domenica 13 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 2

Indurre una comunità aperta - 2

 Nei secoli passati, in religione, all’effervescenza della base corrispondeva una certa rigidità ai vertici. Ai tempi nostri non di rado avviene il contrario. E il tremendo potere di scomunica, che nella nostra storia religiosa fu proprio di patriarchi e concili, quindi dei massimi capi religiosi, si è come democratizzato e viene esercitato un po’ da chiunque riesca a conquistare una qualche autorità, a qualsiasi livello, anche informalmente. Tanto che a volte si rimpiange il maggiore formalismo del passato, quando si pretendeva che ognuno stesse precisamente nel posto che gli era stato assegnato, senza allargarsi  arbitrariamente.
 Queste scomuniche informali, per cui si indica la porta a chi dissente dall’opinione del capetto di turno, sono in genere ricoperte di teologhese, un confuso aggregato di concetti e termini orecchiati superficialmente dalla vera teologia e che serve a giustificare il potere che si pretende di esercitare sugli altri, e in particolare quello di escludere dissenzienti o renitenti.
 Per nostra buona sorte, le democrazie contemporanee  impediscono gli esiti mortiferi delle controversie teologiche, che in passato hanno travagliato le popolazioni intorno al Mediterraneo tra le quali avvenne la prima prodigiosa espansione della nostra fede e, successivamente, in particolare l’Europa e gli stati creati dalle colonizzazioni europee, dopo che, dal Settimo secolo, il Vicino Oriente e il Nord Africa caddero sotto il  dominio musulmano.
 Esse si accesero ciclicamente con intensità e violenza che oggi ci appaiono incomprensibili. Questo è un problema che risale alle nostre collettività delle origini, che non di rado appaiono storicamente assai bellicose e intolleranti, contro i seguaci delle antiche religioni e il loro clero, contro gli ebrei e poi tra loro stesse. Negli scritti dei Padri, vale a dire di quegli scrittori di religione vissuti tra il Primo e l’Ottavo secolo ai quali si riconosce una particolare autorità nel definire i fondamenti della nostra fede, troviamo affermazioni di durezza incredibile nei confronti dei dissenzienti. Ed è accaduto che nel corso dei concili dei primi secoli ci si scazzottasse tra santi uomini e che si arrivasse addirittura a dover temere per la propria vita partecipandovi.
  Il problema si complicò molto quando la nostra teologia divenne anche ideologia politica, dal Quarto secolo, e ancor più quando il Papato romano, a partire dell’Undicesimo, assunse un assetto imperiale, che ancora oggi conserva, usando la teologia come propria ideologia politica per la supremazia universale.
  Nel Secondo millennio i ragionamenti teologici, che nei secoli precedenti si erano rifatti ai metodi argomentativi delle dispute rabbiniche e a quelli delle filosofie ellenistiche, adottarono i costumi dei giuristi. Le Scritture sacre e i testi dei Padri e dei Concili vennero usati come testi normativi, come leggi, da interpretare secondo il metodo giuridico per sentenziare ciò che la gente doveva fare, dare e pensare. La teologia fu essenzialmente la lingua del potere, politico e religioso. A questa metamorfosi corrispose l’istituzione di un orrido sistema di polizia ideologica che travagliò  gran parte del Secondo Millennio della nostra storia collettiva di fede, in un’epopea tragica alla quale posero fine le democrazie contemporanee. Esso, in realtà, presidiò il potere politico non la nostra fede religiosa, per la quale, anzi, fu spesso di grave ostacolo. Nella furia teologica a sfondo politico furono ammazzate moltissime persone brave e buone, sinceramente religiose. Tutto ciò aveva poco a che fare con la fede e molto con la politica. Infatti, cessate le controversie politiche, si appianarono anche gran parte di quelle teologiche, come  è avvenuto spettacolarmente con i luterani sulla questione della giustificazione, all’origine dello scisma del Cinquecento. Anche se poi i teologi sono in grado di individuare ancora certe difformità di pensiero che dividono le varie confessioni. Esse però in genere sfuggono a tutta l’altra gente, alla quale appare che le divisioni si fondino sostanzialmente sul tipo di potere esercitato sui fedeli, per cui ad esempio i cattolici hanno un papa e gli altri no. Per la verità questa appare, oggi, la questione maggiormente rilevante come fattore di divisione. Di ciò hanno preso consapevolezza gli stessi papi, a partire dagli anni Sessanta, e ne hanno parlato, proponendosi riforme, che però non sono ancora arrivate.
 La teologia moderna si basa su un’altra metodologia e ha ridefinito i propri fini. Non si pone più al servizio di un qualche potere politico, ma della vita di fede delle nostre collettività religiose. Si dice che studia e interpreta criticamente la fede vissuta dalla gente.  Si è strutturata come una vera e propria scienza perché procede in modo rigoroso, quindi cercando la coerenza a certi presupposti metodologici che si è data, la coerenza logica delle sue argomentazioni, la completezza della  materia sottoposta ad analisi, che è la vita di fede delle nostre collettività, e, infine, la consapevolezza di ciò che si è scritto sui vari temi di fede nella nostra storia religiosa bimillenaria e, quindi, dello sviluppo storico delle varie argomentazioni. Si è suddivisa in varie branche specialistiche, perché nessun singolo studioso la riesce più a padroneggiare nel suo complesso, tanto si è estesa, anche se si cerca sempre di avere consapevolezza del risultato dei lavori negli altri campi di studio, attraverso lo studio delle opera altrui. Come negli altri campi della scienza, non è più il frutto di singole personalità intellettuali, ma sempre più un lavoro collettivo. Chi voglia aver maggiore consapevolezza di questo processo, può affidarsi a opere di introduzione alla teologia come il libro di Battista Mondin, Introduzione alla teologia, Massimo editore, 1991, €18,88. Io ho utilizzato un altro libro che fu il capostipite di questa letteratura, di Zoltan Alzeghy e Maurizio Flick, Come si fa la teologia, delle Edizioni Paoline, oggi non più in commercio. Lo trovai tra i libri di mia madre, quando frequentava l’università salesiana di Roma. Non è però che, leggendo opere del genere, si diventi teologi, cosa che richiede una vita intera. Si può però avere consapevolezza del modo di procedere dalla teologia contemporanea, che è tanto diversa, e migliore sotto molti punti di vista, da quella del passato, sicuramente con molto minori effetti controproducenti e addirittura letali.
  In genere nelle nostre parrocchie hanno avuto una formazione teologica completa solo i preti e, talvolta, i diaconi e gli insegnanti scolastici di religione. Gli altri in genere orecchiano e talvolta leggono anche qualche cosina. Di solito quelli che sanno meno sono quelli più intolleranti, anche se non sempre è così. Ci sono anche ai nostri tempi dei teologi piuttosto bellicosi, però in genere su singoli temi. Gli incolti invece tendono ad essere intolleranti su tutto e a distribuire scomuniche a tutto spiano. Accade perché l’ignorante si trova in difficoltà a controbattere argomentando e allora butta per aria tutto il tavolo su cui si gioca la partita. Un atteggiamento che, in fondo, è infantile.
  L’incolto si affida ad un qualche manualetto e pretende che sia come le tavole della legge mosaiche. Lo brandisce come si faceva ai tempi di Mao Tse Dong in Cina con il famoso libretto rosso,  che era fatto di brevi citazioni di varie opere di Mao. Allora diventa una specie di Libro delle Giovani Marmotte, buono per ogni situazione, in cui si pretende che ci sia tutto ciò che serve.
 Certo, ci sono una fede e una dottrina, ma sull’una e sull’altra, in particolare su certi temi, si discute, per scoprire la via da seguire ai tempi nostri. Se non si ha la pazienza e la capacità di discutere, se ne prenda comunque consapevolezza, e si abbandonino, in linea di principio, gli atteggiamenti intolleranti.
  In religione non abbiamo già pronta la ricetta giusta per la vita degli altri: cerchiamo di trovarla insieme a loro esponendoci alla luce della fede comune, ragionandoci su e provando a viverla collettivamente.
  Dobbiamo abbandonare, avvicinando gli altri, atteggiamenti polemici su base teologica, distribuendo disinvoltamente patenti di infedeltà ed eresia, soprattutto quando di teologia si sa poco o nulla. Le chiavi del Regno non sono in mano di chiunque, il primo che senta di alzare la voce e di rovesciare il tavolo,  anche se talvolta così appare. Ecco allora delle specie di cherubini di complemento con la loro spada ideologica  fiammeggiante che si piazzano sulle porte del Cielo a sbarrare il passo agli altri.
 Il primo passo, nell’indurre una comunità aperta, è quello di piantarla con l’arrogante teologhese discriminatorio con cui pretendiamo di selezionare  chi è degno di varcare le porte degli spazi liturgici e provare, finalmente, a sviluppare un vero dialogo  con gli altri che comprenda quindi anche l’ascolto e il cercare di  capirli.
Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro - Valli.