lunedì 23 novembre 2015

Lettera ai catechisti della parrocchia: porre lo scoprire come volersi bene in società come base della catechesi dell’infanzia

Lettera ai catechisti della parrocchia: porre lo scoprire come volersi bene in società   come base della catechesi dell’infanzia

 Fino agli anni ’60 la catechesi per l’infanzia consisteva in alcuni istruzioni di liturgia, su come accostarsi ai sacramenti e su come stare a messa, e sulla memorizzazione di alcuni contenuti secondo formulette a domanda e risposta scritte sui librini di catechismo,  i catechismi per anontomasia.
   Si scoprì che questo modo di iniziare alla religione aveva prodotto masse di analfabeti religiosi.
  Il rinnovamento della catechesi, attuato dagli anni ’70, si sviluppò lungo due direttrici:
- il tirocinio comunitario alla fede, per cui essa non venne più presentata come un insieme di frasi da imparare a memoria, ma come una realtà da vivere e scoprire insieme agli altri;
- una comunicazione più estesa dei contenuti della fede, articolata secondo i processi cognitivi dei bimbi, facendo largo uso degli elementi figurativi ed audiovisivi, ragione per la quale troviamo catechismi per le diverse età della crescita, molto colorati, con tante figure e con una importante componente operativa, per cui il bimbo è invitato a pasticciare sul catechismo, a metterci del suo, e a realizzare cose con le sue mani.
  Nella nostra parrocchia l’acquisizione di quegli orientamenti può presentare aspetti critici.
 Quanto al secondo, mi pare che non abbiate ricevuto una specifica formazione catechistica: questo può rendervi ostico maneggiare ed usare i sussidi, i catechismi, che i vostri bambini hanno tra le mani, che, nonostante l'apparenza bambinesca, sono il frutto di una sofisticata scienza dell'educazione. E per molti di voi l’unica esperienza con l’infanzia è stata di quella propria e di quella dei propri fratelli. Non è molto. Un genitore ne sa molto di più, innanzi tutto per aver sbagliato molto di più e, rendendosi conto delle conseguenze degli errori, per essersi poi corretto. E’ proprio vero che sbagliando s’impara.
 Quanto al primo, molti di voi sono cresciuti in un particolare modello comunitario molto rigido, che probabilmente utilizzano, sbagliando, come metro di paragone e modello di ispirazione. Capite bene che nel fare catechismo in parrocchia non dovete averlo come riferimento: l’iniziazione dei bambini è infatti alla collettività universale dei fedeli e deve poter fondare, nelle età seguenti della vita, le più varie spiritualità e i più vari stili di vita, quanti se ne possono esprimere in religione rimanendo, come si dice, nell’ortodossia.
  La comunità a cui si fa riferimento nella catechesi dell’infanzia è anzitutto quella che raduna i bambini che vi sono affidati. E’ lì, come anche nell’esperienza scolastica, che si comincia a fare tirocinio del bene e del male. E’ quindi sbagliato, come talvolta si fa, partire, nell’esame di coscienza, dalle questioni di famiglia, in particolare dal  come ci si comporta con i genitori. In questo modo i catechisti diventano un po’ delle stampelle dell’autorità genitoriale e questo non va bene, perché così facendo, nel prosieguo, crescendo i bambini, quando diverranno adolescenti e, per ragioni inevitabili connesse allo sviluppo psichico e comportamentale degli esseri umani, entreranno in polemica con i genitori, in questo processo conflittuale sarà coinvolta anche la religione, che inutilmente i genitori tenteranno di utilizzare come ultima risorsa per il   mantenimento del loro potere autoritario, finendo con il guastare tutto.  Partite invece dall’osservazione delle dinamiche di gruppo interne alla vostra classe di catechismo, fate parlare i bambini dei loro rapporti con gli altri all’esterno della famiglia. Quello che a loro, per ragioni per così dire naturali, a loro adesso interessa  è proprio come inserirsi al meglio nelle collettività esterne alla famiglia. La fede può aiutarli in questo? Se si pensa di sì, se i vostri bimbi si convincono di sì, allora la riusciremo a radicare in loro.  Tenete conto che, anche se, crescendo, ad un certo punto arriveranno a mandare a quel paese i genitori, in genere più a parole però che con i fatti, li ameranno sempre e poi, crescendo ancora, il più delle volte recupereranno un rapporto pacificato con loro, appunto da adulti, come si diventa sempre, almeno fisicamente. I problemi con la comunità esterna alla famiglia si faranno invece sempre più complessi e problematici crescendo e man mano che si assumeranno nuove e più pesanti responsabilità. E’ lì che ci si deve convincere che la religione mantenga un senso anche da adulti, è lì che, da adulti,  occorre impersonare la fede dell’agàpe, quel tipo di amore che consiste nel saper sempre mantenere con gli altri quel tipo di rapporto positivo che ha come modello ideale la capacità e possibilità di mettersi idealmente insieme a tavola,  con tutta l'umanità della terra, con ogni persona umana senza discriminazioni, lietamente e senza che nessuno si senta fuori posto, appena tollerato, in modo che ce ne sia per tutti e  con la gioia della reciproca presenza.  Di questo però bisogna fare tirocinio fin da piccoli. E' una conquista personale che va indotta e assecondata: inutile imporla d'autorità.
  Tutta la nostra fede è centrata sulla scoperta, sperimentazione, recupero e mantenimento di questo tipo di amicizia universale, che, secondo la nostra religione, confidiamo avere origine soprannaturale e, di più, manifestarla; una realtà di infinito ed eterno valore, tanto che su di essa verremo giudicati, è scritto. E' l'anticipo della vita eterna. Solo l'agàpe  ha questo valore eterno: i cieli e la terra, invece, passeranno. 
 Beati gli operatori di pace: makàrioi (beati) oi (i) eirènopoi  (costruttori, letteramente "facitori", di pace) , oti (perché) autoi (proprio loro) uiòi (figli)Teoù  (di Dio) kletèsontai (saranno chiamati), così è scritto in greco nel Vangelo secondo Matteo 5,9.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in san Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli