Lettera
ai catechisti della parrocchia: porre lo scoprire come volersi bene in società come base della
catechesi dell’infanzia
Fino agli anni ’60 la catechesi per l’infanzia
consisteva in alcuni istruzioni di liturgia, su come accostarsi ai sacramenti e
su come stare a messa, e sulla memorizzazione di alcuni contenuti secondo
formulette a domanda e risposta scritte sui librini di catechismo, i catechismi
per anontomasia.
Si scoprì che questo modo di iniziare alla
religione aveva prodotto masse di analfabeti religiosi.
Il rinnovamento della catechesi, attuato
dagli anni ’70, si sviluppò lungo due direttrici:
-
il tirocinio comunitario alla fede, per cui essa non venne più presentata come
un insieme di frasi da imparare a memoria, ma come una realtà da vivere e
scoprire insieme agli altri;
-
una comunicazione più estesa dei contenuti della fede, articolata secondo i processi
cognitivi dei bimbi, facendo largo uso degli elementi figurativi ed
audiovisivi, ragione per la quale troviamo catechismi
per le diverse età della crescita, molto colorati, con tante figure e con una importante componente operativa, per cui il bimbo è invitato a pasticciare sul catechismo, a metterci del suo, e a realizzare cose con le sue mani.
Nella nostra parrocchia l’acquisizione di
quegli orientamenti può presentare aspetti critici.
Quanto al secondo, mi pare che non abbiate
ricevuto una specifica formazione catechistica: questo può rendervi ostico maneggiare
ed usare i sussidi, i catechismi, che
i vostri bambini hanno tra le mani, che, nonostante l'apparenza bambinesca, sono il frutto di una sofisticata scienza dell'educazione. E per molti di voi l’unica esperienza con l’infanzia
è stata di quella propria e di quella dei propri fratelli. Non è molto. Un genitore
ne sa molto di più, innanzi tutto per aver sbagliato molto di più e, rendendosi
conto delle conseguenze degli errori, per essersi poi corretto. E’ proprio vero
che sbagliando s’impara.
Quanto al primo, molti di voi sono cresciuti
in un particolare modello comunitario molto rigido, che probabilmente
utilizzano, sbagliando, come metro di paragone e modello di ispirazione. Capite
bene che nel fare catechismo in parrocchia non dovete averlo come riferimento:
l’iniziazione dei bambini è infatti alla collettività universale dei fedeli e
deve poter fondare, nelle età seguenti della vita, le più varie spiritualità e i
più vari stili di vita, quanti se ne possono esprimere in religione rimanendo,
come si dice, nell’ortodossia.
La comunità a cui si fa riferimento nella
catechesi dell’infanzia è anzitutto quella che raduna i bambini che vi sono
affidati. E’ lì, come anche nell’esperienza scolastica, che si comincia a fare
tirocinio del bene e del male. E’ quindi sbagliato, come talvolta si fa,
partire, nell’esame di coscienza, dalle questioni di famiglia, in particolare
dal come ci si comporta con i genitori. In questo modo i catechisti diventano un
po’ delle stampelle dell’autorità genitoriale e questo non va bene, perché così
facendo, nel prosieguo, crescendo i bambini, quando diverranno adolescenti e,
per ragioni inevitabili connesse allo sviluppo psichico e comportamentale degli esseri umani,
entreranno in polemica con i genitori, in questo processo conflittuale sarà
coinvolta anche la religione, che inutilmente i genitori tenteranno di
utilizzare come ultima risorsa per il mantenimento del loro potere autoritario, finendo con il guastare
tutto. Partite invece dall’osservazione delle
dinamiche di gruppo interne alla vostra classe di catechismo, fate parlare i
bambini dei loro rapporti con gli altri all’esterno della famiglia. Quello che
a loro, per ragioni per così dire naturali,
a loro adesso interessa è proprio come
inserirsi al meglio nelle collettività esterne alla famiglia. La fede può
aiutarli in questo? Se si pensa di sì, se i vostri bimbi si convincono di sì,
allora la riusciremo a radicare in loro. Tenete conto che, anche se, crescendo, ad un certo punto arriveranno a mandare a quel paese i genitori, in genere più a parole però che con i fatti,
li ameranno sempre e poi, crescendo ancora, il più delle volte recupereranno un
rapporto pacificato con loro, appunto da adulti, come si diventa sempre, almeno
fisicamente. I problemi con la comunità esterna alla famiglia si faranno invece
sempre più complessi e problematici crescendo e man mano che si assumeranno
nuove e più pesanti responsabilità. E’ lì che ci si deve convincere che la
religione mantenga un senso anche da adulti, è lì che, da adulti, occorre impersonare la fede dell’agàpe, quel tipo di amore che consiste
nel saper sempre mantenere con gli altri quel tipo di rapporto positivo che ha come modello ideale la capacità e possibilità di mettersi idealmente insieme a tavola, con tutta l'umanità della terra, con ogni persona umana senza discriminazioni, lietamente e senza che nessuno si senta fuori posto, appena tollerato, in modo che ce ne sia per tutti e con la gioia della reciproca presenza. Di questo però bisogna fare tirocinio fin da piccoli. E' una conquista personale che va indotta e assecondata: inutile imporla d'autorità.
Tutta la nostra fede è centrata sulla
scoperta, sperimentazione, recupero e mantenimento di questo tipo di amicizia
universale, che, secondo la nostra religione, confidiamo avere origine
soprannaturale e, di più, manifestarla; una realtà di infinito ed eterno valore, tanto che su di essa
verremo giudicati, è scritto. E' l'anticipo della vita eterna. Solo l'agàpe ha questo valore eterno: i cieli e la terra, invece, passeranno.
Beati gli operatori di pace: makàrioi (beati) oi (i) eirènopoi (costruttori, letteramente "facitori", di pace) , oti (perché) autoi (proprio loro) uiòi (figli)Teoù (di Dio) kletèsontai (saranno chiamati), così è scritto in greco nel Vangelo secondo Matteo 5,9.
Beati gli operatori di pace: makàrioi (beati) oi (i) eirènopoi (costruttori, letteramente "facitori", di pace) , oti (perché) autoi (proprio loro) uiòi (figli)Teoù (di Dio) kletèsontai (saranno chiamati), così è scritto in greco nel Vangelo secondo Matteo 5,9.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli