Difficoltà estreme di
inculturazione
Sto leggendo Lettere dal Brasile,
EDB, 2009, un libro in cui sono raccolte diverse lettere che don Nino Miraldi,
che fu prete a San Clemente papa negli anni ’60, inviò dall’America Latina,
dove aveva ottenuto di essere inviato come missionario diocesano, donum fidei si dice. In Italia si stava
vivendo la stagione del post Concilio, in cui tante cose cambiarono. In
Brasile, a Rio, nelle parrocchie dove
don Miraldi aveva iniziato ad esercitare il suo ministero, tutto ciò non
era ancora arrivato. La massa si aspettava un prete che benedicesse statuine e
persone. I giovani più frequentemente non volevano nulla, rimanevano
indifferenti. Alcuni vivevano la fede come paura: “paura se si rompe un’immagine, se saltano una preghiera eccetera”. Nella
lettera a don Nicolino Barra del 18-1-68, don Miraldi osserva: “Ma qui si tratta di far nascere una comunità
e la parrocchia è un self service di servizi religiosi”. Per certi versi in
parrocchia stiamo vivendo problemi analoghi. Vedo vivere la fede nel quartiere
un po’ come la si viveva a Rio nel ’67/68 secondo la descrizione fatta da don
Miraldi nelle sue lettere da laggiù. In parrocchia, inoltre, abita un gruppo di
comunità che sta seguendo un proprio autonomo cammino di perfezionamento
spirituale che l’ha portato, per ciò che mi appare dall’esterno,
molto lontano dagli obiettivi dell’ultimo Concilio. Praticamente tutte le
funzioni parrocchiali affidate in parrocchia ai laici sono in mano a gente sua.
Il risultato è che in parrocchia è come se il Vaticano 2° non ci fosse mai
stato. Non stupisce quindi che l’AC parrocchiale sia ridotta ad un resto di pervicaci e irriducibili, ma anziani,
aderenti: dagli anni Sessanta, infatti, l’impegno principale dell’AC è proprio
l’attuazione dei principi conciliari nelle realtà parrocchiali e nelle diocesi,
in collaborazione con i vescovi e sotto la loro guida.
Non
faccio una colpa ai più giovani della parrocchia di non conoscere l’ultimo
Concilio. Si sono infatti formati in una realtà parrocchiale che non ha
consentito loro di conoscerlo. L’unica esperienza comunitaria che hanno visto
praticata e che sono stati indotti a vivere è stata quella neocatecumenale. Essa
si è molto sviluppata durante il ministero del Wojtyla, in un’epoca in cui si
cercò di congelare certi sviluppi conciliari che venivano avvertiti come
pericolosi per l’unità delle nostre collettività di fede. E ciò benché i
documenti e i discorsi di quel papa fossero pieni di riferimenti ai documenti
del Concilio. In realtà, a ben vedere, il più delle volte era per
circoscriverne la portata innovativa, dandone quella che, nella tecnica
legislativa, è chiamata interpretazione
autentica. Questa tendenza si è molto accentuata durante il regno del
Ratzinger. Il contesto è stato questo e ha generato ciò che si voleva produrre.
Fatto sta che, se si vuole ripartire, ci si
accorge subito che non ci sono le forze per farlo. E le scadenze incombono.
Mancano in particolare forze laiche del nucleo che in parrocchia ha
le energie per sostenere la vita di fede dei più giovani: la fascia tra i 20 e
i 35 anni. Quando scrivo laiche intendo anche diverse da quelle neocatecumenali di
cui già disponiamo. I neocatecumenali agiscono infatti un po’ come una
congregazione religiosa, esprimono una cultura e una spiritualità proprie che
non sono adatte a tutti, mentre oggi a noi serve un modello che sia adatto a
tutti, quindi di agire nella modalità della massima apertura. Ecco perché ci
servono forze nuove, in particolare in quella fascia di età, per gestire i più
giovani: un lavoro molto faticoso in senso proprio, fisico.
Vi è, in definitiva, un marcato problema di
inculturazione dei principi conciliari, secondo i quali si vorrebbe aprire la
vita di fede alle genti contemporanee per mantenerla ancora significativa per
loro. Ogni iniziativa pubblica che si è tentata in passato è stata strutturata
sull’ideologia neocatecumenale, che è finalizzata in definitiva a inserire la
gente in piccole comunità di perfezionamento spirituale molto gerarchizzate e
centrate sulle questioni della famiglia, proponendo un modello di vita
religiosa piuttosto rigido. Ecco che poi i risultati sono stati deludenti
perché non è una proposta adatta a tutti, ma non è nemmeno l’unica praticabile.
Ci sono altre vie. La fede come via di libertà è poco conosciuta, per come mi
appare. La vita del laico sembra acquistare senso solo se impegnata a generare
e mantenere una famiglia molto numerosa e gerarchizzata sotto l’autorità
paterna. Si è perso il senso religioso dell’impegno civile dei laici, di quel “cercare il regno di Dio, trattando le cose temporali e
ordinandole secondo Dio” di cui scrissero i saggi dell’ultimo
Concilio. Ma anche in molte altri settori non si è particolarmente attivi, come
ad esempio nell’impegno all’eguaglianza in dignità tra i sessi. Tutto questo
viene considerato come secondario, in parte futile, in parte anche vano, in
parte addirittura erroneo. La valorizzazione delle donne nella società, in
particolare, è vista come un po’ come il portato del neopaganesimo.
Il rischio è di mandare allo sbaraglio le poche forze rimaste,
sfiancandole ed esponendole ad insuccessi.
Di tutto occorre innanzi tutto fare un tirocinio, un’esperienza sotto la guida
di persone che certe cose le abbiano fatte prima. E
ogni funzione affidata ai laici deve essere vissuta sempre come un impegno
collettivo, coerente con gli obiettivi parrocchiali, con momenti di verifica
collettiva sotto la guida di gente più esperta. Bisogna prendere atto che da
noi di certe cose bisogna ricostituire le basi.
In particolare non ci si improvvisa
catechisti. Non si tratta infatti di
ripetere a pappagallo ciò che è scritto nel quadernetto delle istruzioni.
Bisogna saper rendere ragione della propria fede alle persone che ci sono
mandate, anche quando formulano obiezioni. Non si può risolvere tutto indicando
la porta a chi chiede spiegazioni ulteriori e non si mostra convinto, come può
accadere nella catechesi per gli adolescenti. Il catechista è un tipo
particolare di insegnante. Dovrebbe fare tirocinio affiancando degli insegnanti
più esperti, prima di avere la responsabilità di una classe. Ma è lo stesso per altri tipi di lavoro che in
parrocchia possono essere affidati ai laici e che comportano rapporti personali
più o meno intensi con il prossimo.
E tutto dovrebbe essere coerente con la
modalità dell’apertura che si vuole inaugurare in parrocchia.
In questa prima fase è quindi indispensabile
gente da fuori, esperta, che assuma la tutela di ciascuna delle funzioni
fondamentali della parrocchia in cui sono impegnati i laici, in particolare di
tutti i settori della catechesi. C’è poi da impostare la formazione all’impegno
civile dei laici che da noi non si più fatta da decenni, della quale quindi non
c’è una tradizione. Questa gente da fuori non c’è? Allora mettiamola persa,
alziamo le mani. Il vescovo se ne faccia una ragione. D’altra parte: perché per
un tempo tanto lungo si sono lasciate le cose come si stavano manifestando? Ma
ne sto cominciando a vedere, in parrocchia, di gente nuova. Coraggio, dunque.
Sarà un lavoro impegnativo, lungo, si incontreranno difficoltà, ma poi qualcosa
uscirà. In San Frumenzio abbiamo un
modello di come le comunità neocatecumenali possono essere inserite meglio in
un contesto parrocchiale di apertura, in cui ci sono tante altre realtà. Non è
un obiettivo impossibile da realizzare.
Bisogna, infine, vedere se nel quartiere ci sono forze nuove che
possono essere radunate e impiegate. Si deve quindi riprendere a comunicare con il
quartiere e spiegare il senso di ciò che si sta facendo. Lo si può fare varando
iniziative pubbliche che richiamino da noi gente nuova, per cercare in essa le
persone di cui abbiamo bisogno.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in
San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli