martedì 24 novembre 2015

Orgogliosi di come siamo diventati!?

Orgogliosi di come siamo diventati!?

  Vi ricordate di quella parabola dei due uomini che andarono al tempio a pregare  e in cui c’è quello  che ringrazia di essere diverso da tutti gli altri, tra i quali quell’altro che era salito con lui nel luogo santo, ladri, imbroglioni, adulteri, insomma disprezzando gli altri e ritenendosi giusto, perché osservava scrupolosamente tutte le norme della legge,  in digiuno due volte la settimana  e offrendo al tempio la decima parte dei guadagni? Mentre quell’altro si batte il petto dicendo: “O Dio, abbi pietà di me che sono un povero peccatore!”.
  E’ veramente difficile trovare gente come quello che si batteva il petto, e lo dico anche come autocritica. Mentre di quell’altra specie d’uomo se ne trova ancora tra noi.
  Ecco che, guardando realisticamente la parrocchia, ci appare questa realtà: duecentocinquanta che hanno sempre la Bibbia tra le mani, che si sforzano di fare l’amore come vogliono i nostri vescovi con ciò che ne deriva, che si aiutano gli uni gli altri nelle difficoltà della vita, che hanno trattenuto i loro figli in chiesa e che si propongono di andare in missione per il mondo per indurre gli altri a replicare il loro modello di vita religiosa, poi ci provano nel quartiere e pochi li ascoltano, e allora se ne lamentano con chi chiede notizie sull’altra gente. Poi ci sono un po’ di anziani, legati alle loro consuetudini di fede di sempre. Infine pochi altri. Dobbiamo essere orgogliosi di come siamo diventati o batterci il petto? Quale modello di credente, tra i due di quella parabola, ci proponiamo di impersonare?
  L’espansione delle nostre collettività delle origini nell’antico oriente mediterraneo tra gente estranea all’originario ebraismo, tra il primo e il quarto secolo mi è sempre apparsa un po’ misteriosa. Il divario culturale era enorme. La nostra fede è originata agli estremi margini di quel mondo. E i primi approcci per così dire  teologici, ad Atene, centro della più alta filosofia di quel tempo, non erano stati incoraggianti: derisione, quel  “ti sentiremo un’altra volta”, che ci vengono riferiti.
  Le prime missioni furono dirette alle antiche comunità ebraiche della diaspora, in Oriente, in Grecia e in Italia. Ho letto che la quota di popolazione ebraica che viveva in Grecia e in Italia era rispetto all’altra gente di quelle parti molto superiore a quella di adesso. E’ in Grecia e in Italia che cominciò la straordinaria epopea della nostra fede, con la conquista cultura e politica del grande impero mediterraneo nel quale le nostre prime collettività religiose si erano diffuse, partendo dall’estremo margine di esso. Non bisogna pensare che la dottrina delle origini, dei primi anni dopo la prima Pentecoste della nostra fede, sia stata proposta agli altri rigidamente, così com’era, anche perché, agli inizi, non si sapeva bene neanche come dovesse essere. L’inculturazione è iniziata prestissimo e ne abbiamo chiara traccia già nei racconti neotestamentari sulla prima attività apostolica. L’ibridazione tra la più antica teologia di matrice ebraica e la grande filosofia ellenistica produsse la nostra teologia fondamentale, quella sulla cui base fu scritto, nel corso di vivaci concili, il nostro Credo. Dietro c’era però, sicuramente, un’ibridazione culturale più estesa e profonda, che riguardava la vita comune, molta gente, anche quella incolta. Evidentemente l’ideologia religiosa messianica dell’antico ebraismo, che era comprensibile solo nel contesto culturale ebraico, sia pure in quello della diaspora, trovò una mediazione culturale a livello di massa, per cui anche fuori dell’originario ambiente dell’ebraismo, fu possibile accettare l’idea di salvezza e di un Salvatore, secondo la nostra fede. Come fu possibile? Noi, ad esempio in Agostino d’Ippona, abbiamo traccia del percorso culturale che condusse antichi sapienti  pagani ad aderire alla nostra fede. Ma tutta l’altra gente? Dico, la gente comune, quella che non sapeva di filosofia. Come giunge alla nostra fede? Qui è più difficile rispondere, per quanto ne so si rimane nel campo delle congetture.  Posso pensare che le nostra collettività delle origini non si contentarono di rimanere in pochi in un oceano di altri che la pensavano e vivevano diversamente, ci fu  verosimilmente un’apertura, che significò anche mettere a frutto il dono ricevuto nella fede.
  C’è quell’altra tremenda parabola, quella dei talenti. In cui c’è il servo che ha nascosto sotto terra il talento che gli era stato affidato, partendo, dal suo signore e, al suo ritorno, glielo restituisce, ma non viene lodato, anzi, ricordate?, “servo malvagio  e pigro…” gli viene detto, con ciò che segue.
  Così, concludendo, sì è vero, possiamo andare orgogliosi se siamo riusciti a trattenere i nostri figli in chiesa e via dicendo, ma non è che, guardando la parrocchia come è diventata anche per come noi l’abbiamo vissuta e impersonata, è un po’ come se avessimo nascosto sotto terra il talento che ci era stato affidato? Di questo possiamo realmente andare orgogliosi, vantandocene mentre, quando ci vengono chieste notizie sui nostri fratelli che non ci sono riusciti, rispondiamo che “meno male che non siamo come loro?”.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Vali