Lettera
ai catechisti della parrocchia che si occupano della prima iniziazione
religiosa dell’infanzia
Non sono stato formato per essere catechista,
né ho mai avuto la vocazione di esserlo. Fin
da giovane universitario mi hanno preparato e spinto a lavorare nella
società civile per l’affermazione dei valori di fede con quella particolare strategia che si chiama
della mediazione culturale.
Nel post del 4 ottobre scorso, intitolato “La mediazione culturale,
strumento dei laici di fede per influire nelle società del loro tempo”, sintetizzando e commentando un libro di Bruno Secondin, ho
cercato di fare capire di che cosa si tratta.
Poi c’è
la questione dei rapporti con la gerarchia del clero, nel lavoro proprio del catechista.
Lavoro per la Repubblica in una posizione che richiede che sia e appaia libero
da ogni altro potere. Ma, anche a prescindere da questo, rifiuto di essere suddito di qualsiasi autorità terrena.
Il mio consenso ad una certa linea di
pensiero non è mai stato, non è e non
sarà mai frutto di obbedienza
gerarchica. Lo ricordo spesso: quest’ultima non è più una virtù, ma la più
subdola delle tentazioni, come diceva Lorenzo Milani.
Perché,
allora, vi scrivo?
Perché
voi formate la gente che poi si pensa che possa e debba operare nel campo che
mi è più congeniale, che nel gergo teologico è definito come trattare le cose temporali ordinandole secondo
Dio.
Ecco,
in proposito, un brano della Costituzione dogmatica Luce per le genti, del Concilio Vaticano 2° (1962-1965), che vi
chiedo di scolpirvi nella memoria, in modo da averlo sempre ben presente:
31 […] Il carattere secolare è proprio e peculiare dei laici. Infatti, i
membri dell'ordine sacro, sebbene talora possano essere impegnati nelle cose
del secolo, anche esercitando una professione secolare, tuttavia per la loro
speciale vocazione sono destinati principalmente e propriamente al sacro
ministero, mentre i religiosi col loro stato testimoniano in modo splendido ed
esimio che il mondo non può essere trasfigurato e offerto a Dio senza lo
spirito delle beatitudini. Per loro
vocazione è proprio dei laici cercare il regno di Dio trattando le cose
temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in
tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della
vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono
da Dio chiamati a contribuire, quasi dall'interno a modo di fermento, alla
santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello
spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri
principalmente con la testimonianza della loro stessa vita e col fulgore della
loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta
di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente
legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e
siano di lode al Creatore e Redentore.
Che cosa
sono le cose temporali e che cosa
significa ordinarle secondo Dio?
Nel gergo
teologico le cose temporali sono la società civile in tutte le sue espressioni
e, in primo luogo, dall’Ottocento, la politica democratica. E’ quella realtà
che Giuseppe Lazzati chiamò la città dell’uomo.
Ordinare la società civile secondo Dio
significa inculturare i valori di fede, inserirli nella cultura in cui si è
immersi, non tanto pretendendo di farla religiosa, ma improntandola all’antropologia
della nostra fede, che significa elevare moltissimo la dignità di tutti i suoi componenti e di farli
convivere pacificamente, lietamente, cercando di liberarli dalla schiavitù ad
ogni tipo di povertà e di male, secondo l'idea che in religione si ha di come si deve vivere insieme, quella che con
termine del greco antico viene definita agàpe,
e che in una visione di fede ha fondamento soprannaturale.
Questo
impegno nella società è divenuto sempre
più importante dall’inizio dell’Ottocento in poi, in un processo culturale che
ho cercato di descrivere in molti miei post. E’ da esso che, negli anni
Sessanta dell’Ottocento, a Bologna, ad opera di un gruppo di giovani
universitari, si è costituita l’esperienza associativa dell’Azione Cattolica, anche
se all’epoca non aveva questo nome. Questo movimento laicale, a cavallo tra
Ottocento e Novecento, si è proposto di cambiare la società del suo tempo,
secondo gli ideali di fede, con gli
strumenti della democrazia: si è inventato l’ideologia di una democrazia cristiana (l’espressione fu ideata dal prete Romolo
Murri - 1870/1944), da non confondere con l’omonimo partito che fu costituito
durante la Seconda guerra mondiale. Esso ha avuto un’influenza culturale
importantissima, tanto da portare a una vera e propria riforma dell’organizzazione
della nostra collettività di fede, nel corso del Concilio Vaticano 2°. Una
delle figure chiave di quella grande assemblea di saggi della nostra fede,
tutti anche capi religiosi appartenenti al clero, fu appunto un laico, il
filosofo francese Jacques Maritain (1882-1973), il quale l’8 dicembre 1965, nel
corso delle cerimonie per la chiusura del
Concilio, ricevette dalla mani del papa Giovanni Battista Montini il Messaggio del Concilio agli uomini di
pensiero e di scienza. L’altra fu quella del teologo francese Yves Congar
(1904-1995), il quale lavorò al Concilio come esperto. Alla sua teologia si
deve l’impostazione della Costituzione dogmatica Luce per le genti. Attraverso Maritain e Congar, in un lavoro di
mediazione culturale, quel movimento laicale di cui dicevo riuscì a produrre
una vera e propria riforma religiosa. Essa fu molto più incisiva di quello che
oggi si è portati ad ammettere. Per certi versi essa fu solo l’inizio di un
lavoro che rimase incompiuto e lo è tuttora.
Dunque,
voi dovreste preparare quel tipo di laici descritto dai saggi del Concilio,
capaci, in particolare, di partecipare alle democrazie contemporanee,
collaborando con tutte le altre loro componenti, per affermarvi la concezione
dell’umanità propria della nostra fede, ed anche, così facendo, per creare un
ambiente sociale favorevole alla diffusione della fede.
Eppure la società mi pare completamente
assente dalla vostra catechesi, a parte qualche accenno alla famiglia. Non è
colpa vostra. E’ così che si vuole che si faccia il catechismo, e ciò pur dopo
il rinnovamento che si è prodotto a partire dagli anni ’70, in un lungo lavoro
di ideazione e di sperimentazione.
Nel
catechismo dell’infanzia i problemi sono resi ancora più seri per le gravi
carenze dell’istruzione elementare pubblica, che, quanto alla storia, si ferma
ora, in quinta elementare alla caduta dell’Impero Romano d’Occidente, quindi al
quinto secolo della nostra era. Un bambino può arrivare alla fine del primo
ciclo della formazione primaria, del primo quinquennio, a quello che per lungo
tempo fu il livello più alto di cultura di molta parte degli italiani (ed era
già un bel progresso rispetto ai tempi in cui c’era una maggioranza di
analfabeti), senza che gli sia spiegato nulla della società in cui vive.
Bisognerebbe essere creativi e inventarsi qualcosa. Lo fece Lorenzo
Milani nella sua specialissima scuola parrocchiale di Barbiana, negli anni
Cinquanta e Sessanta del secolo scorso. Leggete qualche cosa di suo. Vi
consiglio un libro che non è tra quelli che di solito si ricordano: Esperienze pastorali, che si trova
ancora in commercio, edito da Editrice
Fiorentina, € 19. IBS ve lo invia in ventiquattro ore. Poi, se vorrete, ci
possiamo ritornare su.
Milani,
come parroco, doveva fare catechismo, ma fece molto di più. Si occupò della
formazione integrale dei bambini della sua parrocchia, che provenivano da un
ceto umile di contadini di montagna, i più
sfortunati tra i contadini, perché la terra di montagna è spesso meno generosa
di quella delle pianure. Così facendo li legò per sempre alla fede e li rese
capaci di quel lavoro nella società che poi i saggi del Concilio delinearono,
non inventandoselo, ma recependo le esperienze che già si andavano facendo in
merito. Quando l’ultimo Concilio si riunì per deliberare, quel lavoro dei laici
di fede aveva già contribuito a creare una nuova Europa democratica e
pacificata, contribuendo a sconfiggere i fascismi europei con i quali la nostra
gerarchia del clero si era determinata a compromessi che oggi ci appaiono
disonorevoli.
Per
portare il mondo nel campo di interessi dei ragazzini della sua parrocchia,
faceva loro leggere i quotidiani. Ma il suo era un lavoro veramente a tempo pieno. Nella sua scuola non c’era
il tempo libero, che veniva considerato tempo perso. L’elevazione civile e,
insieme, religiosa, la prima come condizione della seconda, veniva considerata
una ricchezza così grande, da richiedere il pieno impegno della persona e da
rendere quello che, in altri ambienti, era considerato tempo libero un
impoverimento.
Ma voi
avete invece così poco tempo!
Un
incontro alla settimana!
Ecco che c’è
appena l’occasione di spiegare ai bambini come stare a Messa e come accostarsi
ai sacramenti e poco altro. Come una volta, tanti anni fa. Per molti di loro
sarà tutto quello che, anche da adulti, sapranno di religione.
Ci
vorrebbe un miracolo. Qualcosa del tipo di quei pani e pesci che non finivano
mai.
Quello
che posso consigliarvi è di far fare ai bambini, in quell’ora di catechismo in
cui vi sono affidati, un po’ di tirocinio di democrazia, che è il contesto
civile in cui da grandi dovranno operare anche come persone di fede. Date la
parola ad ognuno di loro, sempre. Curate che le bambine siano rispettate e
possano parlare come i loro compagni maschi. Distribuite delle funzioni, dei
compiti, in modo da creare posizioni di responsabilità. E’ ciò che si fa nel
metodo scout fin da lupetti, bambini
della stessa età dei vostri. Fate in modo che qualche decisione sia presa tutti
insieme, arrivando ad un consenso dopo un dibattito. Osservate il gruppo dei
vostri bambini, prendete spunto dai problemi che sorgono per cercare di
migliorare il modo in cui vivono insieme. Sempre cercando che la soluzione
emerga dai bambini stessi. Poi cercate
di dare un senso religioso a tutto questo. Le Scritture apparentemente non vi
aiutano, perché si sono formate in un contesto culturale antico, in cui si
viveva in società in modo molto diverso. Eppure le società democratiche come
oggi le viviamo, in cui dobbiamo lavorare per inculturare i principi di fede,
hanno alla base un’ideologia di derivazione religiosa. Il principio cardine è
quello dell’eguaglianza in dignità che, in un’ottica di fede, discende alla
filiazione soprannaturale. L’altro è quello della solidarietà umana, che,
secondo la fede, deriva dalla medesima fonte e poi dalla convinzione che negli
esseri umani traspare il soprannaturale, per cui ogni atto di misericordia e di
soccorso verso un essere umano ha un significato infinito, e anche in base ad
esso, alla fine dei vita e dei tempi, si verrà giudicati.
In conclusione, rispondo per inciso a una
domanda che mi è stata posta su questo blog. Com’è che nella nostra parrocchia
l’Azione Cattolica è diventata un’esperienza associativa prevalentemente di anziani
(anche se nel nostro gruppo sono rappresentate tutte le età della vita, dai
venti agli ottanta e più)?
Il mio
punto di vista è il seguente.
Per un
tempo lunghissimo non c’è stato ricambio generazionale: i giovani non sono
stati portati verso l’Azione Cattolica. Chi doveva portarceli? Il parroco.
Dopo la
riforma dello statuto del 1969, promossa da Vittorio Bachelet, l’Azione
Cattolica ha perso la caratteristica di movimento centralizzato sotto diretta
guida pontificia, si è profondamente legata alla realtà locale, in primo luogo
parrocchiale e poi diocesana. Le strutture centrali sono al servizio di quelle
locali. E questo nell’ottica del modello di collettività religiosa disegnato
dai saggi dell’ultimo Concilio.
La sua
ragion d’essere, alla base, a livello di parrocchia, è la collaborazione con i
parroci. Se questi ultimi la ritengono inutile e non se ne avvalgono, sparisce.
Con il
senno del poi bisognerebbe pensare a una forma organizzativa che migliori la
capacità di resistere anche nel caso di incomprensione con i parroci. In fondo,
sparire perché un prete non ti apprezza è una forma di clericalismo. Ma, appunto, più di resistere non si può. Ed è ciò che ha fatto il gruppo di
AC in San Clemente papa, per cui ancora oggi possiamo dire che l’Azione Cattolica vive a Roma Valli.
Ma noi non dobbiamo mai agire nell’ottica di un egoismo associativo. Non
è importante che cresca l’AC, ma che cresca la parrocchia. E, in particolare,
cresca nella capacità di esercitare quel lavoro nella società in cui l’AC si è,
come dire, specializzata. E’ in
questo che la nostra parrocchia è veramente molto carente.
Con le
migliori intenzioni, naturalmente, la si è indirizzata, per un tempo
lunghissimo, in una direzione di sviluppo che l’ha estraniata dal quartiere e
dalla società del suo tempo: di più, l’ha resa timorosa e diffidente verso di
essi. E dalla società in cui è immersa è ricambiata con la stessa moneta.
La
famiglia, cari amici catechisti, non è l’unica realtà che conti in un’ottica di
fede.
E
dobbiamo essere capaci di assimilare i valori positivi del nostro tempo, come
in fondo si è sempre cercato di fare, faticosamente e talvolta con molti
tragici problemi, nella bimillenaria storia della nostra confessione religiosa,
fin dalle origini.
Ad
esempio, non vi è ragione per rifiutare il principio di emancipazione femminile
che oggi impronta l’ideologia democratica. Non si è obbligati, nelle nostre
famiglie, a replicare modelli maschilisti del lontano passato, anche se li
vediamo rappresentati nelle Scritture, che, appunto, si sono formate in tempi
antichi.
Il
problema è che molti di voi si sono formati in un ambiente culturale in cui l’obiettivo
di raggiungere un impegno laicale in società come quello designato dai saggi
del Concilio non solo non era ritenuto importante, ma anzi veniva ritenuto
fonte di deviazione. In cui centrale veniva considerata l’obbedienza, non la partecipazione
autonoma e responsabile. E allora non capiscono perché si debba cambiare.
In un certo senso, allora, deve ancora prodursi una certa conquista culturale,
che non significa demolire, ma aggiungere. Bisogna avere la pazienza di fare memoria di
certe cose, innanzi tutto dei documenti del Concilio. Abbiate sempre con voi
una copia del libretto che li contiene. Discutetene tra voi. E siate creativi come oggi, di nuovo, si
vorrebbe che fossimo noi laici di fede.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli