sabato 12 dicembre 2015

Indurre una comunità aperta - 1

Indurre una comunità aperta   - 1

   Il problema attuale della nostra parrocchia è quello di indurre una comunità aperta. Che significa indurre? Significa  suscitare a partire da una realtà che si suppone già esistente. Questa realtà, da cui pensiamo di partire, è quella delle persone di fede. In quanto esseri umani esse producono relazioni sociali, la base di ogni collettività. Poiché sono persone di fede sono in grado di produrre anche collettività religiose, nelle loro interazioni sociali. Di fatto ciò effettivamente accade. E chi è ancora capace di ascoltare, può ancora avvertire chiaramente nella società quello che il sociologo Peter Berger definì il brusio degli angeli,  vale a dire la persistenza di una religiosità sociale diffusa ispirata alla nostra fede.
 Alcuni, osservando la nostra società altamente secolarizzata, vale a dire sempre meno disposta a spiegarsi il senso dell’esistenza umana e delle dinamiche naturali e sociali facendo ricorso alle risposte date dalla religione, ritengono che quella realtà sociale di base non esista più, che quindi non esista più un nucleo sufficiente di persone di fede da cui ricominciare, inducendo una comunità, per cui si dovrebbe partire da uno stadio ancora più antecedente, prendendo come base solo la comune umanità, nella convinzione che qualsiasi essere umano sia capace di sviluppare la nostra fede religiosa, per virtù soprannaturale. E allora si sentono come in terra di missione, come dicono, volendo intendere pessimisticamente di non trovarsi più nella nazione più pervasa dalla nostra fede in tutto l’Universo, perché questa stando alle indagini demoscopiche è  la realtà italiana, ma come in certe parti dell’Africa centrale e nel Giappone fino alla metà dell’Ottocento, mai prima inculturate dalla nostra fede. In realtà questa posizione, che si presenta come una presa d’atto di una realtà sociale, che tuttavia  non esiste come è dipinta in questa prospettiva, in definitiva esprime qualcosa di diverso: la sconfessione della gente di fede così come oggi è,  per cui se ne è insoddisfatti e la si ripudia. Si vorrebbe ripartire da zero,  azzerando la realtà sociale della fede che c’è, riducendola a ciò che oggi in economia si definisce bad company, la parte fallimentare di un’impresa commerciale, in quel processo di ristrutturazione che si attua dividendo la parte ancora produttiva di un’azienda, che si costituisce come new company, destinata allo sviluppo e in cui si arruola solo parte del personale dell’azienda di origine,  da quella che appunto si denomina bad company, in cui si lasciano tutto il personale che è inadatto ai nuovi scopi, e che quindi  è destinato in prospettiva al licenziamento, e soprattutto tutti i debiti dell’azienda di origine. Rifacendoci a una metafora pastorale,  piuttosto utilizzata nell’ecclesialese corrente, il gergo degli addetti ai lavori nel campo dello sviluppo delle nostre collettività di fede, vediamo quindi dei pastori che invece di dannarsi ad andare a recuperare pecore disperse qua e là, le mandano francamente a quel paese e si dedicano, in fondo secondo i dettami della tradizione economica degli allevatori di bestiame, a quelle che sono rimaste negli ovili, in modo da selezionare e far riprodurre una specie pregiata.
  Decidere qual è la realtà sociale da cui partire è importante, determinante per la via da seguire per inculturare la fede nella società, che significa radicarla nella sua cultura, quindi nelle sue concezioni e consuetudini collettive a partire dal vissuto personale. Se non esistessero, qui alla Valli in particolare, abbastanza persone di fede da costituire un’effettiva realtà sociale nel quartiere, non avrebbe senso parlare di indurre  una comunità, e avrebbero ragione quelli dell’ideologia della comunità corazzata. Perché in questo caso non ci troveremmo davanti a un nostro  ripudio della gente di fede che non corrisponde alle nostre pretese di uniformità e di ortodossia, ma di un ripudio della nostra fede da parte della gente del quartiere, partendo da una situazione, storicamente certa, di una nazione e di una città, la nostra, totalmente pervasa della nostra fede, fino ad esserne la principale espressione culturale. In questa prospettiva, allora, la realtà sociale della nostra fede nel quartiere si esaurirebbe nei trecento delle comunità supercorazzate costituite in parrocchia e negli altri, più o meno, quattrocento, in prevalenza piuttosto anziani, che ancora gravitano intorno alle nostra liturgie, in modo per altro non sempre assiduo. Da loro, e solo da loro, bisognerebbe ripartire, in una società altamente paganizzata, divenuta insensibile alla nostra fede, anche se non al soprannaturale in sé, essendo invece preda di altri soprannaturali, come quello proposta dall’antica fede latina della dea Fortuna (a Palestrina nell’antichità le venne consacrato un grandioso  santuario, una specie di Lourdes di quei tempi).
 Questa concezione è quella espressa dai vari nostri fondamentalismi  e integralismi  religiosi.   Per convincersi della sua erroneità non occorre prendere in mano i testi che ci espongono i risultati delle indagini demoscopiche sulla religiosità in Italia, basta empiricamente aprire i giornali e guardare la televisione. Ci si accorge subito dell’enorme rilevanza sociale dei fatti religiosi suscitati dalla nostra fede, per cui, ad esempio, la cronaca nazionale da giorni è centrata sull’inizio del Giubileo della Misericordia,  che invece a livello internazionale ha avuto scarsa eco. E ogni sospiro del nostro vescovo e padre universale viene rilanciato subito nelle prime pagine dei quotidiani. Spettacolare in questo è il giornale che fin dalla sua fondazione è stato considerato l’emblema del laicismo italiano, che da due anni periodicamente riempie le prime pagine con le sue parole.
  In Italia, ci dicono le statistiche, l’ateismo militante è espresso da circa un cinque per cento circa della popolazione, una esigua minoranza. Sarebbe veramente strano che proprio il quartiere in cui è insediata la nostra parrocchia fosse uno degli epicentri di quel fenomeno, a differenza di ciò che accade nelle parrocchie confinanti, il cui popolo è in fondo molto simile al nostro.
  Vogliamo  sconfessare la gente perché non fa sesso secondo i dettami religiosi? Questo è sempre accaduto, fin dalle origini. Anche il clero si è distinto in questo e, dicono, ancora si distingue. A Roma abbiamo avuto Papi e Papesse: sono finiti anche nelle carte dei Tarocchi. E figli e nipoti di Papi. Intorno all’anno Mille un Papa, dicono alcune fonti, venne ammazzato nel letto della sua amante o, secondo altre, ebbe un coccolone mentre faceva l’amore con lei.  Trascrivo in proposito ciò che leggo in una popolare e molto ben scritta opera storica divulgativa, la Storia della Chiesa - Duemila anni di cristianesimo, pubblicata a dispense da Famiglia Cristiana nel 2000, nel capitolo Un secolo di sangue - Dieci Papi assassinati:
[dopo aver ricordato che il papa Sergio 3° (regnante a Roma dal 904 al 905] ebbe un figlio dalla concubina Marozia, diventato poi papa nel 931 con il nome di Giovanni 11°, continua:] Il colmo fu raggiunto da Giovanni 12°[regnante dal 955 al 964], ventenne figlio del principe Alberico [principe romano], e imposto da costui come Papa, per riunire in una sola persona il potere civile e quello ecclesiastico: era un giovinastro scostumato e  ignorante, digiuno di liturgia. Dopo diverse traversie politiche finì per un colpo apoplettico durante un convegno amoroso, o fu ucciso dal marito tradito, nel 964.
 In merito alle caratteristiche del potere pontificio tra il Nono e il Decimo secolo si parla, in modo piuttosto evocativo, di pornocrazia.  Tutto ciò fa parte di quel Medioevo che da alcuni viene favoleggiato come epoca d’oro della nostra fede.
  Dunque non ci è lecito sconfessare  un popolo solo sulla base dei suoi costumi sessuali, ma anche di altri suoi (molti) vizi. Non lo abbiamo fatto in altre epoche in cui i problemi furono molto più seri. Travagliati da una violenza generalizzata dalla quale, oggi, ci siamo affrancati, almeno nella nostra Europa, e in Italia in particolare.
 Io credo che si abbiano buoni motivi per partire dal presupposto di una realtà sociale di fede ancora esistente nel nostro quartiere, sebbene non abiti più la nostra parrocchia. Il nostro problema consiste quindi nel ricondurvela dentro. Non però con lo spirito di chi assiste ad un qualche spettacolo religioso, come nelle feste paesane o in certi eventi di massa organizzati dai nostri capi religiosi. Infatti non ci dobbiamo proporre di  produrre una folla, ma  indurre una comunità, quindi condurla a manifestarsi in gente partecipe e creativa, non passiva spettatrice di liturgie organizzate da altri. Non quindi gente con il libretto in mano che fa quello che le si dice, quando e come glielo si dice. Vogliamo persone che si esprimano e che, innanzi tutto, ci parlino delle loro vite. Il punto di partenza di ogni comunità è infatti il conoscersi meglio. E per riuscire a farlo dobbiamo, innanzi tutto, abbandonare lo stile polemico di chi, incontrando il nuovo venuto, pretende di scrutinarlo, per verificarne la corrispondenza ad un qualche modello ideale e la sua docilità. E’ con questo atteggiamento che ci si aliena la simpatia della gente. Simpatia non è cosa superficiale: significa essere in grado di capire il bene e il male dell'altrui vita. Essa poi si sviluppa in empatia, che significa gioire delle gioie altrui e patire dei dolori altrui, come se fossero i propri, quindi condividerli. Simpatia ed empatia sono alla base delle relazioni  forti  tra gli esseri umani, come quelle che, ad un certo punto, rendono possibile la tradizione della fede.
  Purtroppo l’atteggiamento polemico è inveterato nelle nostre collettività di fede, fin  dalle origini. Ne troviamo traccia anche nelle scritture sacre che riferiscono delle nostre prime esperienze collettive di fede dopo la morte del Fondatore. Esso ha determinato tutti gli effetti mortiferi delle nostre teologie che storicamente si sono manifestati. E ancora oggi talvolta la teologia, e più spesso un certo teologhese, un suo sottoprodotto degradato, viene brandita come una clava nelle polemiche sociali tra persone di fede.
  Ma questo è un altro discorso su cui dovrò tornare ancora.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli