venerdì 11 dicembre 2015

Un compito impegnativo: radunare i dispersi e indurre una comunità

Un compito impegnativo: radunare i dispersi e indurre una comunità

 Ognuno ha in mente un modo di essere persone di fede in parrocchia. Vede le cose sotto prospettive particolari: la sua esperienza personale, quella del gruppo in cui si è formato e in cui ha le relazioni fondamentali della sua vita sociale. Si hanno anche delle attese, delle aspettative, che cambiano a seconda delle età della vita e delle situazioni sociali e personali. In parte esse non dipendono dalla nostra volontà, ma da ciò che chiamiamo natura. Un ventenne vede le cose in modo diverso da un sessantenne. E sentiamo che, nel corso della vita, siamo sempre la stessa persona, ma anche che cambiamo molto. Non è solo questione della biologia corporea,  per cui uno cresce, si riproduce, invecchia e muore. Ci sono, ad essa collegati, dei processi psichici, mentali, sui quali possiamo influire in maniera piuttosto limitata. E tuttavia si creano dei legami tra tutta questa gente che è molto diversa, ma che, anche, condivide molte cose della vita. Questi legami sono la cultura di un popolo. Come gli esseri umani cambiano, anch’essa cambia. Della cultura di un popolo fa parte anche la sua fede  nel soprannaturale e la religione, come modo di viverla socialmente. La nostra religione, come fatto culturale, è molto cambiata dalle origini, anche se vi riconosciamo dei tratti comuni, che permangono, così come in un adulto riconosciamo certi tratti del bambino. Tuttavia c’è una differenza: la religione non è invecchiata con il passare dei secoli, si è invece rinnovata. Di generazione in generazione. Tutte le culture che non hanno saputo rinnovarsi  si sono estinte. Confidiamo che la nostra fede non passi. Perché? Nella nostra visione, essa ha infatti incorporata una dinamica di rinnovamento costante, sorretta da una grazia soprannaturale. La promessa del rinnovamento, che tutte le cose siano fatte nuove, conclude le nostre scritture sacre. Ma in che direzione rinnovarsi? E’ un processo che ci sovrasta. Che supera ogni nostro progetto, ogni nostra sistemazione delle cose, che va intesa sempre come provvisoria. E’ come quando si genera un figlio e si scopre, mentre cresce, chi è e che, benché assomigli ai genitori, non è mai identico a loro. E infatti, in religione, siamo giunti a concepire quel rinnovamento anche come rigenerazione. In questo però riprendiamo un’idea dell’antico ebraismo: siamo aperti alla vita, come si dice, non perché siamo affezionati alla specie come, ad esempio, può esserlo un allevatore di canarini o di pecore pregiate, ma perché ci attendiamo grandi sorprese, e soprattutto molto bene, dai nuovi arrivati, nel processo di rinnovamento/rigenerazione.
  Nelle cose umane si dà molta importanza alla tradizione, che si esprime soprattutto nella civiltà giuridica, che dà una continuità alla storia delle culture umane. La tradizione non è solo tramandare la cultura, intesa come complesso delle conoscenze e dei costumi di vita, ma anche accrescerla  di generazione in generazione, di modo che non vada perso ciò che si è imparato nei secoli e, soprattutto, ciò che si è appreso dagli errori fatti. La scienza procede per errori e secondo il fisico Carlo  Rubbia, premio Nobel nel 1984, lo scienziato migliore è quello che ha fatto tutti gli errori possibili nel suo campo e, aggiungo, ha imparato da essi. Ma anche nel campo del diritto si procede in un modo simile. Nel sesto secolo, il sovrano dell’Impero Romano d’Oriente, Giustiniano I, promosse un’opera enciclopedica raccogliendo le leggi e il pensiero giuridico di circa mille anni di storia romana: leggendola vi ritroviamo il fondamento degli attuali concetti giuridici diffusi nel mondo dagli europei. Tuttavia il diritto, nei secoli, è molto cambiato, adattandosi a regolare nuove situazioni e nuove relazioni umane, e soprattutto imparando dagli errori fatti. Il diritto di Giustiniano non potrebbe più regolare la nostra vita di oggi, ma, ragionando di diritto, ci rifacciamo ancora a molti degli schemi concettuali dell’antica civiltà giuridica da cui esso provenne.
 Nel processo di rinnovamento/rigenerazione  le genti della nostra fede hanno preso a distanziarsi molto dall’antico ebraismo. Non dobbiamo dimenticarcene mai. Condividiamo un importante patrimonio culturale ma impersoniamo due religioni diverse, nessuna delle quali deve essere concepita come eresia dell'altra, per cui ad un certo punto ci si aspetti che sia assorbita dall'altra o che comunque assuma il punto di vista dell'altra. Devono coesistere pacificamente nella loro diversità, e proprio la loro diversità costituisce un arricchimento per il genere umano.  La diversità emerge più fortemente nel confronto con la parte delle scritture sacre che deriva dall’antico ebraismo. Dobbiamo sempre ricordare che esse vanno interpretate, in un’ottica di fede nostra, alla luce di quelle originate dalla nostre prime collettività di fede, sulla base degli insegnamenti del Fondatore.  Le nostre genti hanno ritenuto da sempre di essere inviate  fino agli estremi confini della terra per suscitare quel rinnovamento  di origine soprannaturale che esprime l’idea di salvezza  che ci è propria. L’antico ebraismo visse invece l’esperienza dell’espansione fuori delle terre originarie della sua cultura come dispersione, diaspora, con un fatto negativo, addirittura talvolta come una pena per i peccati del passato, e soprattutto come un pericolo per la sua integrità  per i rischi di contaminazione con culture aliene, ad esempio per via matrimoniale. Di fatto poi visse un’esperienza storica simile a quella delle nostre genti e oggi comprende, dal punto di vista antropologico, popolazioni umane di molte varietà e culture, fortemente integrate dalla cultura religiosa.
 Storicamente abbiamo sempre avuto diverse difficoltà a integrare tradizione  e  rinnovamento/rigenerazione. La nostra, in realtà, dovrebbe essere una tradizione di rinnovamento/rigenerazione. Spesso però abbiamo fatto prevalere quell’aspetto della tradizione che consiste nel tramandare  quanto ricevuto dal passato. Così la tradizione diventa essenzialmente lo sforzo di riprodurre  il passato, che si considera immutabile, e di eliminare le innovazioni successive, viste come incrostazioni storiche. In realtà nella nostra storia bimillenaria di novità ne abbiamo introdotte moltissime ed è stato un bene: questo ha consentito il rinnovamento/rigenerazione. Il moto di  rinnovamento/rigenerazione  ha dunque sempre funzionato, nonostante le resistenze  e difficoltà culturali. Ma non di rado, seguendo l’ideologia dell’antico ebraismo, ne abbiamo una cattiva opinione. Fondamentalmente perché abbiamo dei problemi nel lavoro che il Wojtyla chiamò di purificazione della memoria, che significa discernere nel passato ciò che è bene e ciò che è male nella nostra esperienza religiosa, ciò che può essere preso ad esempio e ciò che non deve esserlo, ciò che merita di essere continuato e ciò che non lo lo merita. Anch'esso, talvolta, viene considerato un pericolosa innovazione. A volte si vorrebbe riproporre acriticamente un nostro particolare passato, più o meno lontano, e, in questo modo, arrestare  l'evoluzione storica, che ci crea problemi culturali. Lo si fa cercando di appigliarsi ad argomenti soprannaturali o evocando il successo di nostre passate civiltà, sminuendone gli effetti collaterali negativi, e spesso anche gli orrori. 
  Questo si è visto in particolare di fronte allo spettacolare moto di rinnovamento/rigenerazione indotto dai saggi dell’ultimo Concilio ecumenico, che significa universale, cinquant’anni fa. Invece di assecondarlo, scoprendone il profondo senso religioso, ne abbiamo avuto paura e abbiamo preso delle contromisure. Esse sono consistite nel fare argine, cercando di contenere l’entità del nuovo che si stava sviluppando. E in questo abbiamo seguito, veramente in una sorta di tradizione, i moti  reazionari  che si svilupparono a partire da fine Settecento. Due sono state le vie. La prima è fissare alcuni temi sui quali il rinnovamento non doveva esercitarsi: è quella dei  valori non negoziabili. Se questi valori vengono collegati a una tradizione di popolo, come elementi culturali di tipo etnico, individuandoli in base a ciò che ad esempio si è stati In Italia per secoli, essa assume la forma del fondamentalismo  religioso. L’altra è quella di chiudersi in piccole collettività molto coese, rigidamente e gerarchicamente disciplinate, in cui vivere  tutto  ciò che riteniamo rientri nell’ideologia di vita ricevuta dal passato che pensiamo  di dover riprodurre in eterno: questa è la via dell’integrismo   religioso. In entrambe si fa pulizia dei fattori contaminanti, in un’azione propriamente di polizia ideologica. Questo significa ripulire le nostre collettività dai dissenzienti o recalcitranti, da tutti coloro che non accettano di conformarsi a una certa ideologia religiosa.  Nell’accostarsi alle persone nuove diventa così centrale lo scrutinio: quelle che non superano l’esame di conformità ideologica vengono allontanate. E si cerca anche di limitare i contatti potenzialmente contaminanti con l’esterno. Ho parlato a questo proposito di comunità corazzate. Ecco dunque che l'elemento comunitario visto dai saggi del Concilio come fonte di rinnovamento/rigenerazione si trasforma in quelle esperienze collettive nel suo contrario.
  In Italia sono state percorse entrambe quelle vie di contenimento  del moto di rigenerazione/rinnovamento.
 I movimenti che le esprimono usano convocare in piazza masse di loro aderenti, per produrre e manifestare folle di gente fedeli alla loro impostazione ideologica, secondo il modello della comunità corazzata, che viene presentata come l'unica veramente ortodossa. Se ne cerca conferma dall'autorità religiosa, provando ad accattivarsela con il numero e una specie di  culto della personalità di massa. Così creano un’immagine di espansione, evocando quella, strepitosa, delle nostre collettività delle origini. Questa è stata anche la strategia della nostra Azione Cattolica fino agli anni Sessanta. Esibire le masse in piazza. Solo che in quell'esperienza non si voleva proporre una propria ideologia collettiva, per portare la gerarchia sulle posizioni dell'Azione Cattolica, ma sostenere quella diffusa dalla suprema autorità religiosa. Dopo il Concilio, però, in Azione Cattolica si è seguita un’altra via, quella della mediazione culturale, proponendosi di essere  fermento, come il lievito in un impasto che comprende anche gente che la pensa diversamente, senza timore di contaminazione. Non è cambiata però l'idea di essere strumento del magistero: ci si è concentrati in particolare su quello dell'ultimo Concilio, del resto sollecitati in questo dalla gerarchia del clero.
  Di fatto poi i  fondamentalisti  e gli   integralisti hanno poco seguito in società, e infatti si lamentano sempre di essere diventati un piccolo resto. Quegli altri, invece, hanno espresso una cultura che è ancora alla base della nostra nuova Europa, quella dei diritti umani e della pace perpetua.
  Nella nostra parrocchia negli ultimi trent’anni si è seguita prevalentemente  la via dell’integralismo religioso, in ciò innovando profondamente la  tradizione  parrocchiale dei vent’anni precedenti. Questo ha comportato ridurre al minimo il pluralismo. Ecco che, all’esito di questo processo, ci troviamo in pochi e non sappiamo che fare.  Diamo la colpa alla gente di fede del quartiere. Infedele che è! Il gregge si è disperso, possiamo dunque dire con una metafora pastorale.  La cosa può essere vista però anche così: nella nostra ansia di purificazione abbiamo lasciato molta gente fuori. Ma il fatto negativo non è solo che si è rimasti in pochi, ma che si è bloccato il moto di rinnovamento/rigenerazione che è caratteristico della nostra fede e che corrisponde alla sua missione religiosa. In mancanza di gente nuova non ci rinnoviamo/rigeneriamo e la collettività si estingue.
  Oggi ci accorgiamo che non basta espandersi per via biologica,  generando fisicamente  gente nuova che prenda ad un certo punto il nostro posto. E questo anche se cerchiamo di essere molto prolifici. E scopriamo che è triste arrivare a dover fare catechismo solo ai nostri figli. Perché è triste? La rigenerazione c'è in definitiva, ma è generazione di ciò che in fondo vogliamo che rimanga sempre uguale al passato, manca quindi il rinnovamento.
  Il nostro lavoro di oggi, allora, deve essere quello di aprire le porte, far entrare gente nuova senza che si debba sottoporre a controlli di dogana religiosa, radunare il gregge che è fuori degli spazi liturgici, disperso, e indurre una nuova comunità nuovamente capace di rinnovamento/rigenerazione.
  In una parola. ripristinare il pluralismo. 
  In questo modo anche la via dell'integralismo riprenderà vigore, perché tra i molti che arriveranno ve ne saranno sicuramente alcuni, non tutti, che ad un certo punto  saranno attratti dall'idea di una vita religiosa come quella. Ma anche tutti gli altri riprenderanno ad abitare la parrocchia, liberi di seguire altre vie, innanzi tutto quella indicata dalla diocesi.
 Che significa  indurre una comunità?
 Ne tratterò nei successivi interventi.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro Valli