lunedì 2 novembre 2015

Sentire il bisogno degli altri

Sentire il bisogno degli altri

 Si può pensare a qualcosa di più chiusa in sé stessa della vita di un monaco di clausura con vocazione eremitica? Eppure, quando da universitario frequentai con gli amici della FUCI i monaci camaldolesi nel loro primo monastero, sulle montagne aretine, scoprii che le grandi foreste che c’erano intorno era storicamente opera loro. Avevano piantato sistematicamente tantissimi alberi e avevano impedito che fossero tagliati. Li conoscevano uno a uno e li ispezionavano nei loro lunghi pellegrinaggi eremitici. Il monastero era stato una potenza economica, ma aveva pensato e protetto le foreste come natura sacra, aveva realizzato un modello economico compatibile con la natura. Un progetto perseguito con determinazione di generazione in generazione e che aveva inciso profondamente su un vasto territorio. Alla luce della Laudato si’ possiamo intuire il senso  di quella grande impresa.  Poi c’erano stati e c’erano ancora alcuni monaci che, come il fondatore Romualdo, si rinchiudevano per molto tempo, a volte per tutta la vita, in certe casette sulla cima della montagna che fronteggia la foresteria del monastero, dove noi giovani eravamo ospitati. Ognuna, abitata da un solo monaco, aveva il suo orticello. Si poteva pensare che potesse bastare e invece no. Pensavano in grande quei monaci. Erano spinti dalla nostra stessa fede. La nostra fede fa pensare in grande.
  Com’è che invece noi, per tanti anni, ci siamo dedicati in fondo solo al nostro orticello? Con tanta gente intorno con la quale vivevamo gomito a gomito?
 Ci siamo fatti questa piccola serra, con specie pregiate di umanità, e ci siamo appagati di contemplarla.
 Mentre la gente di fuori progettava il pratone, qualcosa di analogo alla foresta dei camaldolesi, e alla fine riusciva anche a realizzarlo, noi ci siamo dedicati al nostro piccolo orticello. E’ stata un’impresa, quella della lotta per il pratone, con un senso anche spirituale, ma noi non l’abbiamo colto. Ci siamo chiamati fuori della storia del quartiere al quale eravamo stati mandati. Perché, non dimentichiamolo mai, ogni persona di fede è sempre mandata  verso gli altri. Questo, fin dalle origini, è stato considerato una parte essenziale dell’impegno di fede. Ma noi ci siamo dedicati al nostro micromondo, per il quale, in fondo, il complesso degli edifici parrocchiale era fin troppo grande. Quindi man mano non ne abbiamo più curato la manutenzione, salvo che in quelle parti che ci servivano per la nostra serra umana. E ora tutto comincia ad avere un aspetto piuttosto diruto. La vigna è in rovina, potrebbe dirsi evangelicamente. I vignaioli l’hanno abbandonata.
 Di ciò che rimaneva della grande vecchia chiesa sotterranea mi dicono che si sia fatto un parcheggio. E’ abitata da ferraglia invece che da anime. In tanti anni non ho mai sentito che si pensasse di farne qualcosa di diverso.
  Ci è arrivata un’ideologia religiosa che ci tranquillizzava: eravamo sempre di meno perché fuori c’era il neopaganesimo. Non eravamo noi che non facevamo ciò che dovevamo, ma gli altri ad essere cattivi. 
 Ma sentiamo ancora il bisogno degli altri, di fuori? Arriviamo ancora a capire che tutto il complesso parrocchiale non è destinato solo a chi ci vuol venire, ma a tutto il quartiere a cui noi siamo stati inviati? Che andare in chiesa non è come andare alla ASL, in cui si va quando se ne ha bisogno. Che la nostra chiesa non è una sorta di ambulatorio spirituale, ma la casa di tutti i battezzati e di tutti coloro che, per le vie misteriose del soprannaturale, sono comunque raggiunti dalla luce che emana dalla nostra fede. Che il nostro lavoro non è costruire piccole serre di specie umane pregiate, ma di progettare grandi foreste, per cambiare profondamente tutto ciò che c’è intorno a noi.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli