Indurre
una comunità aperta - 2
Nei secoli passati, in religione, all’effervescenza
della base corrispondeva una certa rigidità ai vertici. Ai tempi nostri non di
rado avviene il contrario. E il tremendo potere di scomunica, che nella nostra
storia religiosa fu proprio di patriarchi e concili, quindi dei massimi capi
religiosi, si è come democratizzato e
viene esercitato un po’ da chiunque riesca a conquistare una qualche autorità,
a qualsiasi livello, anche informalmente. Tanto che a volte si rimpiange il
maggiore formalismo del passato, quando si pretendeva che ognuno stesse
precisamente nel posto che gli era stato assegnato, senza allargarsi arbitrariamente.
Queste scomuniche
informali, per cui si indica la porta a chi dissente dall’opinione del
capetto di turno, sono in genere ricoperte di teologhese, un confuso aggregato di concetti e termini orecchiati
superficialmente dalla vera teologia e che serve a giustificare il potere che
si pretende di esercitare sugli altri, e in particolare quello di escludere
dissenzienti o renitenti.
Per nostra buona sorte, le democrazie
contemporanee impediscono gli esiti
mortiferi delle controversie teologiche, che in passato hanno travagliato le
popolazioni intorno al Mediterraneo tra le quali avvenne la prima prodigiosa
espansione della nostra fede e, successivamente, in particolare l’Europa e gli
stati creati dalle colonizzazioni europee, dopo che, dal Settimo secolo, il
Vicino Oriente e il Nord Africa caddero sotto il dominio musulmano.
Esse si accesero ciclicamente con intensità e
violenza che oggi ci appaiono incomprensibili. Questo è un problema che risale
alle nostre collettività delle origini, che non di rado appaiono storicamente
assai bellicose e intolleranti, contro i seguaci delle antiche religioni e il
loro clero, contro gli ebrei e poi tra loro stesse. Negli scritti dei Padri,
vale a dire di quegli scrittori di religione vissuti tra il Primo e l’Ottavo
secolo ai quali si riconosce una particolare autorità nel definire i fondamenti
della nostra fede, troviamo affermazioni di durezza incredibile nei confronti
dei dissenzienti. Ed è accaduto che nel corso dei concili dei primi secoli ci
si scazzottasse tra santi uomini e che si arrivasse addirittura a dover temere
per la propria vita partecipandovi.
Il
problema si complicò molto quando la nostra teologia divenne anche ideologia
politica, dal Quarto secolo, e ancor più quando il Papato romano, a partire
dell’Undicesimo, assunse un assetto imperiale, che ancora oggi conserva, usando
la teologia come propria ideologia
politica per la supremazia universale.
Nel
Secondo millennio i ragionamenti teologici, che nei secoli precedenti si erano
rifatti ai metodi argomentativi delle dispute rabbiniche e a quelli delle
filosofie ellenistiche, adottarono i costumi dei giuristi. Le Scritture sacre e
i testi dei Padri e dei Concili vennero usati come testi normativi, come leggi,
da interpretare secondo il metodo giuridico per sentenziare ciò che la gente doveva fare, dare e pensare. La teologia
fu essenzialmente la lingua del potere, politico e religioso. A questa
metamorfosi corrispose l’istituzione di un orrido sistema di polizia ideologica
che travagliò gran parte del Secondo
Millennio della nostra storia collettiva di fede, in un’epopea tragica alla
quale posero fine le democrazie contemporanee. Esso, in realtà, presidiò il
potere politico non la nostra fede religiosa, per la quale, anzi, fu spesso di
grave ostacolo. Nella furia teologica a sfondo politico furono ammazzate moltissime
persone brave e buone, sinceramente religiose. Tutto ciò aveva poco a che fare
con la fede e molto con la politica. Infatti, cessate le controversie
politiche, si appianarono anche gran parte di quelle teologiche, come è avvenuto spettacolarmente con i luterani
sulla questione della giustificazione,
all’origine dello scisma del Cinquecento. Anche se poi i teologi sono in
grado di individuare ancora certe difformità di pensiero che dividono le varie
confessioni. Esse però in genere sfuggono a tutta l’altra gente, alla quale appare
che le divisioni si fondino sostanzialmente sul tipo di potere esercitato sui
fedeli, per cui ad esempio i cattolici hanno un papa e gli altri no. Per la
verità questa appare, oggi, la questione maggiormente rilevante come fattore di
divisione. Di ciò hanno preso consapevolezza gli stessi papi, a partire dagli
anni Sessanta, e ne hanno parlato, proponendosi riforme, che però non sono
ancora arrivate.
La teologia moderna si basa su un’altra
metodologia e ha ridefinito i propri fini. Non si pone più al servizio di un
qualche potere politico, ma della vita di fede delle nostre collettività
religiose. Si dice che studia e
interpreta criticamente la fede vissuta dalla gente. Si è strutturata come una vera e propria
scienza perché procede in modo rigoroso,
quindi cercando la coerenza a certi presupposti metodologici che si è data, la
coerenza logica delle sue argomentazioni, la completezza della materia sottoposta ad analisi, che è la vita
di fede delle nostre collettività, e, infine, la consapevolezza di ciò che si è
scritto sui vari temi di fede nella nostra storia religiosa bimillenaria e,
quindi, dello sviluppo storico delle varie argomentazioni. Si è suddivisa in
varie branche specialistiche, perché nessun singolo studioso la riesce più a
padroneggiare nel suo complesso, tanto si è estesa, anche se si cerca sempre di
avere consapevolezza del risultato dei lavori negli altri campi di studio,
attraverso lo studio delle opera altrui. Come negli altri campi della scienza,
non è più il frutto di singole personalità intellettuali, ma sempre più un
lavoro collettivo. Chi voglia aver maggiore consapevolezza di questo processo,
può affidarsi a opere di introduzione alla teologia come il libro di Battista Mondin,
Introduzione alla teologia, Massimo editore, 1991, €18,88. Io ho utilizzato un
altro libro che fu il capostipite di questa letteratura, di Zoltan Alzeghy e
Maurizio Flick, Come si fa la teologia,
delle Edizioni Paoline, oggi non più in commercio. Lo trovai tra i libri di mia
madre, quando frequentava l’università salesiana di Roma. Non è però che,
leggendo opere del genere, si diventi teologi, cosa che richiede una vita
intera. Si può però avere consapevolezza del modo di procedere dalla teologia
contemporanea, che è tanto diversa, e migliore sotto molti punti di vista, da quella del passato, sicuramente con molto minori effetti controproducenti e
addirittura letali.
In genere nelle nostre parrocchie hanno avuto
una formazione teologica completa solo i preti e, talvolta, i diaconi e gli insegnanti scolastici di religione. Gli
altri in genere orecchiano e talvolta leggono anche qualche cosina. Di solito
quelli che sanno meno sono quelli più intolleranti, anche se non sempre è così.
Ci sono anche ai nostri tempi dei teologi piuttosto bellicosi, però in genere
su singoli temi. Gli incolti invece tendono ad essere intolleranti su tutto e a
distribuire scomuniche a tutto spiano. Accade perché l’ignorante si trova in
difficoltà a controbattere argomentando e allora butta per aria tutto il tavolo
su cui si gioca la partita. Un atteggiamento che, in fondo, è infantile.
L’incolto si affida ad un qualche manualetto
e pretende che sia come le tavole della legge mosaiche. Lo brandisce come si
faceva ai tempi di Mao Tse Dong in Cina con il famoso libretto rosso, che era
fatto di brevi citazioni di varie opere di Mao. Allora diventa una specie di Libro delle Giovani Marmotte, buono per
ogni situazione, in cui si pretende che ci sia tutto ciò che serve.
Certo, ci sono una fede e una dottrina, ma
sull’una e sull’altra, in particolare su certi temi, si discute, per scoprire
la via da seguire ai tempi nostri. Se non si ha la pazienza e la capacità di
discutere, se ne prenda comunque consapevolezza, e si abbandonino, in linea di
principio, gli atteggiamenti intolleranti.
In religione non abbiamo già pronta la
ricetta giusta per la vita degli altri: cerchiamo di trovarla insieme a loro
esponendoci alla luce della fede comune, ragionandoci su e provando a viverla
collettivamente.
Dobbiamo abbandonare, avvicinando gli altri,
atteggiamenti polemici su base teologica, distribuendo disinvoltamente patenti
di infedeltà ed eresia, soprattutto quando di teologia si sa poco o nulla. Le
chiavi del Regno non sono in mano di chiunque, il primo che senta di alzare la
voce e di rovesciare il tavolo, anche se
talvolta così appare. Ecco allora delle specie di cherubini di complemento con
la loro spada ideologica fiammeggiante
che si piazzano sulle porte del Cielo a sbarrare il passo agli altri.
Il primo passo, nell’indurre una comunità
aperta, è quello di piantarla con l’arrogante teologhese discriminatorio con cui pretendiamo di selezionare chi è degno di varcare le porte degli spazi
liturgici e provare, finalmente, a sviluppare un vero dialogo con gli altri che
comprenda quindi anche l’ascolto e il
cercare di capirli.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro - Valli.