Una
crisi che viene dal passato
Il 1980 fu un anno importante per me: fu
allora che divenni ciò che ancora sono. La maturazione avvenne nell’ambiente
degli universitari cattolici della FUCI. Avevo finito il percorso universitario
e stavo preparando la tesi di laurea, lavoro che mi occupò a lungo, divenendo più impegnativo del
previsto.
L’uomo giovane che ero allora vorrebbe rivolgersi
ai ventenni di oggi, a persone nate dopo il 1990 o poco prima. A quell’epoca, le origini
della crisi che oggi ancora travagliano le nostre collettività di fede erano
già piuttosto remote. Si era già pienamente all’interno di quella che ho
chiamato era glaciale, caratterizzata
dallo sforzo di sospendere, sopendoli, i vivaci moti di sperimentazione per il
rinnovamento che avevano agitato la gente di fede italiana negli anni successivi
all’ultimo Concilio e, in particolare, verso la metà degli anni 70, da me vissuti
da adolescente e con piena consapevolezza, poiché uno dei loro protagonisti era
un mio parente stretto.
L’elezione a papa nel 1978 di Wojtyla, persona
di grande carisma personale, che lasciava una profonda impressione positiva in
tutti coloro che avevano l’occasione di avvicinarla, con una brillante storia
di vescovo di diocesi e non di funzionario della curia romana, può essere
interpretata come una forma di reazione a ciò che si era prodotto nel dopo
Concilio. Naturalmente c’era molto di più. Si tenne conto del contesto mondiale,
in cui l’Unione Sovietica, retta secondo una ideologia marxista-leninista
abbastanza aggiornata dopo la morte della figura egemone succeduta al fondatore
Lenin, vale a dire quella di Stalin, era giunta a quell’epoca alla massima espansione
della sua influenza culturale e politica, in particolare nell’Europa Occidentale
e in tutta l’America Latina.
Wojtyla svolse la missione che gli era stata
affidata. Nel suo grande potere di imperatore religioso non era obbligato a
seguirla, ma egli la condivideva. Attuò, sostanzialmente, una repressione di
bassa intensità, più sensibile negli ambienti del clero. Con il laicato
mantenne invece sempre un ottimo rapporto, in particolare con gli universitari,
il mondo al quale nella sua Polonia si era particolarmente dedicato. Produsse
un gran numero di importanti documenti legislativi, contenenti norme di fede,
tra i quali il nuovo codice di diritto canonico e il Catechismo della Chiesa Cattolica,
il quale fu posto come norma inderogabile per i teologi cattolici. Cercò di
imporre una interpretazione dei principi dell’ultimo Concilio che impedisse le divisioni e mantenesse un ruolo forte, non tanto della gerarchia del clero
nel suo complesso, ma del Papa come artefice inderogabile dell’unità. L’impressione
generale fu quella di una specie di addormentamento delle diatribe, ma poi
anche di tutto il mondo laicale italiano, insomma non propriamente di
repressione, che comunque vi fu in alcuni casi, ma di un sopire, di una specie
di incantamento fatato, perché, capite, si fu effettivamente molto coinvolti da
questo Papa venuto da lontano, agli inizi giovane, dinamico, tanto diverso da
come era stato Montini nei suoi difficili e dolorosi ultimi anni di esercizio
del suo alto ministero. Noi giovani universitari degli anni ’80 conoscemmo
questo Papa giovane, esuberante, simpatico, capace di rendersi vicino ad ognuno che incontrava. senza
l’aura sacrale che ancora aveva circondato il Montini e che distanziava dalla gente comune, e ne fummo vinti.
Fu solo nel periodo preparatorio del Grande
Giubileo del 2000, nei tre anni che precedettero quel grande evento al
passaggio di millennio, che Wojtyla, affrontando il campo più difficile, quello
del confronto con le tragiche e tremende colpe storiche della gente della nostra fede, sembrò
andare in altra direzione: la sua decisione di guidarci nel lavoro di purificazione della memoria, che
significa ripudiare come esempio di
vita e di cultura tutto il male che era stato compiuto in nome della fede e
innanzi tutto farne memoria veritiera,
suscitò molte polemiche e lui stesso ne fu l’oggetto. Ma, in definitiva, si
trattava di un progetto che era sempre orientato ad evitare che il franco
riconoscimento di quel male, ormai ineludibile, provocasse divisioni
pericolose. Cercò di guidarci tutti
su quella via, uniti intorno a lui,
assumendo, per così dire, su di sé il peso di tutto. Il problema era però, ed
è, che il riconoscimento del tanto male compiuto in nome della fede, avrebbe
richiesto di cambiare profondamente il modo di vivere insieme in religione: ciò
che il Wojtyla intendeva fare con molta gradualità e, soprattutto, mantenendo
il Papato come fattore personale di
unità. E, insomma, il riconoscimento delle colpe del passato vi fu, l’impegno
per la purificazione della memoria anche, ma quello per il cambiamento no, perché rimase a livello di proposito nell’agenda del Papa, e
solo nella sua, senza coinvolgere minimamente la nostra gente di fede, che
rimase affascinata dal Wojtyla anche nel corso della sua lunga malattia, in cui
divenne il vecchio cadente e come imbambolato che conoscemmo nei primi cinque
anni del nuovo millennio, ormai devastato dal Parkinson, una persona
completamente diversa da quella degli anni ’80, ma pur sempre fascinosa anche
nella sua difficile e dolorosa fine.
Nel 2005, nel mese prima della morte del Wojtyla, quando
ormai essa era data per certa a breve, la Commissione per il laicato della Conferenza Episcopale
Italiana pubblicò la lettera pastorale Fare
di Cristo il cuore del mondo, che conteneva un forte appello ad un rinnovato impegno laicale secondo i
principi dell’ultimo Concilio, con particolare riferimento all’autonomia e
creatività nell’azione dei laici di fede nella società civile. Ma era troppo tardi. L’incantamento
in cui era caduta la nostra gente di fede non si dissolse. Troppo a lungo la si
era sopita: il tempo di una generazione! Di certe cose si era perduta memoria
ed esperienza. I protagonisti di un tempo si erano fatti molto anziani o erano
morti. Coloro che, come quel mio parente influente esponente del laicato
italiano a cui ho accennato, avevano osato porre obiezioni al disegno wojtyliano erano stati
emarginati. Non c’erano state condanne esplicite, ma si tendeva a non invitarli
più negli incontri che contavano perché suscitavano problemi, a dimenticarsene. E’ un’esperienza
che quel mio parente di cui ho scritto soffrì duramente nella sua città. Una condizione a cui , in qualche modo, si giunse a porre rimedio solo ad un anno dalla sua morte. Ed egli aveva dato tanto alla collettività di fede della sua città.
Tutto ciò, questo processo storico che ho sintetizzato, ha generato quello che oggi siamo
diventati e, in particolare, i problemi che ai tempi nostri ci troviamo ad affrontare, in
Italia in genere, ma anche nella nostra parrocchia. Solo che nella nostra
parrocchia l’orientamento wojtyliano è stato attuato in modo molto più spinto,
addirittura oltre le intenzioni del suo ispiratore, sopprimendo quasi del tutto
il pluralismo (a scopo di pacificazione, quindi con le migliori intenzioni naturalmente). Nel mondo di fede italiano è stato molto diverso. Ad esempio, l’Azione
Cattolica ha continuato ad essere, in particolare con le sue attività
editoriali, una potente agenzia culturale per la diffusione e lo sviluppo degli
ideali dell’ultimo Concilio. Il pluralismo, seppure contrastato, è stato
mantenuto.
La condizione di separatezza, di estraneità,
della parrocchia al quartiere si deve addebitare innanzi tutto, non a una paganizzazione del quartiere, ma ad un
nostro fondamentalismo, per cui siamo refrattari a confrontarci veramente con
gli altri, in quel lavoro che ci è molto difficile e che è il dialogo, uno dei cardini del moto
rinnovatore innescato dai saggi dell’ultimo Concilio. Abbiamo trovato più
semplice sparare il kèrigma,
il succo della nostra fede, sulle teste della gente del quartiere, nelle nostre
periodiche sortite, senza effettivamente poi spiegarne compiutamente il senso,
che è propriamente il lavoro della catechesi,
il quale sempre richiede il dialogo rispettoso
dell’altro per essere efficace, a qualsiasi età essa sia rivolga, e non
consiste solo nel diramare ordini del
giorno etici, per dire agli altri come devono
essere se non vogliono che sia
indicata loro la porta in uscita.
Questa invece mi pare sia stata un po’ la nostra versione della Chiesa in uscita, fino ad un po’ di
tempo fa. Abbiamo indicato a chi dissentiva o obiettava, o comunque non si adattava ad un certo modello collettivo e personale, la porta in uscita e quelli l’hanno
imboccata.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli