Sentire
il bisogno degli altri
Si può pensare a qualcosa di più chiusa in sé
stessa della vita di un monaco di clausura con vocazione eremitica? Eppure,
quando da universitario frequentai con gli amici della FUCI i monaci
camaldolesi nel loro primo monastero, sulle montagne aretine, scoprii che le
grandi foreste che c’erano intorno era storicamente opera loro. Avevano piantato sistematicamente tantissimi alberi e avevano impedito che fossero tagliati. Li conoscevano uno a uno e li ispezionavano nei loro lunghi pellegrinaggi eremitici. Il monastero
era stato una potenza economica, ma aveva pensato e protetto le foreste come
natura sacra, aveva realizzato un modello economico compatibile con la natura.
Un progetto perseguito con determinazione di generazione in generazione e che
aveva inciso profondamente su un vasto territorio. Alla luce della Laudato si’ possiamo intuire il senso di quella grande impresa. Poi c’erano stati e c’erano ancora alcuni
monaci che, come il fondatore Romualdo, si rinchiudevano per molto tempo, a
volte per tutta la vita, in certe casette sulla cima della montagna che
fronteggia la foresteria del monastero, dove noi giovani eravamo ospitati.
Ognuna, abitata da un solo monaco, aveva il suo orticello. Si poteva pensare
che potesse bastare e invece no. Pensavano in grande quei monaci. Erano spinti
dalla nostra stessa fede. La nostra fede fa pensare in grande.
Com’è che invece noi, per tanti anni, ci
siamo dedicati in fondo solo al nostro orticello? Con tanta gente intorno con
la quale vivevamo gomito a gomito?
Ci siamo fatti questa piccola serra, con specie
pregiate di umanità, e ci siamo appagati di contemplarla.
Mentre la gente di fuori progettava il pratone, qualcosa di analogo alla
foresta dei camaldolesi, e alla fine riusciva anche a realizzarlo, noi ci siamo
dedicati al nostro piccolo orticello. E’ stata un’impresa, quella della lotta per il pratone, con un senso anche
spirituale, ma noi non l’abbiamo colto. Ci siamo chiamati fuori della storia
del quartiere al quale eravamo stati mandati. Perché, non dimentichiamolo mai,
ogni persona di fede è sempre mandata verso gli altri. Questo, fin dalle origini, è
stato considerato una parte essenziale dell’impegno di fede. Ma noi ci siamo
dedicati al nostro micromondo, per il quale, in fondo, il complesso degli
edifici parrocchiale era fin troppo grande. Quindi man mano non ne abbiamo più
curato la manutenzione, salvo che in quelle parti che ci servivano per la
nostra serra umana. E ora tutto
comincia ad avere un aspetto piuttosto diruto. La vigna è in rovina, potrebbe
dirsi evangelicamente. I vignaioli l’hanno abbandonata.
Di ciò che rimaneva della grande vecchia
chiesa sotterranea mi dicono che si sia fatto un parcheggio. E’ abitata da
ferraglia invece che da anime. In tanti anni non ho mai sentito che si pensasse
di farne qualcosa di diverso.
Ci è arrivata un’ideologia religiosa che ci
tranquillizzava: eravamo sempre di meno perché fuori c’era il neopaganesimo.
Non eravamo noi che non facevamo ciò che dovevamo, ma gli altri ad essere
cattivi.
Ma sentiamo ancora il bisogno degli altri, di
fuori? Arriviamo ancora a capire che tutto il complesso parrocchiale non è
destinato solo a chi ci vuol venire, ma a tutto il quartiere a cui noi siamo stati inviati? Che andare in chiesa non è come andare alla ASL, in cui si va quando se
ne ha bisogno. Che la nostra chiesa non è una sorta di ambulatorio spirituale,
ma la casa di tutti i battezzati e di tutti coloro che, per le vie misteriose
del soprannaturale, sono comunque raggiunti dalla luce che emana dalla nostra fede.
Che il nostro lavoro non è costruire piccole serre di specie umane pregiate, ma
di progettare grandi foreste, per cambiare profondamente tutto ciò che c’è
intorno a noi.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli