Orgogliosi
di come siamo diventati!?
Vi ricordate di quella parabola dei due
uomini che andarono al tempio a pregare
e in cui c’è quello che ringrazia
di essere diverso da tutti gli altri, tra i quali quell’altro che era salito
con lui nel luogo santo, ladri,
imbroglioni, adulteri, insomma disprezzando gli altri e ritenendosi giusto,
perché osservava scrupolosamente tutte le norme della legge, in
digiuno due volte la settimana e offrendo al tempio la decima parte dei
guadagni? Mentre quell’altro si batte il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me che sono un povero
peccatore!”.
E’ veramente difficile trovare gente come
quello che si batteva il petto, e lo dico anche come autocritica. Mentre di
quell’altra specie d’uomo se ne trova ancora tra noi.
Ecco che, guardando realisticamente la
parrocchia, ci appare questa realtà: duecentocinquanta che hanno sempre la
Bibbia tra le mani, che si sforzano di fare l’amore come vogliono i nostri
vescovi con ciò che ne deriva, che si aiutano gli uni gli altri nelle difficoltà
della vita, che hanno trattenuto i loro figli in chiesa e che si propongono di
andare in missione per il mondo per indurre gli altri a replicare il loro
modello di vita religiosa, poi ci provano nel quartiere e pochi li ascoltano, e
allora se ne lamentano con chi chiede notizie sull’altra gente. Poi ci sono un
po’ di anziani, legati alle loro consuetudini di fede di sempre. Infine pochi
altri. Dobbiamo essere orgogliosi di come siamo diventati o batterci il petto?
Quale modello di credente, tra i due di quella parabola, ci proponiamo di
impersonare?
L’espansione
delle nostre collettività delle origini nell’antico oriente mediterraneo tra
gente estranea all’originario ebraismo, tra il primo e il quarto secolo mi è
sempre apparsa un po’ misteriosa. Il divario culturale era enorme. La nostra
fede è originata agli estremi margini di quel mondo. E i primi approcci per
così dire teologici, ad Atene, centro della più alta filosofia di quel tempo,
non erano stati incoraggianti: derisione, quel “ti sentiremo un’altra volta”,
che ci vengono riferiti.
Le prime missioni furono dirette alle antiche
comunità ebraiche della diaspora, in Oriente, in Grecia e in Italia. Ho letto
che la quota di popolazione ebraica che viveva in Grecia e in Italia era
rispetto all’altra gente di quelle parti molto superiore a quella di adesso. E’
in Grecia e in Italia che cominciò la straordinaria epopea della nostra fede,
con la conquista cultura e politica del grande impero mediterraneo nel quale le
nostre prime collettività religiose si erano diffuse, partendo dall’estremo
margine di esso. Non bisogna pensare che la dottrina delle origini, dei primi
anni dopo la prima Pentecoste della nostra fede, sia stata proposta agli altri
rigidamente, così com’era, anche perché, agli inizi, non si sapeva bene neanche
come dovesse essere. L’inculturazione è iniziata prestissimo e ne abbiamo
chiara traccia già nei racconti neotestamentari sulla prima attività
apostolica. L’ibridazione tra la più antica teologia di matrice ebraica e la grande
filosofia ellenistica produsse la nostra teologia fondamentale, quella sulla
cui base fu scritto, nel corso di vivaci concili, il nostro Credo. Dietro c’era
però, sicuramente, un’ibridazione culturale più estesa e profonda, che
riguardava la vita comune, molta gente, anche quella incolta. Evidentemente l’ideologia
religiosa messianica dell’antico ebraismo, che era comprensibile solo nel
contesto culturale ebraico, sia pure in quello della diaspora, trovò una
mediazione culturale a livello di massa, per cui anche fuori dell’originario
ambiente dell’ebraismo, fu possibile accettare l’idea di salvezza e di un
Salvatore, secondo la nostra fede. Come fu possibile? Noi, ad esempio in
Agostino d’Ippona, abbiamo traccia del percorso culturale che condusse antichi
sapienti pagani ad aderire alla nostra
fede. Ma tutta l’altra gente? Dico, la gente comune, quella che non sapeva di
filosofia. Come giunge alla nostra fede? Qui è più difficile rispondere, per
quanto ne so si rimane nel campo delle congetture. Posso pensare che le nostra collettività
delle origini non si contentarono di rimanere in pochi in un oceano di altri
che la pensavano e vivevano diversamente, ci fu
verosimilmente un’apertura, che significò anche mettere a frutto il dono
ricevuto nella fede.
C’è quell’altra tremenda parabola, quella dei
talenti. In cui c’è il servo che ha nascosto sotto terra il talento che gli era
stato affidato, partendo, dal suo signore e, al suo ritorno, glielo
restituisce, ma non viene lodato, anzi, ricordate?, “servo malvagio e pigro…”
gli viene detto, con ciò che segue.
Così, concludendo, sì è vero, possiamo andare
orgogliosi se siamo riusciti a trattenere i nostri figli in chiesa e via
dicendo, ma non è che, guardando la parrocchia come è diventata anche per come
noi l’abbiamo vissuta e impersonata, è un po’ come se avessimo nascosto sotto
terra il talento che ci era stato affidato? Di questo possiamo realmente andare
orgogliosi, vantandocene mentre, quando ci vengono chieste notizie sui nostri
fratelli che non ci sono riusciti, rispondiamo che “meno male che non siamo come loro?”.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Vali