Indurre
una comunità aperta - 1
Il problema attuale della nostra parrocchia
è quello di indurre una comunità
aperta. Che significa indurre?
Significa suscitare a partire da una realtà che si
suppone già esistente. Questa realtà, da cui pensiamo di partire, è quella
delle persone di fede. In quanto esseri umani esse producono relazioni sociali,
la base di ogni collettività. Poiché sono persone di fede sono in grado di
produrre anche collettività religiose, nelle loro interazioni sociali. Di fatto
ciò effettivamente accade. E chi è ancora capace di ascoltare, può ancora
avvertire chiaramente nella società quello che il sociologo Peter Berger definì
il brusio degli angeli, vale a dire la persistenza di una religiosità sociale
diffusa ispirata alla nostra fede.
Alcuni, osservando la nostra società altamente
secolarizzata, vale a dire sempre
meno disposta a spiegarsi il senso dell’esistenza umana e delle dinamiche
naturali e sociali facendo ricorso alle risposte date dalla religione,
ritengono che quella realtà sociale di base non esista più, che quindi non
esista più un nucleo sufficiente di persone di fede da cui ricominciare,
inducendo una comunità, per cui si dovrebbe partire da uno stadio ancora più
antecedente, prendendo come base solo la comune umanità, nella convinzione che
qualsiasi essere umano sia capace di sviluppare la nostra fede religiosa, per
virtù soprannaturale. E allora si sentono come in terra di missione, come dicono, volendo intendere pessimisticamente
di non trovarsi più nella nazione più pervasa dalla nostra fede in tutto l’Universo,
perché questa stando alle indagini demoscopiche è la realtà italiana, ma
come in certe parti dell’Africa centrale e nel Giappone fino alla metà dell’Ottocento,
mai prima inculturate dalla nostra fede. In realtà questa posizione, che si
presenta come una presa d’atto di una realtà sociale, che tuttavia non
esiste come è dipinta in questa prospettiva, in definitiva esprime qualcosa
di diverso: la sconfessione della gente
di fede così come oggi è, per cui se
ne è insoddisfatti e la si ripudia. Si vorrebbe ripartire da zero, azzerando
la realtà sociale della fede che c’è, riducendola a ciò che oggi in economia si
definisce bad company, la parte
fallimentare di un’impresa commerciale, in quel processo di ristrutturazione
che si attua dividendo la parte ancora produttiva di un’azienda, che si
costituisce come new company,
destinata allo sviluppo e in cui si arruola solo parte del personale dell’azienda
di origine, da quella che appunto si
denomina bad company, in cui si
lasciano tutto il personale che è inadatto ai nuovi scopi, e che quindi è destinato in prospettiva al licenziamento,
e soprattutto tutti i debiti dell’azienda di origine. Rifacendoci a una
metafora pastorale, piuttosto utilizzata nell’ecclesialese
corrente, il gergo degli addetti ai lavori nel campo dello sviluppo delle
nostre collettività di fede, vediamo quindi dei pastori che invece di dannarsi ad andare a recuperare pecore
disperse qua e là, le mandano francamente a quel paese e si dedicano, in fondo
secondo i dettami della tradizione economica degli allevatori di bestiame, a
quelle che sono rimaste negli ovili, in modo da selezionare e far riprodurre
una specie pregiata.
Decidere qual è la realtà sociale da cui
partire è importante, determinante per la via da seguire per inculturare la
fede nella società, che significa radicarla nella sua cultura, quindi nelle sue
concezioni e consuetudini collettive a partire dal vissuto personale. Se non
esistessero, qui alla Valli in particolare, abbastanza persone di fede da
costituire un’effettiva realtà sociale nel quartiere, non avrebbe senso parlare
di indurre una comunità, e avrebbero ragione quelli dell’ideologia
della comunità corazzata. Perché in
questo caso non ci troveremmo davanti a un nostro
ripudio della gente di fede che non
corrisponde alle nostre pretese di uniformità e di ortodossia, ma di un ripudio
della nostra fede da parte della gente del quartiere, partendo da una
situazione, storicamente certa, di una nazione e di una città, la nostra, totalmente pervasa della nostra fede,
fino ad esserne la principale espressione culturale. In questa prospettiva,
allora, la realtà sociale della nostra fede nel quartiere si esaurirebbe nei
trecento delle comunità supercorazzate costituite in parrocchia e negli altri,
più o meno, quattrocento, in prevalenza piuttosto anziani, che ancora gravitano
intorno alle nostra liturgie, in modo per altro non sempre assiduo. Da loro, e
solo da loro, bisognerebbe ripartire, in una società altamente paganizzata, divenuta insensibile alla
nostra fede, anche se non al soprannaturale in sé, essendo invece preda di
altri soprannaturali, come quello proposta dall’antica fede latina della dea Fortuna (a Palestrina nell’antichità
le venne consacrato un grandioso
santuario, una specie di Lourdes
di quei tempi).
Questa concezione è quella espressa dai vari
nostri fondamentalismi e integralismi
religiosi. Per convincersi della sua erroneità non
occorre prendere in mano i testi che ci espongono i risultati delle indagini
demoscopiche sulla religiosità in Italia, basta empiricamente aprire i giornali
e guardare la televisione. Ci si accorge subito dell’enorme rilevanza sociale dei
fatti religiosi suscitati dalla nostra fede, per cui, ad esempio, la cronaca
nazionale da giorni è centrata sull’inizio del Giubileo della Misericordia, che invece a livello internazionale ha avuto
scarsa eco. E ogni sospiro del nostro vescovo e padre universale viene
rilanciato subito nelle prime pagine dei quotidiani. Spettacolare in questo è
il giornale che fin dalla sua fondazione è stato considerato l’emblema del
laicismo italiano, che da due anni periodicamente riempie le prime pagine con
le sue parole.
In Italia, ci dicono le statistiche, l’ateismo
militante è espresso da circa un
cinque per cento circa della popolazione, una esigua minoranza. Sarebbe
veramente strano che proprio il quartiere in cui è insediata la nostra
parrocchia fosse uno degli epicentri di quel fenomeno, a differenza di ciò che
accade nelle parrocchie confinanti, il cui popolo è in fondo molto simile al
nostro.
Vogliamo sconfessare la gente perché non fa sesso
secondo i dettami religiosi? Questo è sempre accaduto, fin dalle origini. Anche
il clero si è distinto in questo e, dicono, ancora si distingue. A Roma abbiamo
avuto Papi e Papesse: sono finiti anche nelle carte dei Tarocchi. E figli e
nipoti di Papi. Intorno all’anno Mille un Papa, dicono alcune fonti, venne
ammazzato nel letto della sua amante o, secondo altre, ebbe un coccolone mentre
faceva l’amore con lei. Trascrivo in
proposito ciò che leggo in una popolare e molto ben scritta opera storica
divulgativa, la Storia della Chiesa -
Duemila anni di cristianesimo, pubblicata a dispense da Famiglia Cristiana nel 2000, nel
capitolo Un secolo di sangue - Dieci Papi
assassinati:
[dopo
aver ricordato che il papa Sergio 3° (regnante a Roma dal 904 al 905] ebbe un
figlio dalla concubina Marozia, diventato poi papa nel 931 con il nome di
Giovanni 11°, continua:] Il colmo fu
raggiunto da Giovanni 12°[regnante dal 955 al 964], ventenne figlio del principe Alberico [principe romano], e imposto da costui come Papa, per riunire
in una sola persona il potere civile e quello ecclesiastico: era un giovinastro
scostumato e ignorante, digiuno di
liturgia. Dopo diverse traversie politiche finì per un colpo apoplettico durante
un convegno amoroso, o fu ucciso dal marito tradito, nel 964.
In merito alle caratteristiche del
potere pontificio tra il Nono e il Decimo secolo si parla, in modo piuttosto
evocativo, di pornocrazia. Tutto ciò fa parte di quel Medioevo che da
alcuni viene favoleggiato come epoca d’oro della nostra fede.
Dunque non ci è lecito sconfessare un popolo solo
sulla base dei suoi costumi sessuali, ma anche di altri suoi (molti) vizi. Non
lo abbiamo fatto in altre epoche in cui i problemi furono molto più seri.
Travagliati da una violenza generalizzata dalla quale, oggi, ci siamo
affrancati, almeno nella nostra Europa, e in Italia in particolare.
Io credo che si abbiano buoni motivi per
partire dal presupposto di una realtà sociale di fede ancora esistente nel
nostro quartiere, sebbene non abiti più la nostra parrocchia. Il nostro
problema consiste quindi nel ricondurvela dentro. Non però con lo spirito di
chi assiste ad un qualche spettacolo religioso, come nelle feste paesane o in
certi eventi di massa organizzati dai nostri capi religiosi. Infatti non ci
dobbiamo proporre di produrre una folla, ma indurre una comunità, quindi condurla a
manifestarsi in gente partecipe e creativa, non passiva spettatrice di liturgie
organizzate da altri. Non quindi gente con il libretto in mano che fa quello che le si dice, quando e come glielo
si dice. Vogliamo persone che si esprimano e che, innanzi tutto, ci parlino
delle loro vite. Il punto di partenza di ogni comunità è infatti il conoscersi
meglio. E per riuscire a farlo dobbiamo, innanzi tutto, abbandonare lo stile
polemico di chi, incontrando il nuovo venuto, pretende di scrutinarlo, per verificarne la corrispondenza ad un qualche
modello ideale e la sua docilità. E’ con questo atteggiamento che ci si aliena
la simpatia della gente. Simpatia non è cosa superficiale:
significa essere in grado di capire il bene e il male dell'altrui vita.
Essa poi si sviluppa in empatia, che
significa gioire delle gioie altrui e patire dei dolori altrui, come se fossero
i propri, quindi condividerli. Simpatia ed empatia sono alla base delle relazioni forti
tra gli esseri umani, come quelle
che, ad un certo punto, rendono possibile la tradizione della fede.
Purtroppo l’atteggiamento polemico è
inveterato nelle nostre collettività di fede, fin dalle origini. Ne troviamo traccia anche
nelle scritture sacre che riferiscono delle nostre prime esperienze collettive
di fede dopo la morte del Fondatore. Esso ha determinato tutti gli effetti
mortiferi delle nostre teologie che storicamente si sono manifestati. E ancora
oggi talvolta la teologia, e più spesso un certo teologhese, un suo sottoprodotto degradato, viene brandita come una clava nelle polemiche sociali tra persone di fede.
Ma questo è un altro discorso su cui dovrò
tornare ancora.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli