Ai
giovani della parrocchia che non vengono più in chiesa da noi
Molti giovani della parrocchia non vengono più
in chiesa da noi. Hanno frequentato il catechismo dell’infanzia, hanno ricevuto
la Prima Comunione, alcuni di loro hanno anche partecipato al catechismo per la
Cresima e l’hanno ricevuta. Poi si sono allontanati. Per alcuni di loro so il
perché, per altri no.
Accadde anche a me, da giovane, tra la fine
dell’esperienza scout e l’inizio di quella tra gli universitari cattolici:
alcuni anni. In famiglia respiravo la
fede, perché un mio zio era un importante e ascoltato esponente degli
intellettuali cattolici italiani. Ma la parrocchia aveva iniziato ad andarmi
stretta: fu un’esperienza comune a molti altri ragazzi più o meno della mia età
a quel tempo. Tra i giovani si parlava molto di politica, allora. E anche a
scuola, dove si facevano continuamente riunioni su quei temi. Anche in
parrocchia lo si faceva, e parlo della parrocchia degli Angeli Custodi a piazza
Sempione che all’epoca frequentavo, da scout. Ma mi pareva che lo si facesse
più superficialmente. Iniziava anche ad esserci, a quei tempi, un problema di
comunicazione con gli adulti. Si tendeva a stare sempre tra noi giovani. Ci si
vestiva e si parlava in modo diverso dal loro. Questa fu un’esperienza comune a
tutti i giovani dell’Europa occidentale e del Nord America. Politicamente era da
quest’ultima che venivano gli esempi di vita per i giovani, per la loro moda l’ambiente di riferimento era invece quello
britannico.
Erano tempi, quelli della mia adolescenza,
piuttosto duri in Italia. Oggi temiamo il terrorismo siriano, ma a quell’epoca
era attivo un terrorismo, anche stragista, tutto fatto da italiani e molto
aggressivo. Ci furono anni in cui ogni giorno c’era un morto ammazzato o un ferito
per ragioni politiche. Dal 1969, a Milano, al 1980, a Bologna, furono anche
messe bombe in luoghi pubblici, con tanti morti e feriti. Era l’attuazione di
quella che gli storici hanno definito strategia
della tensione. La ricostruzione che in genere si propone è questa: si voleva impaurire la gente perché
accettasse un governo autoritario del tipo di quello franchista in Spagna o di
quello di Augusto Pinochet in Cile. Si temeva che in Italia andasse al potere
il Partito Comunista Italiano, il quale fino al ’77 rimase piuttosto legato a
quello sovietico, e che, in tal modo, l’Italia finisse nella sfera di influenza
dell’Unione Sovietica e dei suoi alleati.
Nella
corso degli anni ’70 mia madre mi propose di venire nella nostra parrocchia, a
San Clemente, dove il viceparroco don Franco stava facendo un grande lavoro
con i giovani. A quell’epoca stimavo mia
madre, ma non le avrei mai dato retta: non si usava tra i giovani di allora.
Ora capisco di essermi perso un’esperienza formidabile. E in cambio di che? In
realtà, fino a quando entrai in FUCI, gli universitari cattolici, rimasi a ciondolare senza produrre granché.
Ora, studiando la storia di quell’epoca,
capisco che nel mondo delle nostre collettività di fede stavano producendosi
grandi novità, in particolare prima, durante e dopo il primo convegno ecclesiale
nazionale, quello sul tema Evangelizzazione
e promozione umana, del 1976. Io le seguii distrattamente, senza lasciarmi
coinvolgere.
Ora, a quasi sessant’anni, mi rammarico della
mia inerzia, di essere rimasto lontano dalla gente di fede. Certe cose sono
molto più belle quando si fanno da ragazzi, non credete? Ho perso tanta felicità
e anche tante occasioni di contribuire a cambiare il mondo, come i giovani di
allora, spesso però solo a chiacchiere, si proponevano.
Che non capiti anche a voi la stessa cosa!
Entrando in FUCI mi si spalancò il panorama
entusiasmante della realtà della nostra fede, nel suo spettacolare bimillenario
sviluppo, con una grandissima storia di pensiero e di azione.
A volte, superficialmente, si associa la
religione all’ignoranza. Provate ad andare in via della Conciliazione, in una
delle diverse librerie specializzate in testi religiosi che lì ci sono, guardate l’enorme quantità di libri che sono
esposti in vendita, provate a sfogliarne qualcuno: capirete che, fin dalle
origini, la nostra fede ha espresso un pensiero altissimo.
Sapete che ha Roma ci sono molte università
religiose dove studiano persone che vengono da tutto il mondo? Un ambiente
umano ricchissimo, dove si sta progettando un mondo nuovo.
Qui vicino a noi ne abbiamo una: la Pontificia
Università Salesiana, dove studiò mia madre negli anni ’70, prima di venire
bruscamente estromessa dall’impegno di catechista nella nostra parrocchia. Licenziata in tronco, di questo si
trattò. Perché? Cresciuta nell’ambiente bolognese dei Lercaro e Dossetti e
apertasi alla cultura universitaria salesiana nelle scienze dell’educazione,
venne ritenuta in un certo senso inadatta al clima che si voleva in qualche
modo restaurare in parrocchia. Questa la spiegazione che mi sono dato di quel fatto che
fu molto doloroso per mia madre. All’epoca, si era verso la fine degli anni ’70,
c’era chi voleva spingersi molto in avanti e chi invece voleva che si rimanesse
come si era allora, se non addirittura che si tornasse come si era stati prima. Questo processo
si manifestò in modo più eclatante, da noi, nel corso degli anni ’80. All’inizio
degli anni ’80 tutto iniziò a cambiare in parrocchia, ma anche, più in generale, nell’Italia
di allora. Don Giovanni e don Franco, preti protagonisti della stagione della nostra
parrocchia caratterizzata dall’apertura,
se ne andarono a lavorare ad Ostia, dove ancora oggi esercitano il loro
ministero.
Perché non fate un salto a quella università?
Quando ci studiava mia madre io vi seguii un corso di filmografia molto
interessante.
Quando si entra in una delle università
religiose romane è come se, dalla periferia del mondo quale l’Italia è oggi, si
entrasse al centro della vita dell’umanità. Tutti i popoli della Terra vi sono
rappresentati.
E’ un giovane degli anni ’70 che vi parla. Non
ripetete il mio errore da ragazzo. Tornate tra noi. Abbiamo estremo bisogno di
voi. In parrocchia sono tempi di grandi
cambiamenti. C’è un lavoro da fare, ma cerchiamo operai. Parlatene con don Remo,
don Mimmo o don Emanuele.
Secondo gli autori biblici un segno degli
ultimi tempi sarà quando i giovani profetizzeranno,
che significa avere grandi visioni della realtà che c’è
dietro la banale esperienza quotidiana e che non è diversa da quella intravista
dai profeti dell’antichità e da tutti gli altri profeti di tutti i tempi: siamo
chiamati ad un grande destino. Abbiate, con noi, la gioia
di scoprirlo! E’ ciò che, in fondo, ogni persona di cultura sa bene, anche la
gente che lavora in campi dove si pensa si sia più materialisti.
Ecco come si esprime il fisico Carlo Rovelli,
nel libretto divulgativo Sette brevi
lezioni di fisica, pubblicato da Adelpi lo scorso anno (che vi consiglio di
leggere: è stato un grande successo editoriale):
“Da
quando abbiamo imparato che la Terra è rotonda e gira come una trottola pazza,
abbiamo capito che la realtà non è come ci appare: ogni volta che ne
intravediamo un pezzo nuovo è un’emozione. Un altro velo che cade.
[…]
…la scienza prima di essere
esperimenti, misure, matematica, deduzioni rigorose, è soprattutto visioni. La
scienza è attività innanzitutto visionaria. Il pensiero scientifico si nutre
della capacità di «vedere» le cose in modo
diverso da come le vedevamo prima.”
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli