Indurre una comunità
aperta - 3
1. E’ stato osservato (ad
esempio Zygmunt Bauman) che la vita di oggi porta a dividerci. Quindi non è
solo in religione che le comunità vivono un momento difficile. Anzi possiamo
riconoscere che questo è uno degli ambiti in cui esse sopravvivono meglio. E’
perché in certe esperienze religiose, in particolare nella nostra, non è
concepibile una fede solitaria. E questo anche quando, in un accesso mistico,
la si vive in modo eremitico. Anche in quel caso, non si è mai soli con il soprannaturale, ma lo si vive in quel
modo particolare che fu proprio ad esempio di Mosè, quando salì sulla montagna
per ricevere la Legge, faccia a faccia con l’Altissimo, e allora era lì in
rappresentanza di un popolo intero.
Nella civiltà occidentale contemporanea le comunità, tutte, comprese gli
stati, tendono a diventare semplici strutture di servizio, come l’azienda del
gas o dell’elettricità o quella che raccoglie l’immondizia per le strade: non ci si investe più di tanto dal punto di
vista interiore. Servono, si vive male quando non funzionano, ma esistono senza
essere particolarmente visibili nella loro componente umana e desideriamo che
non abbiano troppe pretese nei nostri confronti. Noi siamo impegnati in altre
cose, in particolare nel cercare l’autoaffermazione e la felicità. Lo facciamo
da soli, individualmente, sfruttando le nostre capacità e le nostre possibilità
di interazione sociale, mettendoci sul mercato, come si suole dire. In questo
gli altri ci sono in genere d’impaccio, specie quando chiedono solidarietà nei
loro problemi e allora ci rallentano. Ci sono tantissime cose belle da vivere,
la pubblicità commerciale ne è piena, e il tempo è poco. La giornata di un
adulto realizzato, condizione che ai
tempi nostri si vive in genere tra i trenta e i cinquant’anni, è piena di
tantissime cose da fare per cui le vite degli altri, non di rado familiari
compresi, vanno un po’ in secondo piano, ridotte a rumore di fondo o a comparse
indistinguibili di una storia di cui noi siamo protagonisti. Nel nostro album
dei ricordi in tutte le immagini siamo sempre noi in primo piano.
Talvolta abbiamo necessità di fare massa per rafforzare in società le
nostre pretese di autorelizzazione. Allora cerchiamo di fare squadra con gente
del nostro livello. Si va alla guerra sociale per conseguire traguardi
personali sempre più ambiziosi e in fondo, quelli che stanno peggio, ma quelli che stanno meglio, stanno
dalla parte di chi ci contrasta. Dai primi ci oppone l’egoismo sociale che
invece subiamo dagli altri. Riserviamo a chi sta peggio ciò che rimproveriamo a
chi sta meglio. Tutto ciò fa parte
dell’ideologia sociale che ai tempi nostri prevale nel determinare l’etica
comune, quella secondo cui regoliamo la nostra vita in società.
Scrivo questo rifacendomi alle argomentazioni esposte in un libro che vi
consiglio di leggere: di Zygmunt Bauman, Voglia
di comunità, Editori Laterza, 2001, tuttora in commercio.
Bauman è un anziano saggio e un grande
divulgatore. Ha molto vissuto e da sociologo ha la capacità di interpretare
molto efficacemente le dinamiche sociali a cui ha assistito. Ha voluto
scriverne anche per la gente comune, al di là della stretta cerchia degli
specialisti nelle scienze sociali. I suoi libri sono molto interessanti perché
sono molto di più di opere erudite, sia pure rivolte ad un vasto pubblico e
quindi scritte in termini comprensibili a qualsiasi lettore di media cultura.
Vi è espressa quella che biblicamente si può dire sapienza e che si manifesta quando nel rivolgersi agli altri e
parlando delle cose della vita si fanno bilanci con un certa sincerità, facendo
memoria veritiera del bene e del male vissuti e traendo, alla fine, le somme
dei fatti della civiltà di cui si è
stati partecipi. E’ con questo spirito che, allora, di solito da anziani, quando
la lotta sociale per la propria autoaffermazione non basta più e, in fondo, non
serve nemmeno più, la propria immagine recede e si inquadra, più
realisticamente, sulla scena sociale, inserendosi nel più vasto ambiente in cui
si è vissuti, di modo che anche gli altri risaltano e iniziano a interrogarci
con le loro vite: “ero povero, ero nudo, ero affamato, ero
malato, ero prigioniero; dov’eri tu?”. A volte, ai
tempi nostri, nella civiltà globalizzata delle mille opportunità di
affermazione personale, in cui l’interazione economica di massa può suscitare
immense ricchezze personali, si raggiunge un livello di saggezza molto prima: ecco che allora si
racconta di persone ricchissime che destinano fortune immense in beneficienza,
dopo una vita di grandissimo successo individuale. Nei giorni scorsi la stampa
ha dato notizia, ad esempio, che Mark Zuckerberg, il fondatore della rete
sociale su internet Facebook, ha
deciso di devolvere in beneficienza, da
ora in poi, il 99% delle sue azioni in Facebook,
del valore corrente di 45 miliardi di dollari. Gli rimarranno 450 milioni di
dollari per le spese personali. Perché lo fa? Per migliorare la vita della gente che sta peggio
e per promuovere l’eguaglianza, ha dichiarato. Non tutti arrivano a questa
saggezza e, alla fine della vita, nell’andarsene, sanno in fondo solo gridare,
rancorosi: “Potevo avere di più!”.
Però, quando si è ancora immersi nella lotta
sociale per l’autoaffermazione, le posizioni si radicalizzano, in quella che
diventa una lotta di tutti contro tutti. Vige la legge della giungla, in cui
talvolta si caccia in branco, ma in cui gli altri in genere sono la preda, loro
e i loro beni. Ci si mette in primo piano, con la gente del proprio livello, e
si diventa fondamentalisti, settari, perché si è in guerra, in società, e,
allora, come si dice, “alla guerra come
alla guerra”. L’intento è di
prevalere in società, in un mondo in cui gli altri gruppi sono nemici che con
le loro pretese e le loro vite si ostacolano nei nostri propositi. Nessun
dialogo è possibile con loro: dialogando ci si indebolisce. Scriva Bauman,
nell’opera citata (pag. 74), che allora la lotta “…si estrinseca in un’intensa opera di costruzione di una comunità,
nello scavare trincee e nell’addestrare e armare unità d’assalto, nell’impedire
agli intrusi di entrare, ma anche ai residenti di uscire; in breve, in un
rigido controllo dei visti di entrata e di uscita. Se essere e restare diversi
è un valore in sé, una qualità per cui vale la pena di lottare e che merita di
essere preservata a ogni costo, è ovvio che ne deriva una chiamata alle armi,
un appello a serrare i ranghi e a marciare compatti. Per prima cosa, tuttavia,
occorre trovare o creare una differenza riconosciuta come aventi titolo alle
rivendicazioni [in un processo che] innesca
il prodursi e l’autoperpetuarsi della differenza e i tentativi di costruire
intorno ad essa una comunità”.
2. Gran parte delle difficoltà che troviamo ai tempi nostri a
vivere insieme in religione secondo i principi
sociali della nostra fede, tanto diversi da quelli proposti
dall’ideologia sociale oggi prevalente,
dipendono dal contesto sociale di cui ho scritto, seguendo le argomentazioni di
Bauman, che ho trovato convincenti. La situazione è aggravata dalle aspre
polemiche ideologiche che sono storicamente proprie delle nostre collettività
religiose, divise radicalmente tra reazionari e progressisti, mentre la quota
di conservatori, di coloro che cioè sono soddisfatti di come si vive oggi la
fede, è piuttosto esigua, perché in genere si ritiene che si debba essere
diversi, migliori, e c’è poi chi propone di ritornare ad un qualche passato e
chi invece vuole sperimentare vie nuove.
Si convive, ma più come in un condominio, ciascuno nei propri
appartamenti, e ci si incontra negli spazi comuni solo entrando e uscendo, e
allora ci si scambia un frettoloso saluto, per consuetudine d’educazione, non
come accade in certi piccoli borghi dove la differenza tra spazi pubblici e
privati è meno distinguibile e si gira per le stradine dell’abitato un po’ come
nei corridoi e tra le stanze di casa propria, confidando e gioendo della
presenza degli altri, senza i quali ci si sente sminuiti. E’ l’esperienza dei
migranti, che giunti in terre lontane, hanno l’impressione di perdere la
parola, la voce, di vivere come i muti o addirittura le bestie, che non parlano
e si esprimono emettendo suoni animaleschi, e, quando ritornano al
paese fanno la straordinaria esperienza
di uscire da quel mondo infero e di riacquistare sembianze umane, e in
particolare la parola, quando “tutte le parole si rimisero a parlare/tutte
le canzoni si rimisero a cantare”, come fa un verso di una bella canzone inserita
nell’album Vola, Vola, Vola di Francesco De Gregori.
Dove il pluralismo è mantenuto, combattendo la polarizzazione, la pace è
sempre precaria. Ci si conosce poco e, soprattutto, non si sente il bisogno di
approfondire la conoscenza. Del resto il tempo che rimane, dopo quello dedicato
alla propria autoaffermazione personale e sociale, in particolare alle proprie
specifiche liturgie settarie, è poco. Si è tutti concentrati in un certo
percorso di gruppo, intorno al quale si
è costruita una comunità combattente, in un sforzo di cambiamento
personale rispetto al quali gli altri, quelli che non lo condividono, sono
d’impaccio. Tutto ciò che si muove intorno è ridotto a quel rumore di fondo di cui dicevo. Ci si incontra in consiglio
pastorale e si è poco disposti a considerare le ragioni degli altri, si cerca
di portare a casa il più possibile per la propria fazione, così come accade
nelle riunioni di condominio. Si sta insieme ma si preferirebbe essere soli.
Le cose vanno peggio, naturalmente, dove il
pluralismo non c’è più, come è accaduto fino al recente passato nella nostra
parrocchia. In una situazione come questa c’è una profonda compenetrazione tra
le strutture della fazione prevalente, che rimane propriamente fazione vale a
dire gruppo teso ad affermare la propria diversità verso la società intorno, e
quelle parrocchiali, fino, al limite, a rendere sostanzialmente indistinguibili
le une dalle altre. E’ come quando ci si sposa e si mettono in comune tante
cose. Che cosa è mio e che cosa è tuo? Non ci si bada più. Almeno finché le
cose vanno bene. Se ci si lascia cominciano i problemi. Ci si divide e allora
bisogna decidere che cosa è dell’uno e che cosa dell’altra. La lavatrice rimane
a te o a me? E il cane? E tutti questi libri? E questa statuetta che comprammo
insieme in una bella gita che facemmo ai tempi in cui eravamo felici insieme? A
volte non ci si mette d’accordo e si va per vie di fatto. Accade che, in tempi
di separazione, uno dei coniugi torni a casa e la trovi in parte svuotata.
L’altro si è preso quello che riteneva di sua proprietà.
In religione assumiamo un impegno rafforzato di stabilità delle nostre
unioni coniugali. Qualche volta non ci rendiamo più conto che esso è solo la
manifestazione di un più generale impegno alla stabilità dell’agàpe, della convivenza pacificata,
profondamente solidale, misericordiosa, amicale, fondata sull’infinita dignità
di ogni persona, in cui non si accetta, mai, di rinunciare a qualcuno, che la
nostra fede ci indica come realtà beata da ricevere in dono per virtù
soprannaturale, la fonte di ogni vera felicità. Essa ci è aperta nella
conversione, processo di costante rinnovamento personale e sociale in una
dinamica secondo la quale si perdona e si offre il perdono, ricostituendo
incessantemente e pervicacemente ogni legame interrotto, nella convinzione del
profondo significato religioso di questo lavoro. Quest’ultimo è molto più che una convenienza sociale,
espressione di buona educazione, ma è una vera e propria liturgia, sacramento,
segno che manifesta una realtà soprannaturale e la rende realmente operante nella nostre vite e in società, il centro della nostra
esperienza di fede.
Quindi magari riusciamo, sforzandoci, perdonando e offrendo il perdono,
a mantenere l’impegno di stabilità dei nostri matrimoni, ma diamo meno
importanza, paradossalmente, alla più generale liturgia dell’agàpe, in cui esso si inserisce e trova
senso religioso. Disinvoltamente, quindi, siamo portati, ad un certo punto, a
mandare a quel paese gli altri della nostra fede e a separarci da loro trovando
impossibile la convivenza. E, a quel punto, come nelle separazioni tra coniugi,
appare importante stabilire ciò che è mio e ciò che è tuo e, se non ci si mette
d’accordo, si è tentati dalla vie di fatto, aumentando così i rancori reciproci.
Osservo i miei conoscenti che si sono divisi dai coniugi, a volte mi
parlano di ciò che stanno passando. Altre volte di certe cose apprendo per
questioni di lavoro. Leggo e ascolto delle vite degli altri, nelle controversie
sulle quali mi devo pronunciare. Quello che mi appare è che le vite di coloro
che si dividono generalmente si impoveriscono, e non solo dal punto di vista
spirituale. Divise, le risorse che un tempo consentivano un certo tenore di
vita, non bastano più e bisogna restringersi. In generale è l’esperienza che si
vive quando una collettività esplode. E’ triste tornare in certi luoghi dove si
è vissuti felici insieme e trovarli come svuotati delle presenze degli altri e
delle cose che ci erano diventate care nell’uso comune.
Ma, a volte, sembra proprio impossibile continuare a vivere insieme. Chi
se ne va priva allora gli altri della
propria presenza, e a volte non solo di
quella. Talvolta ci si lascia male, come accade in certi matrimoni. Ciò che
resta, che abbiamo lasciato, ci è
diventato talmente estraneo, doloroso, che non abbiamo cuore di abbandonarvi nulla
di nostro che richiami i tempi della passata felicità. Così come accade quando
una relazione coniugale ha termine.
Eppure, secondo la fede, noi pensiamo di
essere stati sposati in un legame indefettibile, che non verrà mai
meno. Ricordate i versetti di Osea 2, 21-25?
Ti farò mia sposa per sempre,
ti farò mia sposa
nella giustizia e nel diritto,
nella benevolenza e nell’amore,
ti fidanzerò con me nella fedeltà
e tu conoscerai il Signore.
E avverrà in quel giorno
- oracolo del Signore -
io risponderò al cielo
ed esso risponderà alla terra;
la terra risponderà con il grano,
il vino nuovo e l’olio
e questi risponderanno a Izreèl.
Io li seminerò di nuovo per me nel paese
e amerò Non-amata;
e a Non-mio-popolo dirò: Popolo
mio,
ed egli mi dirà: Mio Dio.
E’ questo legame soprannaturale che fonda e
sostiene quelli nostri umani, che viviamo nella fede, per cui non possiamo
dividerci senza sostanzialmente sottrarci a quella realtà beata, fonte della
vera felicità.
Ma in parrocchia non si tratta di attuare una sorta di nuovo regolamento di conti condominiale, per
cui si sottrae ad alcuni e si accresce ad altri, suscitando il rancore dei
primi mentre si sopisce, provvisoriamente, quello degli altri, e in questo modo
si va ancora insieme, in un equilibrio comunque precario, fino alla prossima
occasione di guerra. Si tratta di fare spazio all’agàpe, di ricostituirla riconnettendoci alle migliaia di fedeli del
quartiere che ne sono rimasti esclusi, che non si sentono più in parrocchia
come a casa propria, e di ciò dobbiamo accusarci tutti noi che, in qualche
modo, vi siamo rimasti dentro, trovando
un qualche accomodamento, precario ma pur sempre un accomodamento. Lo si è
fatto alle spalle degli altri, anche se, credo, forse non ce ne siamo veramente avveduti, tutti presi a far di conto di ciò che era degli uni
e quello degli altri, nelle questioni e ripicche di condominio religioso. Questo
poi ci ha impoveriti. Ne siamo consapevoli? Siamo consapevoli che bisogna
cambiare e riprendere a convertirci?
La divisione tra noi dà scandalo e la ricetta
evangelica sugli scandali è molto
chiara: tagliare. Ma non sono le
teste che vanno tagliate, non le persone che vanno escluse: anzi, pur nella
nostra diversità di concezioni, dobbiamo farci sempre più vicini. Sono le
consuetudini di divisione che vanno tagliate. Abbassiamo le bandiere di fazione
e alziamo quelle della parrocchia! O siamo diventati come schiavi delle
rispettive nostre organizzazioni e delle loro liturgie, nelle quali ci siamo
corazzati e siamo andati alla guerra secondo la corrente legge della giungla
sociale, assestando colpi su colpi agli altri fino a sottometterceli o
escluderli, o con noi o fuori!, per
prevalere su tutti, e uniformare tutto alle nostre concezioni, in uno sforzo
estremo di autorealizzazione, solo noi e noi soli! (il nome di un partito irlandese di cattolici indipendentisti),
e ora non riusciamo più a uscirne fuori per cominciare ad essere diversi, e allora preferiremmo, tutto
sommato, il divorzio, prenderci le cose nostre e andarcene?
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro - Valli