domenica 29 novembre 2015

Il senso di una lunga storia

Il senso di una lunga storia

 Continuo a rivolgermi ai giovani della parrocchia, alle persone nate dopo il 1990 o poco prima e che hanno incominciato ad interagire con la società del loro tempo nel Terzo millennio della storia della nostra fede.
  Questo di oggi è il millesimo post pubblicato su questo blog dalla sua creazione, il 1 gennaio 2012. Potete leggere tutti questi post sul blog, cliccando sull’elenco qui a destra. Il lavoro che si è fatto è consistito essenzialmente nel fare memoria del senso della storia degli ultimi due secoli delle collettività di fede italiane, dall’inizio dell’Ottocento ad oggi. In essi furono protagonisti i laici di fede, i quali, nel corso di un processo culturale piuttosto complesso e coincidente con lo sviluppo dei governi democratici in Europa, ebbero un ruolo importante nella profonda riforma dell’ideologia e dell’organizzazione della nostra confessione religiosa attuata dai saggi dell’ultimo Concilio, tra il 1962 e il 1965.
 Al Concilio Vaticano 2° parteciparono, come uditori, senza diritto di voto, alcuni laici, cinquantadue esattamente, uomini e donne (furono tredici): fu una notevole novità perché non si trattava di capi politici, ma di gente del popolo di fede che era stata protagonista nella vita culturale e nell’apostolato. Nei due millenni della nostra vita collettiva religiosa solo regnanti e loro feudatari avevano avuto la possibilità di influire sui concili ecumenici, in particolare nel primo millennio, in cui essi furono convocati dagli imperatori bizantini, quando ormai la nostra religione era divenuta un affare di stato.
 Le uditrici laiche furono:
Pilar Belosillo (Spagna), Rosemary Goldie (Australia), Marie - Luoise Monnet (Francia), Amalia Dematteis (Italia), Ida Marenghi Miceli (Italia), Alda Miceli (Italia), Luz Maria Lngoria (Messico), Margarita Moyano Llerena (Argentina), Gertrud Eherle (Germania), Hedwing von Skoda (Cecoslovacchia -Svizzera), Catherine McCarty (USA), Anne Marie Roeloffzen (Olanda) e Gladys Parentelli (Uruguay).
  Dal libro di Luca Rolandi, Testimoni del Concilio, Effatà editrice, appunto alcuni dei nomi degli uditori laici. Ci furono: Vittorino Veronese, ex presidente dell’Azione Cattolica Italiana fino al 1952; il filosofo francese Jean Guitton, amico personale del papa Montini; il britannico Patrick Keegan, presidente della Gioc, un movimento della gioventù operaia, che intervenne in aula proponendo una visione dell’apostolato dei laici che corrisponde a quella proposta nel Decreto conciliare Sull’apostolato, sull’apostolato dei laici, del Concilio; Juan Vasquez, argentino, che parlò a nome della gioventù, della quale si era occupato presiedendo organizzazioni giovanili.
  Non era presente una delle figure centrali per l’ideologia del Concilio, il filosofo francese Jacques Maritain, del cui pensiero era stato grande divulgatore in Italia il Montini.  La sua impostazione filosofica è avvertibile in uno dei documenti del Concilio che più contribuirono a cambiare ciò che di male c’era stato nel vivere collettivamente la fede, la Dichiarazione La Dignità Umana.
 Da un articolo in merito di Roberto Papini, sul WEB all’indirizzo
https://www.stthomas.edu/media/catholicstudies/center/johnaryaninstitute/conferences/2005-vatican/Papini.pdf
trascrivo:
“I Padri conciliari approvano la dichiarazione Dignitatis Humanae il 7 dicembre 1965; il testo esprime un difficile ma forte equilibrio tra i diritti della libertà e i doveri verso la verità, tra la libertà soggettiva e la verità oggettiva, argomento attorno a cui Maritain aveva lavorato una vita per garantire un pluralismo non come criterio filosofico, che porterebbe al relativismo, ma come metodo politico per evitare qualsiasi forma di autoritarismo. Il giorno dopo Paolo VI in piazza san Pietro consegna a Maritain il «Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza» dicendogli: «La Chiesa vi è riconoscente per il lavoro di tutta la vostra vita». Nel Messaggio per ben quattro volte si fa riferimento alla verità come oggetto e scopo della ricerca. Maritain risponde a questo pubblico riconoscimento con una lunga lettera pubblicata in seguito su “L’Osservatore della domenica” del 6 marzo 1966, nella quale, tra l’altro scrive: “Non ignoro che tra noi altri intellettuali ci sono uomini che si credono destinati a non cercare che delle verità, senza amare la Verità. Il santo Padre non li trascura, perché a nessuno è dato di giudicare il fondo dei cuori e perché in realtà, ritengo, che nessuno metterebbe tanto zelo nel cercare delle verità se nelle regioni della sovracoscienza dello spirito non cercasse, e non amasse la Verità, anche senza saperlo». Questa presenza discreta di Maritain, a cui il Papa chiede anche consiglio per la stesura dei messaggi finali del Concilio, non inorgoglisce il filosofo, tanto che in un lettera a Giovanni Stecco, un insegnante del Seminario di Vicenza, proprio a proposito dell’incontro a Castelgandolfo in relazione ad una foto apparsa sui giornali scrive «Sono sorpreso nell’apprendere che quella foto è stata pubblicata, io credevo rimanesse strettamente privata negli archivi del Santo Padre. Il pellegrinaggio lampo che ho fatto per dirgli la mia venerazione filiale e la fedeltà della mia dedizione, l’ho tenuto nascosto a tutti i miei amici, e sono rimasto a Roma soltanto due giorni e mezzo, tra due aerei, senza vedere alcuno, per conservare l’incognito. Ed ora Lei mi scrive che ‘tutti i giornali hanno notato lo spirito di affettuosa amicizia che la foto rivela’. Io che vivo ritirato dal mondo e ho tanta paura dei giornalisti! Quali interpretazioni aberranti la gente vuol dare a ciò che era un semplice omaggio di pietà filiale? Non è insomma, colpa mia. Dio sa ciò che permette...» (24 settembre 1965). E qualche tempo dopo, a proposito del «Messaggio agli uomini di pensiero e di scienza»: “«....si tratta di ben altro che di me; si tratta di una certa continuità dottrinale. Io non sono che un povero moscerino, tutto stupefatto e profondamente riconoscente per l’affetto che il Santo Padre ha la bontà di testimoniargli» (17 dicembre 1965).
  Tra gli uditori laici al Concilio c’erano comunque, ricorda Papini nell’articolo che ho sopra citato, alcuni amici del Maritain, tra i quali Ramon Sugranyes de Franch, presidente di «Pax Romana», il movimento internazionale degli intellettuali cattolici.
  La presenza di questi uditori laici significò che i saggi del Concilio, tutti capi appartenenti al clero, si erano aperti alle istanze del pensiero laicale di fede, espressione di movimenti suscitati con molta vivacità e creatività nella parte largamente maggioritaria del popolo religioso, presente in una componente largamente minoritaria e senza diritto di voto al Concilio, ma presente. I laici non erano più influenti solo dal punto di vista politico, come nei millenni precedenti, nel tentativo di indirizzare i lavori del Concilio per questioni di potere. Avevano proposto questioni che riguardavano specificamente la dottrina, l’ideologia religiosa, perché si potesse continuare a essere gente di fede nel nuovo contesto storico aperto dallo sviluppo delle democrazie di popolo e dei loro valori fondamentali.
 Insomma, dall’Ottocento la fede non è più cosa solo da preti.
 E il ruolo dei laici non è solo quello di gregge e, in particolare, di riproduttori di gente di fede. Essi hanno iniziato a prendere la parola. Alcuni di loro l’hanno fatto al Concilio, ma avevano cominciato a farlo molto prima.
 Alcuni temono che le novità richieste e sperimentate dai laici ci portino lontano dalla fede delle origini. In religione si ritiene di aver ricevuto un deposito di fede che, almeno nei suoi elementi essenziali, deve passare intatto di generazione in generazione. Così, quando si parla di riforma, si inizia sempre con il pensare di tornare al passato, depurando il presente da certe incrostazioni, certe aggiunte, fatte arbitrariamente nel corso della storia di fede. Fondamentalmente fu questa anche l’ideologia dei saggi del Concilio, nelle questioni prettamente dottrinali.
  Tuttavia noi non troviamo nel passato tutte le soluzioni giuste per vivere la fede oggi. Bisogna realisticamente prenderne atto.  In particolare il contesto culturale biblico è  troppo distante dal nostro.  Vi possiamo certamente trovare un’ispirazione e, anzi, dobbiamo farlo, in un’ottica di fede.  Ma costruire il presente e, soprattutto, progettare il futuro non può significare semplicemente replicare il passato. Occorre essere creativi.
  L’interazione sociale ci cambia. Apprendiamo cose nuove e costruiamo schemi culturali più adatti alla realtà come ci appare e la sperimentiamo. Questo è molto evidente anche nelle questioni della dottrina della fede, solo che se ne voglia fare memoria senza paraocchi ideologici. Non  è vero che ogni cambiamento sia un tradimento. Le nostre collettività di fede delle origini iniziarono a cambiare prestissimo, già quando decisero di abbandonare certe regole dell’ebraismo antico.  Il risultato di questi primi cambiamenti sono stati consacrati nelle nostre Scritture sacre.
  E ciò che chiamiamo Tradizione è, in fondo, anche una storia di cambiamenti.
  Rimane sempre qualcosa che assomiglia al passato, come un figlio assomiglia ai genitori, e anche agli avi più remoti e le lingue contemporanee a quelle antiche.
 Le cose dell’umanità sono tutte fatte così.
 Eppure c’è qualcosa di più di questo. E’ come se ci fosse anche un dialogo con le ere antiche dell’umanità, mediato dalla parola scritta e da altre tradizioni culturali.  Ad esempio le nostre Scritture parlano  e noi, meditandoci sopra, dialoghiamo  con le voci che da esse ci giungono. Nella fede noi pensiamo di individuarvi anche una voce soprannaturale. Sentiamo di avere una responsabilità verso quelle voci, quella storia, quelle presenze. Il nostro non è solo un interesse come di studiosi, di eruditi. Ci accostiamo a quelle voci come le persone si accostano a quelle dei genitori e a quelle di chi vuole loro bene. Le amiamo, anche se talvolta non riusciamo a comprenderle bene e in qualche cosa, o in molto, ce ne discostiamo. Cambiamo, perché gli esseri umani cambiano, ma, progettando il cambiamento, cerchiamo amorevolmente luce dialogando con chi ci ha preceduto e con quella voce soprannaturale di cui dicevo. Perché da loro abbiamo imparato ad essere umani e temiamo di distruggere la nostra umanità ripudiando superficialmente.
 Nulla si opporrebbe a che noi cambiassimo istantaneamente il nostro modo di vivere collettivamente, in ogni campo. Chi si è provato a farlo ha però trovato molte difficoltà e, soprattutto, ha dovuto esercitare molta violenza, e poi di solito ha provocato disastri umani. Eppure l’umanità è effettivamente cambiata. I cambiamenti sono stati il frutto di processi culturali collettivi, che si sono sviluppati con gradualità in un seguito di ideazioni, sperimentazioni, decisioni collettive e poi di nuovo ideazioni, sperimentazioni e nuove decisioni collettive. La cultura, con la sua tradizione, in un certo senso ci frena, ma anche costituisce le condizioni del cambiamento. Ci fa comprendere il mondo in  cui viviamo, per così arrivare a cambiarlo senza produrre catastrofi umane. Questo lo si è capito sempre meglio nelle nostre collettività di fede. E’ possibile cambiare rimanendo fedeli a certi grandi ideali, alla base dell’elevazione della nostra condizione umana sopra quella puramente animale, se si coopera pazientemente al cambiamento in un processo culturale che gradualmente raggiunga il maggior numero di persone, producendo una collettiva conquista culturale. Questo è stato il senso dell’impegno laicale dall’Ottocento in poi, nelle nostre collettività di fede. Innescare e sostenere un processo culturale di cambiamento.
  Perché si deve cambiare e in che cosa si deve cambiare?
  Il saggi dell’ultimo Concilio ci hanno indicato, nei documenti da loro elaborati, consacrati in testi scritti e approvati, in che cosa si deve cambiare. Non hanno spiegato bene, in fondo, perché si dovesse farlo, anche se qualche spunto si coglie nel loro lavoro. E non lo  hanno fatto perché la realtà era insopportabile e perciò indicibile. E il processo di  purificazione della memoria innescato dal papa Wojtyla in occasione della preparazione al Grande Giubileo dell’Anno 2000 può essere considerato un frutto tardivo dell’ultimo Concilio, l’esplicitazione delle ragioni per cui occorre cambiare.
 Una prima ragione per cambiare è che tutto, nelle cose umane, cambia. Anche la religione, come processo culturale, deve cambiare, se non vuole estinguersi.
 Un’altra ragione sta nella tremenda nostra storia collettiva di genti fede, che ha prodotto tantissimo male, insieme a moltissimo bene. Nel costruire un mondo nuovo dopo l’ultimo conflitto mondiale, si è voluto anche ripudiare il molto male fatto in religione. Quest’ultima non ha diritto di cittadinanza se vuole rimanere attaccata a quelle consuetudini di male. Ma perché dovrebbe farlo? La nostra è una religione che si propone di distaccarsi dal male.
 E, in definitiva, la nostra non è la fede che si attende che siano fatte nuove tutte le cose?
  Cari giovani della parrocchia, quando vi si chiama alla fede è a quel lavoro a cui ho accennato che vi si invita a partecipare. Bisogna costruire, iniziando a sperimentarlo da subito, un mondo nuovo, animato da quella forma speciale di convivenza umana che chiamiamo  agàpe e che, nella fede, riteniamo avere fondamento soprannaturale, inizio della vita eterna. Semplicemente questo.
  Tornate tra noi, voi tutti giovani della parrocchia che ci avete conosciuto e che poi vi siete allontanati.
   Abbiamo bisogno di voi.
  Operativamente: cercate don Remo, il nostro nuovo parroco, o don Mimmo o don Emanuele.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli