mercoledì 25 novembre 2015

Non basta essere gente pia

Non basta essere gente pia

   E’ dall’Ottocento che tra i laici italiani si è diffusa la consapevolezza che non basta, in religione, essere gente pia. Ciò fu all’origine di un processo, di uno sviluppo ideologico, che fu recepito dai saggi dell’ultimo Concilio, il quale, a ben leggere il gergo teologico in cui furono scritti i documenti che produsse, fu centrato proprio sul tema dell’impegno dei laici di fede nel mondo e nelle nostre collettività religiose, procedendo ad una profonda e incisiva risistemazione culturale e giuridica in merito. Di tutto questo si  è persa memoria nella nostra parrocchia, nella quale è prevalso il modello dell’essere pii. Che significa?
 Significa come ho scritto ieri:
- avere sempre la Bibbia tra le mani;
- sforzarsi di  fare l’amore come vogliono i nostri vescovi con ciò che ne deriva;
- aiutarsi gli uni gli altri nelle difficoltà della vita tra gente che ha gli stessi propositi religiosi e di vita;
- trattenere i figli in chiesa inserendoli in modelli familiari e comunitari molto gerarchizzati e coesi, in cui, purché seguano scrupolosamente  certe direttive, anche relative alla vita sessuale, e accettino di essere scrutinati dai loro superiori, trovino appagamento ad ogni loro bisogno di relazioni umane, il sostegno, l’amicizia, l’amore, occasioni di svago e via dicendo;
- proporsi di andare in missione per il mondo per indurre gli altri a replicare questo modello di vita religiosa, fino a che tutte le nostre collettività religiose, prima, e successivamente, in un orizzonte ideale estremo, tutto il mondo, siano ad esso conformati.
 La caratteristica fondamentale di questo modello è l’autosufficienza. All’interno della dimensione collettiva così costruita si ha tutto ciò che serve, si pensa di non avere più bisogno di ciò che c’è fuori e che, di solito, è fonte di problemi, il primo dei quali è che c’è gente che la pensa e vive diversamente. Si crea una sorta di impermeabilità culturale che da un lato difende e dall’altro separa.
  A lungo i nostri capi religiosi sono stati affascinati da questa impostazione. Del resto, ecco, è tanto bello quando si chiama la gente e quella viene molto numerosa, festante, tutto un popolo che esalta i suoi pastori, li chiama a gran voce, vuole stare con loro e passa sopra a tutte le accuse che dal mondo ad essi vengono, non di rado a ragione,  in vari campi: difficile resistere a questa sorta di seduzione, che crea, forse, la vertigine del pensare che le cose, in fondo, non vanno tanto male come si dice, che è possibile vivere la fede in un certo modo, che non è poi così difficile come sostengono molti, che lo si può fare e vivere anche felici.
  Ma, se ne tenga conto, quel modello è autosufficiente anche verso i pastori. Non ne ha veramente bisogno. Si sviluppa secondo una ideologia propria. Si capisce, certo, che si osannano i pastori: è così che è organizzata la nostra confessione religiosa. Eminenza, eccellenza, monsignore e bacio dell’anello, e via dicendo. Del resto hanno tutto in mano loro. Ma, insomma, quel tipo di organizzazione pia si è costituita in fondo in un momento di crisi, di delegittimazione, dei nostri capi religiosi, li acclama e mostra di apprezzarli, ma sa che sono deboli in società perché hanno sempre meno popolo dietro. Dunque, al dunque, ci si propone sostanzialmente di affiliarseli, per proteggerli naturalmente, per sostenerli, per farli sentire di nuovo importante per un popolo, per far loro provare nuovamente una sorta di ebbrezza mosaica.
  Ora: il modello della gente pia non va bene essenzialmente per la sua autosufficienza verso la società in cui è immerso ma dalla quale si è impermeabilizzato. E non va bene anche se produce collettività numerose, coese e che riescono a fare sesso come vogliono i nostri vescovi. E’ insufficiente proprio nel campo della diffusione della fede, perché è tutto concentrato a sostenere e impermeabilizzare le proprie collettività di fede: è totalmente autoriflessivo. In questo richiede uno sforzo immane, che coinvolge anche i sacerdoti che vi si dedicano: tutto il loro tempo. Periodicamente produce sortite verso l’esterno, essenzialmente però dirette a reclutare, selezionandoli, quelli che possono conformarsi alla sua impostazione religiosa.
  Questo modello di fedele non produce problemi politici, in particolare ai nostri capi religiosi,  i quali sanno bene di dover riformare la loro organizzazione religiosa improntata ancora ad un anacronistico modello feudale, ma sono restii a farlo. Non si occupa della società intorno se non per descrivere come vive in modo diverso da quello suo e per condannarla. Quando a persone cresciute in questa ideologia di fede si chiede di dire come vanno le cose, esse mostrano soprattutto sé stesse e come sono diventate e poi additano gli altri di fuori come totalmente refrattari al discorso religioso, impermeabili ad esso. In realtà, a ben vedere, questa refrattarietà non c’è veramente, solo che si segua, nel prospettare la religione, una modalità dialogica: l’impermeabilità deriva da altro, proprio da modello corazzato della gente pia.
  Questa impostazione è stata vista con favore, nella lunga era glaciale che in religione abbiamo vissuto, in Italia non solo alle Valli, negli ultimi trent’anni, perché sopiva le aspre polemiche che negli anni ’70 travagliarono le nostre collettività di fede, compresa l’Azione Cattolica, su come dovesse essere organizzato l’impegno dei laici di fede nella società e su che ruolo dovesse avere, in merito, la nostra gerarchia del clero, sempre animata da una certa vocazione interventistica, fino ad apparire ad alcuni ingombrante e invadente, soprattutto in una democrazia che si è data tra  principi supremi quello della laicità dello stato.
  La politica religiosa della gerarchia ha portato i laici di fede adulti, quelli che volevano impegnarsi nella linea dell’autonomia indicata dai saggi del Concilio, a vivere molte loro esperienze, in particolare quelle politiche e sociali in genere, fuori delle nostre collettività religiose, divenute in molti casi ostili. In generale è la riflessione su questi temi che si è inaridita e impoverita. L’Azione Cattolica è stata tra le poche agenzie culturali a continuare il dibattito e l’approfondimento su di essi.
  Arrivando al caso delle Valli ecco che siamo di fronte alla situazione che ho prospettato ieri: una parrocchia fatta sostanzialmente solo da duecentocinquanta persone, un numero certo apprezzabile!, che seguono il modello della gente pia, impermeabile al quartiere e senza le risorse culturali per aprirsi ad esso. Manca l’ideologia che consenta di farlo, manca la conquista culturale che consentì al laicato di ottenere dai saggi dell’ultimo Concilio il riconoscimento del valore della loro autonomia nella costruzione della città dell’uomo, come la definì Lazzati, nell’edificazione di una civiltà improntata a certi valori, collaborando pacificamente e democraticamente con tutti quelli di buona volontà, credenti, diversamente credenti o non credenti.
  Mandandoci un nuovo parroco e nuovi operai la diocesi sembra voler indurre un nuovo corso, che consenta di aggiungere  qualcosa per ridurre l’impermeabilità al quartiere. Ce lo ha detto Vallini domenica scorsa. Ma non basteranno i gruppi di ascolto del Vangelo. Bisogna  anche riprendere le fila di un discorso interrotto trent’anni fa, sull’impegno laicale nel mondo,  e ciò innanzi tutto a partire dall’iniziazione religiosa.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli