Indurre una comunità
aperta - 4
Di solito si suppone, in religione, di avere un messaggio bello e pronto
da comunicare e di dovere solo escogitare dei metodi per proporlo più efficacemente alla gente. Se ne criticano
alcuni del passato, perché divenuti improduttivi nel mondo di oggi, e se ne
cercano altri, più al passo con i tempi, secondo la prospettiva di quella parte
dell’economia aziendale che si chiama marketing
e che si occupa appunto di proporre
nel modo migliore i prodotti al pubblico dei consumatori. E’ una disciplina che
ha qualche affinità con la catechesi perché è fatta anche di ideologia e di
pedagogia e si propone una fidelizzazione degli utenti. Ha anche una
dimensione per così dire pastorale
perché mira a indocilire la gente per
convincerla a farsi condurre a fare determinate scelte di vita. Ma, a
differenza dell’ideologia del buon
pastore della nostra fede, ha un interesse proprio in ballo e, in questo, è, appunto,
propriamente economia, e quindi mira
a produrre un ricavo da ciò che organizza verso gli altri, che segna il limite
della sua sollecitudine verso il prossimo, anche se, nelle strategie di fidelizzazione, non di rado cerca di
indurre nella psicologia della gente l’immagine di una comunità solidale e
sollecita verso le esigenze degli altri, soprattutto quando costruisce reti di
assistenza ai consumatori. Di solito questi ultimi rimangono delusi, perché,
appunto, si tratta solo di un’immagine, e la dedizione delle reti commerciali
verso il clienti è rigidamente programmata secondo un calcolo economico di costi/ricavi e gli
operatori dell’assistenza non si fanno coinvolgere nei problemi degli utenti
oltre un certo limite, superato il quale attuano strategie per smarcarsi dai problemi proposti tenendo
indenne l’impresa da qualsiasi prospettiva di perdita. Il buon pastore della teologia,
invece, non si conduce come un agente economico,
non si propone di ricavare un profitto proprio dal gregge, come si fa nella
pastorizia come settore produttivo, s’incaponisce a cercare metaforicamente per
fratte e dirupi la singola pecora
smarrita distogliendosi da tutto il resto del gregge, e, soprattutto, non
ha limiti nella sua dedizione, proponendosi anche di dare la propria vita per
la salvezza altrui. Lo accomuna ai pastori reali, quelli che nella pastorizia
lavorano per guadagnare, un certo disinteresse per i moti propri del gregge,
per cui non accetta che vada dove vuole, spinto dalle sue dinamiche sociali
interne, ma lo conduce dove vuole lui e cerca, in questo, di fidelizzarlo, perché riconosca la sua
voce tra tante e lo segua.
In
questa prospettiva di marketing religioso si entra in competizione con altre
agenzie che svolgono analoghe attività in altri campi e spesso si ha la peggio,
perché in definitiva gli altri prospettano risultati più piacevoli, concreti e
immediati.
Si propone la salvezza, e in
termini sempre più individualizzati
per sostenere la concorrenza, e lo si fa ricorrendo anche a sperimentati effetti speciali che tirano in ballo il
soprannaturale, collocato in una dimensione che evoca la magia, per cui seguendo una certa via e certe liturgie tutto
sicuramente cambierà in meglio nelle vite altrui. In realtà ciò che si può
spendere sul mercato dei servizi sociali al consumatore è un po’ più
di calore umano, un’esperienza sociale un po’ più intensa, a fronte della quale
però ad un certo punto si pretende dagli altri che siano disposti a darci le
intere loro vite, in quella dedizione estrema che ispira l’ideologia del buon pastore, convincendosi che solo chi
dà la propria vita la salverà e che dà frutto solo il seme che muore e marcisce,
e a quel punto coloro che sono rimasti coinvolti solo a livello di marketing religioso se ne vanno, ci abbandonano, perché,
come si dice proverbialmente, il gioco non vale la candela, ciò che si ricava è
troppo poco a fronte di ciò che viene preteso, e poi le esperienze comunitarie
sono sempre ambivalenti dal punto di vista puramente umano, così quel certo
calore che si ricava nell’esperienza religiosa vissuta insieme ad altri da un
lato non va oltre un certo limite e dall’altro è associato a una certa dose di
prevaricazione e dispotismo per cui la sua dolcezza è puntualmente amareggiata.
Questa strategia di marketing religioso che ho descritto è al fondo, per ciò
che ho constatato, di ogni insuccesso nella proposta di fede alla gente. Il suo
difetto principale è che è troppo poco interessata alle persone a cui si
rivolge, alle loro vite. Pensa di
doverle inglobare per cambiarle profondamente secondo una certa ideologia e se
si interessa a ciò che realmente sono è solo per congegnare tecniche per
fascinarle e fidelizzarle e, in definitiva, questo significa strumentalizzare le loro vite e soprattutto
le loro debolezze. Nel proporre la
fede non si è mai del tutto sinceri, in questa prospettiva. Si fa balenare il
paradiso, senza però chiarire che la via per raggiungerlo, in un’ottica di
fede, passa per la Croce. Certe cose le si riserva ad una fase successiva,
quando ormai l’utente religioso è legato a noi più strettamente. A quel punto,
quando egli si lamenta che quel paradiso che gli promettemmo non lo vede e non
lo sperimenta nella sua vita, gli rimproveriamo che ciò accade perché ha poca
fede e, così, lo colpevolizziamo: non ha ottenuto il risultato perché è stato
poco diligente nel seguire la via che gli proponemmo. Bisogna avere più fede,
così gli diciamo, e questo significa che deve abbandonarsi in modo veramente totale a
noi, fare tutto e solo ciò che gli diciamo, dimenticandosi di sé e, in fondo,
ripudiando tutto ciò che inizialmente lo aveva motivato ad unirsi a noi. In questo modo la
religione diventa come una droga che dà dipendenza e che per fare lo stesso effetto deve essere
assunta in dosi sempre maggiori, fino a devastare la vita di chi di essa
diviene schiavo, perché non ne rimane altro che questa etero-dipendenza, questa dipendenza dal volere degli altri tra i quali si è capitati. Questo è
alla base di una delle critiche all’esperienza religiosa che storicamente si
sono rivelate più fondate: quella secondo cui la religione diviene come una
droga che lenisce il dolore mentre rende incapaci di reagire al male che lo
provoca. A volte, in effetti, sembra che si possa costruire il discorso
religioso solo su macerie umane, quando la gente ha toccato il fondo e allora
diviene disposta ad abbandonarsi completamente nelle nostre mani per farsi
ricostruire. E che se già non si trova in questa condizione dobbiamo portarcela
artificialmente nell’iniziazione religiosa, in un lungo addio a ciò che è
stata fino ad allora. In questo sfruttiamo un’ideologia dell’uomo nuovo, che è stata propria di tutti i totalitarismi moderni, e
che agganciamo arbitrariamente alla teologia biblica dell’uomo nuovo, con la quale ha solo un'assonanza superficiale, vale a dire quella secondo la quale si è esortati a vivere nella
giustizia, nella santità e nella verità, in modo conforme alla grande dignità
che ci viene dall’essere creature simili al proprio Creatore, abbandonando le passioni
che ci ingannano e ci rovinano la vita (così in Ef 4, 23-24). In realtà la fede
non si costruisce mai su macerie umane, ma su ciò che, a partire dall’ultimo
Concilio, viene individuato come promozione
umana e che costituisce come il prerequisito per ogni azione di diffusione
della fede, per cui essa diviene un’attività liberante, aperta e creativa, non
una macchina del consenso per inglobare la gente in un qualche nuovo carcere
ideologico. Essa però non è estranea alla gente che ne deve beneficiare, non si
costruisce dal di fuori di essa, non le giunge solo come illuminazione dall’esterno,
ma scaturisce proprio da essa, così come, nelle narrazioni evangeliche,
scaturisce proprio dalla gente avvicinata dal Fondatore il moto di conversione,
di cambiamento di vita, il nuovo atteggiamento religioso e quello sociale che
ne costituisce la principale manifestazione. La fede dà vigore soprannaturale
alle migliori speranze della gente, ne fa comprendere l’infinito valore
religioso e la spinge a lavorarci sopra, a crederci ancora, superando ogni delusione.
Nel lavoro propriamente di induzione
di una comunità noi dobbiamo
confidare che in società siano ancora diffuse le migliori attese religiose e che occorra
solo catalizzarle per renderle visibili come esperienza sociale. Ma ogni
attività umana ha un valore religioso: bisogna solo aiutare la gente a
scoprirlo. Comprendere le gioie e le speranze della gente non deve servirci
solo come strumento per veicolare un messaggio che si suppone già
preconfezionato e solo da distribuire a determinati consumatori, ad un certo
pubblico, ma è un’attività in parte costitutiva del messaggio stesso, la sua
espressione ai tempi nostri, la sua articolazione contemporanea, l’aspetto che
l’agàpe, il centro della nostra
esperienza religiosa, assume nel nostro mondo, e in particolare nel quartiere
dove la parrocchia vive: è, in questo, un oggetto che anche coloro che si
assumono il ruolo di promotori, di induttori, devono ancora scoprire,
raggiungendo la gente che ora è dispersa
e che ne è portatrice. Qual è il messaggio di fede che ci giunge dalla gente
delle Valli? Questo è il nostro problema di oggi.
Ecco perché, nel programmare il lavoro di costruzione di una comunità
aperta, lo si deve concepire come un’attività dagli esiti non completamente
prevedibili, perché essi dipenderanno da ciò che troveremo tra la gente con cui
cercheremo di riprendere un dialogo. Su di essa abbiamo molti pregiudizi, in
particolare sui giovani. Per certi versi la temiamo. Vorremmo anzitutto
addomesticarla, come quando ci troviamo dinanzi all’esuberanza dei ragazzini,
che ci appare incontenibile e ci imbarazza. Temiamo di perdere il controllo del
processo. Ma è appunto un rischio da correre, perché se non lo si fa non c’è
vero dialogo con la gente e si ricade nelle strategie di marketing religioso, che si
sono dimostrate sostanzialmente inefficaci.
In questo, però, ci aiuta la struttura gerarchica della nostra
organizzazione religiosa, nel lavoro che le è proprio e che è effettivamente
utile per mantenere l’unità intorno a certi ideali, tra le varie collettività
che sono compresenti in un certo tempo e anche tra i vari tempi storici, dal
passato al futuro. Ogni attività deve essere presieduta dall’apostolo, quindi dal
parroco che ci è stato mandato e che rende presente la diocesi e, con essa, il
livello universale delle nostre collettività di fede. Questo non significa che
poi egli debba occuparsi di tutto, sarebbe improponibile, ma che a lui debba
riservarsi il ruolo di moderatore, per cui siano evitate prevaricazioni,
divisioni, discriminazioni e ognuno comprenda di non essere completamente
arbitro di ciò che si costruisce insieme, e in particolare degli altri di cui
si assume la responsabilità, ma che tutti rispondiamo a un’istanza superiore, innanzi
tutto a quel soprannaturale che ci convoca e che nessuno può pretendere di
catturare e di strumentalizzare, anche con le migliori intenzioni, ma poi anche
a quel livello universale in cui il lavoro qui alle Valli si inserisce,
ricevendone luce, ispirazione, esempio.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli