Il senso di una lunga
storia
Continuo a rivolgermi
ai giovani della parrocchia, alle persone nate dopo il 1990 o poco prima e che
hanno incominciato ad interagire con la società del loro tempo nel Terzo
millennio della storia della nostra fede.
Questo di oggi è il
millesimo post pubblicato su questo
blog dalla sua creazione, il 1 gennaio 2012. Potete leggere tutti questi post sul blog, cliccando sull’elenco qui
a destra. Il lavoro che si è fatto è consistito essenzialmente nel fare memoria
del senso della storia degli ultimi due secoli delle collettività di fede
italiane, dall’inizio dell’Ottocento ad oggi. In essi furono protagonisti i
laici di fede, i quali, nel corso di un processo culturale piuttosto complesso
e coincidente con lo sviluppo dei governi democratici in Europa, ebbero un ruolo
importante nella profonda riforma dell’ideologia e dell’organizzazione della
nostra confessione religiosa attuata dai saggi dell’ultimo Concilio, tra il
1962 e il 1965.
Al Concilio Vaticano
2° parteciparono, come uditori, senza diritto di voto, alcuni laici,
cinquantadue esattamente, uomini e donne (furono tredici): fu una notevole
novità perché non si trattava di capi politici, ma di gente del popolo di fede
che era stata protagonista nella vita culturale e nell’apostolato. Nei due
millenni della nostra vita collettiva religiosa solo regnanti e loro feudatari
avevano avuto la possibilità di influire sui concili ecumenici, in particolare
nel primo millennio, in cui essi furono convocati dagli imperatori bizantini,
quando ormai la nostra religione era divenuta un affare di stato.
Le uditrici laiche
furono:
Pilar Belosillo (Spagna), Rosemary Goldie (Australia), Marie
- Luoise Monnet (Francia), Amalia Dematteis (Italia), Ida Marenghi Miceli
(Italia), Alda Miceli (Italia), Luz Maria Lngoria (Messico), Margarita Moyano
Llerena (Argentina), Gertrud Eherle (Germania), Hedwing von Skoda
(Cecoslovacchia -Svizzera), Catherine McCarty (USA), Anne Marie Roeloffzen
(Olanda) e Gladys Parentelli (Uruguay).
Dal libro di Luca
Rolandi, Testimoni del Concilio, Effatà
editrice, appunto alcuni dei nomi degli uditori laici. Ci furono: Vittorino
Veronese, ex presidente dell’Azione Cattolica Italiana fino al 1952; il
filosofo francese Jean Guitton, amico personale del papa Montini; il britannico
Patrick Keegan, presidente della Gioc, un movimento della gioventù operaia, che
intervenne in aula proponendo una visione dell’apostolato dei laici che
corrisponde a quella proposta nel Decreto conciliare Sull’apostolato, sull’apostolato dei laici, del Concilio; Juan
Vasquez, argentino, che parlò a nome della gioventù, della quale si era
occupato presiedendo organizzazioni giovanili.
Non era presente una
delle figure centrali per l’ideologia del Concilio, il filosofo francese
Jacques Maritain, del cui pensiero era stato grande divulgatore in Italia il
Montini. La sua impostazione filosofica
è avvertibile in uno dei documenti del Concilio che più contribuirono a
cambiare ciò che di male c’era stato nel vivere collettivamente la fede, la
Dichiarazione La Dignità Umana.
Da un articolo in
merito di Roberto Papini, sul WEB all’indirizzo
https://www.stthomas.edu/media/catholicstudies/center/johnaryaninstitute/conferences/2005-vatican/Papini.pdf
trascrivo:
“I Padri conciliari
approvano la dichiarazione Dignitatis Humanae il 7 dicembre 1965; il testo
esprime un difficile ma forte equilibrio tra i diritti della libertà e i doveri
verso la verità, tra la libertà soggettiva e la verità oggettiva, argomento
attorno a cui Maritain aveva lavorato una vita per garantire un pluralismo non
come criterio filosofico, che porterebbe al relativismo, ma come metodo
politico per evitare qualsiasi forma di autoritarismo. Il giorno dopo Paolo VI
in piazza san Pietro consegna a Maritain il «Messaggio agli uomini di pensiero
e di scienza» dicendogli: «La Chiesa vi è riconoscente per il lavoro di tutta
la vostra vita». Nel Messaggio per ben quattro volte si fa riferimento alla
verità come oggetto e scopo della ricerca. Maritain risponde a questo pubblico
riconoscimento con una lunga lettera pubblicata in seguito su “L’Osservatore
della domenica” del 6 marzo 1966, nella quale, tra l’altro scrive: “Non ignoro
che tra noi altri intellettuali ci sono uomini che si credono destinati a non
cercare che delle verità, senza amare la Verità. Il santo Padre non li
trascura, perché a nessuno è dato di giudicare il fondo dei cuori e perché in
realtà, ritengo, che nessuno metterebbe tanto zelo nel cercare delle verità se
nelle regioni della sovracoscienza dello spirito non cercasse, e non amasse la
Verità, anche senza saperlo». Questa presenza discreta di Maritain, a cui il
Papa chiede anche consiglio per la stesura dei messaggi finali del Concilio,
non inorgoglisce il filosofo, tanto che in un lettera a Giovanni Stecco, un
insegnante del Seminario di Vicenza, proprio a proposito dell’incontro a
Castelgandolfo in relazione ad una foto apparsa sui giornali scrive «Sono
sorpreso nell’apprendere che quella foto è stata pubblicata, io credevo
rimanesse strettamente privata negli archivi del Santo Padre. Il pellegrinaggio
lampo che ho fatto per dirgli la mia venerazione filiale e la fedeltà della mia
dedizione, l’ho tenuto nascosto a tutti i miei amici, e sono rimasto a Roma
soltanto due giorni e mezzo, tra due aerei, senza vedere alcuno, per conservare
l’incognito. Ed ora Lei mi scrive che ‘tutti i giornali hanno notato lo spirito
di affettuosa amicizia che la foto rivela’. Io che vivo ritirato dal mondo e ho
tanta paura dei giornalisti! Quali interpretazioni aberranti la gente vuol dare
a ciò che era un semplice omaggio di pietà filiale? Non è insomma, colpa mia.
Dio sa ciò che permette...» (24 settembre 1965). E qualche tempo dopo, a
proposito del «Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza»: “«....si tratta
di ben altro che di me; si tratta di una certa continuità dottrinale. Io non
sono che un povero moscerino, tutto stupefatto e profondamente riconoscente per
l’affetto che il Santo Padre ha la bontà di testimoniargli» (17 dicembre 1965).
Tra
gli uditori laici al Concilio c’erano comunque, ricorda Papini nell’articolo
che ho sopra citato, alcuni amici del Maritain, tra i quali Ramon Sugranyes de
Franch, presidente di «Pax Romana», il movimento internazionale degli
intellettuali cattolici.
La presenza di
questi uditori laici significò che i saggi del Concilio, tutti capi
appartenenti al clero, si erano aperti alle istanze del pensiero laicale di
fede, espressione di movimenti suscitati con molta vivacità e creatività nella
parte largamente maggioritaria del popolo religioso, presente in una componente
largamente minoritaria e senza diritto di voto al Concilio, ma presente. I
laici non erano più influenti solo dal punto di vista politico, come nei
millenni precedenti, nel tentativo di indirizzare i lavori del Concilio per
questioni di potere. Avevano proposto questioni che riguardavano specificamente
la dottrina, l’ideologia religiosa, perché si potesse continuare a essere gente
di fede nel nuovo contesto storico aperto dallo sviluppo delle democrazie di
popolo e dei loro valori fondamentali.
Insomma, dall’Ottocento
la fede non è più cosa solo da preti.
E il ruolo dei laici
non è solo quello di gregge e, in
particolare, di riproduttori di gente
di fede. Essi hanno iniziato a prendere la parola. Alcuni di loro l’hanno fatto
al Concilio, ma avevano cominciato a farlo molto prima.
Alcuni temono che le
novità richieste e sperimentate dai laici ci portino lontano dalla fede delle
origini. In religione si ritiene di aver ricevuto un deposito di fede che,
almeno nei suoi elementi essenziali, deve passare intatto di generazione in
generazione. Così, quando si parla di riforma, si inizia sempre con il pensare
di tornare al passato, depurando il presente da certe incrostazioni, certe aggiunte,
fatte arbitrariamente nel corso della storia di fede. Fondamentalmente fu
questa anche l’ideologia dei saggi del Concilio, nelle questioni prettamente
dottrinali.
Tuttavia noi non
troviamo nel passato tutte le soluzioni giuste per vivere la fede oggi. Bisogna
realisticamente prenderne atto. In
particolare il contesto culturale biblico è
troppo distante dal nostro. Vi
possiamo certamente trovare un’ispirazione e, anzi, dobbiamo farlo, in un’ottica di fede. Ma costruire il presente e, soprattutto,
progettare il futuro non può significare semplicemente replicare il passato.
Occorre essere creativi.
L’interazione
sociale ci cambia. Apprendiamo cose nuove e costruiamo schemi culturali più
adatti alla realtà come ci appare e la sperimentiamo. Questo è molto evidente
anche nelle questioni della dottrina della fede, solo che se ne voglia fare
memoria senza paraocchi ideologici. Non
è vero che ogni cambiamento sia un tradimento. Le nostre collettività di
fede delle origini iniziarono a cambiare prestissimo, già quando decisero di
abbandonare certe regole dell’ebraismo antico. Il risultato di questi primi cambiamenti sono
stati consacrati nelle nostre Scritture sacre.
E ciò che chiamiamo
Tradizione è, in fondo, anche una storia di cambiamenti.
Rimane sempre
qualcosa che assomiglia al passato, come un figlio assomiglia ai genitori, e
anche agli avi più remoti e le lingue contemporanee a quelle antiche.
Le cose dell’umanità
sono tutte fatte così.
Eppure c’è qualcosa
di più di questo. E’ come se ci fosse anche un dialogo con le ere antiche dell’umanità,
mediato dalla parola scritta e da altre tradizioni culturali. Ad esempio le nostre Scritture parlano e noi, meditandoci sopra, dialoghiamo con le voci che
da esse ci giungono. Nella fede noi pensiamo di individuarvi anche una voce
soprannaturale. Sentiamo di avere una responsabilità verso quelle voci, quella
storia, quelle presenze. Il nostro non è solo un interesse come di studiosi, di
eruditi. Ci accostiamo a quelle voci come le persone si accostano a quelle dei
genitori e a quelle di chi vuole loro bene. Le amiamo, anche se talvolta non
riusciamo a comprenderle bene e in qualche cosa, o in molto, ce ne discostiamo.
Cambiamo, perché gli esseri umani cambiano, ma, progettando il cambiamento,
cerchiamo amorevolmente luce dialogando con chi ci ha preceduto e con quella
voce soprannaturale di cui dicevo. Perché da loro abbiamo imparato ad essere
umani e temiamo di distruggere la nostra umanità ripudiando superficialmente.
Nulla si opporrebbe a
che noi cambiassimo istantaneamente il nostro modo di vivere collettivamente,
in ogni campo. Chi si è provato a farlo ha però trovato molte difficoltà e,
soprattutto, ha dovuto esercitare molta violenza, e poi di solito ha provocato
disastri umani. Eppure l’umanità è effettivamente cambiata. I cambiamenti sono
stati il frutto di processi culturali collettivi, che si sono sviluppati con
gradualità in un seguito di ideazioni, sperimentazioni, decisioni collettive e
poi di nuovo ideazioni, sperimentazioni e nuove decisioni collettive. La
cultura, con la sua tradizione, in un certo senso ci frena, ma anche
costituisce le condizioni del cambiamento. Ci fa comprendere il mondo in cui viviamo, per così arrivare a cambiarlo
senza produrre catastrofi umane. Questo lo si è capito sempre meglio nelle
nostre collettività di fede. E’ possibile cambiare rimanendo fedeli a certi
grandi ideali, alla base dell’elevazione della nostra condizione umana sopra
quella puramente animale, se si coopera pazientemente al cambiamento in un processo
culturale che gradualmente raggiunga il maggior numero di persone, producendo
una collettiva conquista culturale. Questo è stato il senso dell’impegno
laicale dall’Ottocento in poi, nelle nostre collettività di fede. Innescare e
sostenere un processo culturale di cambiamento.
Perché si deve
cambiare e in che cosa si deve cambiare?
Il saggi dell’ultimo
Concilio ci hanno indicato, nei documenti da loro elaborati, consacrati in
testi scritti e approvati, in che cosa si deve cambiare. Non hanno spiegato
bene, in fondo, perché si dovesse farlo, anche se qualche spunto si coglie nel
loro lavoro. E non lo hanno fatto perché
la realtà era insopportabile e perciò indicibile. E il processo di purificazione della memoria innescato dal
papa Wojtyla in occasione della preparazione al Grande Giubileo dell’Anno 2000
può essere considerato un frutto tardivo dell’ultimo Concilio, l’esplicitazione
delle ragioni per cui occorre cambiare.
Una prima ragione per
cambiare è che tutto, nelle cose umane, cambia. Anche la religione, come
processo culturale, deve cambiare, se non vuole estinguersi.
Un’altra ragione sta
nella tremenda nostra storia collettiva di genti fede, che ha prodotto
tantissimo male, insieme a moltissimo bene. Nel costruire un mondo nuovo dopo l’ultimo
conflitto mondiale, si è voluto anche ripudiare il molto male fatto in
religione. Quest’ultima non ha diritto di cittadinanza se vuole rimanere
attaccata a quelle consuetudini di male. Ma perché dovrebbe farlo? La nostra è
una religione che si propone di distaccarsi dal male.
E, in definitiva, la
nostra non è la fede che si attende che siano
fatte nuove tutte le cose?
Cari giovani della
parrocchia, quando vi si chiama alla fede è a quel lavoro a cui ho accennato
che vi si invita a partecipare. Bisogna costruire, iniziando a sperimentarlo da
subito, un mondo nuovo, animato da quella forma speciale di convivenza umana
che chiamiamo agàpe e che, nella fede, riteniamo avere
fondamento soprannaturale, inizio della vita
eterna. Semplicemente questo.
Tornate tra noi, voi
tutti giovani della parrocchia che ci avete conosciuto e che poi vi siete allontanati.
Abbiamo bisogno di voi.
Operativamente: cercate don Remo, il nostro nuovo parroco, o don Mimmo o don Emanuele.
Operativamente: cercate don Remo, il nostro nuovo parroco, o don Mimmo o don Emanuele.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,
Monte Sacro, Valli