti
non se ne fa mai esplicita menzione. Tra
gli indici più importanti della democrazia di una società vi è il riconoscimento della pari dignità dei
suoi membri e la possibilità di partecipare in condizione di autonomia:
entrambi sono presenti, in quanto espressamente proclamati, nell’ideologia
espressa dai saggi del Concilio.
Quando pensiamo a un nuovo modo di vivere insieme nella fede dobbiamo
capire che dobbiamo progettare una società locale in cui i laici di fede
possano svolgere il lavoro che specificamente ci si attende da loro e che nei
documenti dell’ultimo Concilio è definito con l’espressione del gergo teologico
trattare le cose temporali per ordinarle
secondo Dio, che significa influire sull’organizzazione delle società
civili in cui si è immersi per infondervi gli ideali di fede, pur rispettando il
loro pluralismo culturale e ideologico,
la loro laicità, che è un altro modo di esprimere
lo stesso concetto, quindi senza pretendere di strumentalizzarle a fini di
propaganda religiosa.
Questo richiede organizzare luoghi e tempi in
cui i laici possano fare tirocinio nel mettere in relazione fede e vita
personale e sociale, ragionandoci sopra e scambiandosi esperienze, in modo da
costruire con autonomia e creatività progetti di azione sociale ispirati dalla fede. Una delle
conquiste culturali più importanti dell’ultimo Concilio è stata l’acquisizione
della consapevolezza che il ruolo dei laici non può consistere puramente e
semplicemente nell’eseguire le
direttive della nostra gerarchia del clero, perché essa, nei processi
democratici contemporanei, si è dimostrata largamente insufficiente e bisognosa
di una collaborazione più attiva del popolo
dal quale emerge e che pretende di guidare al modo dei pastori.
L’appello ad un laicato più partecipe culturalmente e nell’azione
sociale è venuto molto forte dai nostri capi religiosi negli sviluppi
post-conciliari, in una linea di pensiero che possiamo situare tra l’enciclica Lo sviluppo dei popoli, del 1967, del
papa Montini, a quella La sollecitudine sociale, del 1987, del
papa Wojtyla, promulgata nel corso degli spettacolari mutamenti politici, a carattere rivoluzionario, che in quel periodo si stavano producendo nell'Europa orientale dominata dai sovietici, in particolare in Polonia, da cui proveniva quel Papa, dove la componente sociale cattolica era rimasta fortissima nonostante fosse stata avversata dal potere politico dominante, ordinato secondo l'ideologia comunista di tipo leninista. Nell'enciclica del Wojtyla si trova una riflessione esplicita su un
particolare aspetto del valore religioso dell'organizzazione delle società civili e della partecipazione attiva ad esse,
evidenziato con molta forza dai saggi del Concilio, vale a dire quello che
consiste nell’esistenza di strutture
sociali di peccato, determinate da particolari scelte politiche ed
economiche che non sono indifferenti per la fede, come se, arrivati a un
qualche compromesso con i nostri gerarchi religiosi, i capi civili delle
nazioni fossero poi liberi di signoreggiarle a loro piacimento (questa era l’ideologia
che in fondo sorresse il compromesso concluso in religione nel 1929 con il
fascismo storico italiano).
Evidenzio, nell’enciclica La
sollecitudine sociale il seguente brano:
[37]…tra le azioni e gli
atteggiamenti opposti alla volontà di Dio e al bene del prossimo e le
«strutture» che essi inducono, i più caratteristici sembrano oggi soprattutto
due: da una parte, la brama esclusiva del profitto e dall'altra, la sete del
potere col proposito di imporre agli altri la propria volontà. A ciascuno di
questi atteggiamenti si può aggiungere, per caratterizzarli meglio,
l'espressione: «a qualsiasi prezzo». In altre parole, siamo di fronte
all'assolutizzazione di atteggiamenti umani con tutte le possibili conseguenze.
Anche se di per sé sono separabili, sicché l'uno potrebbe stare senza l'altro,
entrambi gli atteggiamenti si ritrovano - nel panorama aperto davanti ai nostri
occhi - indissolubilmente uniti, sia che predomini l'uno o l'altro. Ovviamente,
a cader vittime di questo duplice atteggiamento di peccato non sono solo gli
individui. Possono essere anche le Nazioni e i blocchi. E ciò favorisce di più
l'introduzione delle «strutture di peccato», di cui ho parlato. Se certe forme
di «imperialismo» moderno si considerassero alla luce di questi criteri morali,
si scoprirebbe che sotto certe decisioni, apparentemente ispirate solo
dall'economia o dalla politica si nascondono vere forme di idolatria: del
denaro, dell'ideologia, della classe, della tecnologia. Ho voluto introdurre
questo tipo di analisi soprattutto per indicare quale sia la vera natura del male
a cui ci si trova di fronte nella questione dello «sviluppo dei popoli»: si
tratta di un male morale, frutto di molti peccati, che portano a «strutture di
peccato». Diagnosticare così il male significa identificare esattamente, a
livello della condotta umana, il cammino da seguire per superarlo.
Per identificare, in
una organizzazione sociale e in una politica, quella che Wojtyla definì strutture di peccato, e per
progettarne la correzione, non è sufficiente la cultura teologica propria della
nostra gerarchia del clero, e soprattutto, trattandosi di intervenire su un
male sociale, occorre intervenire collettivamente nei modi e con i poteri che
le democrazie contemporanee consentono, in un lavoro che si fa con tutti le componenti della società, anche con quelle espresse dai non credenti e dai credenti di altre
fedi. E’ necessario innanzi tutto ragionarci sopra e poiché si tratta di un’attività
rilevante per la vita di fede, è necessario farlo, in particolare tra laici,
negli ambiti propriamente religiosi, in particolare nelle parrocchie. Infatti,
come insegnò il Montini, la politica è la
più alta forma di carità, vale a dire che l’organizzazione della società,
che nelle democrazia contemporanee è nelle mani dei popoli e non più delle
dinastie sovrane che li dominarono nei millenni precedenti, è rilevante per la
fede e che addirittura fa parte dell’impegno specifico del credente, non è solo
l’ambiente in cui egli vive la propria religiosità e che può esserle propizio
od ostacolarla. E ciò non perché si debba portare le società del nostro tempo
sotto il dominio di altri gerarchi assoluti, nella specie i nostri capi
religiosi organizzati ancora come un impero religioso, o perché si debba fare
azione lobbistica per ottenere alle nostre strutture religiose, dalla società,
quante più risorse possibili e nel modo più automatico possibile, una quota del
gettito fiscale e altre provvidenze o privilegi, ma perché edificare una
società che promuova la dignità delle persone e la renda effettiva è già solo
in questo, a prescindere da qualsiasi colorazione religiosa la società assuma,
e anche se non se ne voglia dare alcuna, quindi a prescindere da qualsiasi
logica di civiltà di fede, un lavoro propriamente
religioso.
Finora la nostra
gerarchia non è ancora riuscita a definire un progetto di riorganizzazione
delle nostra collettività religiose che consenta di fare tirocinio del lavoro
che ho sopra descritto, in particolare quando si è occupata di formazione
religiosa del laicato. E, in
particolare, l’attività propriamente di catechesi è gravemente carente in
questo. Essa, in particolare, risente di una eccessiva connotazione liturgica
che le si è voluta dare, del resto
secondo l’impostazione che si dà alla formazione del clero e dei religiosi. E
mi riferisco all’idea che la formazione dei laici, anche nel tempo
post-battesimale, debba continuare ad essere strutturata secondo i metodi del catecumenato, della preparazione per il
battesimo. Questa, con il senno del poi naturalmente, si è rivelata un’impostazione
infelice, gravida di conseguenze negative, come ho cercato di evidenziare in
molti miei precedenti post.
Non è certamente nei
nostri poteri riformarla, ma è possibile affiancarle, in via sperimentale,
qualcosa di nuovo, in cui sia consentito il lavoro, e soprattutto il tirocinio,
nel campo che ho sopra descritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli