Non
basta essere gente pia
E’ dall’Ottocento che tra i laici italiani
si è diffusa la consapevolezza che non basta, in religione, essere gente pia.
Ciò fu all’origine di un processo, di uno sviluppo ideologico, che fu recepito
dai saggi dell’ultimo Concilio, il quale, a ben leggere il gergo teologico in
cui furono scritti i documenti che produsse, fu centrato proprio sul tema dell’impegno
dei laici di fede nel mondo e nelle nostre collettività religiose, procedendo
ad una profonda e incisiva risistemazione culturale e giuridica in merito. Di
tutto questo si è persa memoria nella
nostra parrocchia, nella quale è prevalso il modello dell’essere pii. Che
significa?
Significa come ho scritto ieri:
-
avere sempre la Bibbia tra le mani;
-
sforzarsi di fare l’amore come vogliono
i nostri vescovi con ciò che ne deriva;
-
aiutarsi gli uni gli altri nelle difficoltà della vita tra gente che ha gli stessi
propositi religiosi e di vita;
-
trattenere i figli in chiesa inserendoli in modelli familiari e comunitari
molto gerarchizzati e coesi, in cui, purché seguano scrupolosamente certe direttive, anche relative alla vita
sessuale, e accettino di essere scrutinati dai loro superiori, trovino
appagamento ad ogni loro bisogno di relazioni umane, il sostegno, l’amicizia, l’amore,
occasioni di svago e via dicendo;
-
proporsi di andare in missione per il mondo per indurre gli altri a replicare questo
modello di vita religiosa, fino a che tutte le nostre collettività religiose,
prima, e successivamente, in un orizzonte ideale estremo, tutto il mondo, siano
ad esso conformati.
La caratteristica fondamentale di questo
modello è l’autosufficienza. All’interno della dimensione collettiva così
costruita si ha tutto ciò che serve, si pensa di non avere più bisogno di ciò
che c’è fuori e che, di solito, è fonte di problemi, il primo dei quali è che c’è
gente che la pensa e vive diversamente. Si crea una sorta di impermeabilità
culturale che da un lato difende e dall’altro separa.
A lungo i nostri capi religiosi sono stati
affascinati da questa impostazione. Del resto, ecco, è tanto bello quando si
chiama la gente e quella viene molto numerosa, festante, tutto un popolo che
esalta i suoi pastori, li chiama a gran voce, vuole stare con loro e passa
sopra a tutte le accuse che dal mondo ad essi vengono, non di rado a ragione, in vari campi: difficile resistere a questa
sorta di seduzione, che crea, forse, la vertigine del pensare che le cose, in
fondo, non vanno tanto male come si dice, che è possibile vivere la fede in un certo
modo, che non è poi così difficile come sostengono molti, che lo si può fare e
vivere anche felici.
Ma, se ne tenga conto, quel modello è autosufficiente anche verso i pastori. Non ne ha
veramente bisogno. Si sviluppa secondo una ideologia propria. Si capisce,
certo, che si osannano i pastori: è così che è organizzata la nostra
confessione religiosa. Eminenza, eccellenza, monsignore e bacio dell’anello, e
via dicendo. Del resto hanno tutto in mano loro. Ma, insomma, quel tipo di
organizzazione pia si è costituita in fondo in un momento di crisi, di
delegittimazione, dei nostri capi religiosi, li acclama e mostra di
apprezzarli, ma sa che sono deboli in società perché hanno sempre meno popolo
dietro. Dunque, al dunque, ci si propone sostanzialmente di affiliarseli, per
proteggerli naturalmente, per sostenerli, per farli sentire di nuovo importante
per un popolo, per far loro provare nuovamente una sorta di ebbrezza mosaica.
Ora: il modello della gente pia non va bene
essenzialmente per la sua autosufficienza verso la società in cui è immerso ma
dalla quale si è impermeabilizzato. E non va bene anche se produce collettività
numerose, coese e che riescono a fare sesso come vogliono i nostri vescovi. E’
insufficiente proprio nel campo della diffusione della fede, perché è tutto
concentrato a sostenere e impermeabilizzare le proprie collettività di fede: è
totalmente autoriflessivo. In questo richiede uno sforzo immane, che coinvolge
anche i sacerdoti che vi si dedicano: tutto il loro tempo. Periodicamente
produce sortite verso l’esterno, essenzialmente però dirette a reclutare,
selezionandoli, quelli che possono conformarsi alla sua impostazione religiosa.
Questo
modello di fedele non produce problemi politici, in particolare ai nostri capi
religiosi, i quali sanno bene di dover
riformare la loro organizzazione religiosa improntata ancora ad un
anacronistico modello feudale, ma sono restii a farlo. Non si occupa della
società intorno se non per descrivere come vive in modo diverso da quello suo e
per condannarla. Quando a persone cresciute in questa ideologia di fede si
chiede di dire come vanno le cose, esse mostrano soprattutto sé stesse e come
sono diventate e poi additano gli altri di fuori come totalmente refrattari al
discorso religioso, impermeabili ad esso. In realtà, a ben vedere, questa
refrattarietà non c’è veramente, solo che si segua, nel prospettare la
religione, una modalità dialogica: l’impermeabilità deriva da altro, proprio da
modello corazzato della gente pia.
Questa impostazione è stata vista con favore,
nella lunga era glaciale che in religione abbiamo vissuto, in Italia non solo
alle Valli, negli ultimi trent’anni, perché sopiva le aspre polemiche che negli
anni ’70 travagliarono le nostre collettività di fede, compresa l’Azione
Cattolica, su come dovesse essere organizzato l’impegno dei laici di fede nella
società e su che ruolo dovesse avere, in merito, la nostra gerarchia del clero,
sempre animata da una certa vocazione interventistica, fino ad apparire ad
alcuni ingombrante e invadente, soprattutto in una democrazia che si è data
tra principi supremi quello della
laicità dello stato.
La politica religiosa della gerarchia ha
portato i laici di fede adulti,
quelli che volevano impegnarsi nella linea dell’autonomia indicata dai saggi
del Concilio, a vivere molte loro esperienze, in particolare quelle politiche e
sociali in genere, fuori delle nostre collettività religiose, divenute in molti
casi ostili. In generale è la riflessione su questi temi che si è inaridita e
impoverita. L’Azione Cattolica è stata tra le poche agenzie culturali a
continuare il dibattito e l’approfondimento su di essi.
Arrivando al caso delle Valli ecco che siamo
di fronte alla situazione che ho prospettato ieri: una parrocchia fatta
sostanzialmente solo da duecentocinquanta persone, un numero certo apprezzabile!,
che seguono il modello della gente pia, impermeabile al quartiere e senza le
risorse culturali per aprirsi ad esso. Manca l’ideologia che consenta di farlo,
manca la conquista culturale che consentì al laicato di ottenere dai saggi dell’ultimo
Concilio il riconoscimento del valore della loro autonomia nella costruzione
della città dell’uomo, come la definì
Lazzati, nell’edificazione di una civiltà improntata a certi valori,
collaborando pacificamente e democraticamente con tutti quelli di buona
volontà, credenti, diversamente credenti o non credenti.
Mandandoci un nuovo parroco e nuovi operai la
diocesi sembra voler indurre un nuovo corso, che consenta di aggiungere qualcosa per ridurre l’impermeabilità al
quartiere. Ce lo ha detto Vallini domenica scorsa. Ma non basteranno i gruppi di ascolto del Vangelo. Bisogna anche
riprendere le fila di un discorso interrotto trent’anni fa, sull’impegno
laicale nel mondo, e ciò innanzi tutto a
partire dall’iniziazione religiosa.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli