domenica 1 novembre 2015

Gruppo giovani. Le idee di un laico adulto

Gruppo giovani. Le idee di un laico adulto

  1. Genitori e figli - Un genitore ha un privilegio eccezionale: è un adulto che non è invisibile per un adolescente.  Gli altri adulti invece in  genere lo sono, sono fuori del campo degli interessi di un ragazzo. Quindi un genitore, se vuole, ha la possibilità di conoscere veramente i propri figli nel periodo della loro vita in cui si trasformano profondamente e diventano ciò che poi rimarranno a lungo in società, vale a dire degli adulti con  una personalità definita e riconoscibile. E’ un’esperienza limitata nel tempo, ma anche nel suo oggetto. Infatti si conoscono in quel modo molto approfondito solo i propri figli e non è detto che essi siano realmente rappresentativi di una generazione né che i ragazzi delle generazioni che seguiranno siano sempre uguali a loro.
   Nel rapporto di un genitore con i figli si impara e si insegna. Si tramandano una lingua e certi costumi, il modo di mangiare, il modo di vestirsi, di svagarsi, di fare sport, certe idee sulla società e, in particolare sull'altro sesso, e molto altro ancora. Si impara ad allevare i figli da quando sono molto piccoli fino a quando essi finiscono di dipendere dai genitori. Lo imparano i genitori, ma anche gli stessi figli facendo esperienza della vita dei fratelli minori. La vita dei figli successivi al primo di solito è più facile perché i genitori hanno imparato dall’esperienza e non ripetono certi errori.
 Tra le cose che passano di generazione in generazione c’è la fede. In questo è cruciale il ruolo delle madri, o di chi in una famiglia in concreto svolge quel ruolo. Sbagliare nell’educazione di una ragazza ha conseguenze molto più gravi che con un ragazzo. L’errore infatti si ripercuoterà nei figli e nei nipoti.
  Da molto tempo in religione si è presa consapevolezza della funzione di tramandare la fede che la famiglia svolge. Ci si è anche costruita sopra una teologia, quella della Chiesa domestica. Essa è stata accolta dai saggi dell’ultimo Concilio nel documento più importante proclamato durante quell’assise, la Costituzione dogmatica sulla Chiesa Luce per le genti:
 "E infine i coniugi cristiani, in virtù del sacramento del matrimonio, col quale significano e partecipano il mistero di unità e di fecondo amore che intercorre tra Cristo e la Chiesa (cfr. Ef 5,32), si aiutano a vicenda per raggiungere la santità nella vita coniugale; accettando ed educando la prole essi hanno così, nel loro stato di vita e nella loro funzione, il proprio dono in mezzo al popolo di Dio. Da questa missione, infatti, procede la famiglia, nella quale nascono i nuovi cittadini della società umana, i quali per la grazia dello Spirito Santo diventano col battesimo figli di Dio e perpetuano attraverso i secoli il suo popolo. In questa che si potrebbe chiamare Chiesa domestica, i genitori devono essere per i loro figli i primi maestri della fede e secondare la vocazione propria di ognuno, quella sacra in modo speciale." (n.11)
  E tuttavia rimane in genere una profonda diffidenza verso la famiglia come forma di generazione alla fede, che rientra nella più vasta sfiducia del clero e dei religiosi verso tutto ciò che i laici esprimono in religione, per cui li si pensa sempre sul punto di deragliare dal giusto cammino e quindi bisognosi di continue tirate d’orecchi. Appena aprono bocca in pubblico si scopre che ripetono una qualche forma di eresia del passato e si toglie loro la parola. E se invece si limitano a ripetere a pappagallo quello che si  è loro spiegato, allora ci si lamenta che sono noiosi e poco creativi.
  Fatto sta che in genere ai genitori, anche quando lo desidererebbero, non è consentito di collaborare all'iniziazione religiosa dei loro figli  che si svolge nelle parrocchie. Si presume erroneamente che un prete  o un catechista possano conoscere un ragazzo meglio dei propri genitori. In questo modo si fanno e si ripetono errori fatali, per cui i giovani, appena possono, scappano a gambe levate da noi. Questo è ciò che, appunto, ho potuto osservare durante l’iniziazione religiosa delle mie figlie a San Clemente papa.
  Che cosa raccontavano alle nostre ragazze a catechismo? Impossibile saperlo veramente. Si portano i figli a catechismo e li si va a riprendere, sempre però confinati fuori dalle aule. Come si fa, allora, a collaborare all’iniziazione religiosa dei propri figli? Tra genitori ci si parla, talvolta, mentre si aspetta la fine della lezione,  e ci si chiede l’un l’altro che cosa racconteranno mai a catechismo: nessuno lo sa. Se poi una persona ha una situazione familiare difficile, un matrimonio finito o che sta finendo o ha generato fuori del matrimonio, o si trova nelle altre situazioni che oggi possono darsi e che non corrispondono allo stereotipo della  famiglia mamma-papà-da uno a tot figli, va ancora peggio perché ci si sente e si è trattati come peccatori sociali, gente alla quale in religione la parola è tolta in linea di principio, per ragioni, per così dire, di igiene e tutela sociale.
  Eppure, quando le nostre figlie sono divenute adolescenti, qualcosa è trapelato dell’iniziazione religiosa di secondo livello, per la Cresima e il post-Cresima. Io e mia moglie abbiamo subito capito che si stava mettendo male. Che potesse succedere una cosa simile lo avevamo temuto fin da quando, in uno dei rari incontri in parrocchia per il post-Cresima, ci avevano detto che avrebbero mandato i ragazzi in certe famiglie per raddrizzarli. Oddio!, ci eravamo detti io e mio moglie. Io in quell'occasione avevo replicato che i nostri ragazzi avevano già una famiglia e che  non riconoscevamo a nessun’altra famiglia il diritto di mettere bocca nel loro “raddrizzamento”. Le mie parole furono accolte sostanzialmente con un’alzata di spalle. Gli altri genitori, tutto sommato, mi parvero contenti di questi propositi di raddrizzamento. Iniziavano infatti ad avere qualche problema di disciplina con i figli. Quanti di coloro che hanno ricevuto la Cresima con le mie figlie frequentando poi anche il post-Cresima, e che non sono cresciuti in famiglie di neocatecumenali, sono ancora in parrocchia? Io non ne vedo nessuno.  Di fatto le nostre figlie, dopo un po’, ci chiesero di non partecipare più alle catechesi in quelle famiglie e noi le autorizzammo a farlo, non insistemmo. La loro iniziazione di secondo livello la facemmo noi genitori, secondo quella che avevamo ricevuto noi alla loro età, e non mi pare che ci sia riuscita male.  Quando mia figlia piccola partecipò, alla Cattolica, all’esame di ammissione a Medicina, in cui si portava anche religione, gli altri si affannavano sul Compendio del Catechismo della Chiesa Cattolica e tutto per loro era una novità, mentre per lei no. All’esame di teologia fondamentale ha preso trenta e lode. La ragazza è molto studiosa, certo, ma qualche merito ce lo possiamo riconoscere anche io e mia moglie.  Così in famiglia abbiamo recuperato evidenti errori della catechesi parrocchiale, che potevano rivelarsi fatali, come mi pare lo siano stati per altri coetanei delle mie figlie.
  La fonte principale del disagio delle nostre figlie, nei gruppi di giovani per l’iniziazione religiosa di secondo livello, per Cresima e post-Cresima, fu l’impossibilità per loro di essere veramente apprezzate per ciò che esprimevano. Ad un certo punto veniva chiesto loro di dire con franchezza, liberamente, ciò che pensavano su qualche cosa. Quando lo facevano venivano però sempre riprese. Se invece si limitavano a ripetere ciò che avevano detto gli animatori del gruppo, allora venivano riprese lo stesso, accusate di conformismo. Che cosa si voleva da loro? Penso che ci aspettasse che arrivassero al punto a cui, per ciò che ne so e che ho potuto constatare da esterno, mira la strategia catechetica dei neocatecumenali: a riconoscere che la loro vita era tutta sbagliata e che non avevano alcuna possibilità di cambiarla da sole; tuttavia non dovevano avvilirsi, perché potevano riuscirci accettando di essere guidate  per un certo cammino. Fatto atto di sottomissione, si sarebbe passati sopra a tutto ciò che c’era di sbagliato in loro, purché rimanessero per quella via. Quindi: dipendenza comunitaria e, in particolare, da una struttura gerarchica che non poteva essere messa in discussione dalla base, al modo in cui non può esserlo l’autorità dei genitori. Quindi si sarebbe trattato di passare dall’autorità dei genitori a quella di altri genitori, per così dire di complemento, in un cammino in cui non ci sarebbe mai stata possibilità di emancipazione. Ma, mentre i genitori un giovane se li trova attribuiti  al momento della nascita, nel bene e nel male, quindi non li sceglie, quegli altri genitori di complemento bisognava proprio sceglierseli, convincendosi per di più che senza di loro non si era nulla e che solo rimanendo sotto la loro autorità gerarchica si poteva essere migliori e, in particolare, vivere una fede genuina. Dal punto di vista di un adolescente, di un giovane che deve, per diventare adulto, emanciparsi dai genitori per acquisire autonome responsabilità sociali, non ci può essere incubo maggiore: quello dell’eterna dipendenza familiare.
  L’altro elemento molto problematico era l’approccio ai problemi sessuali, che è stato percepito dalle nostre figlie come veramente  troppo intrusivo e fobico. Lo sviluppo sessuale è fondamentale negli adolescenti, ma presenta delicati profili psicologici che sconsigliano disinvolti interventi di volenterosi ma impreparati animatori. E’ materia per i sacerdoti, che hanno ricevuto una formazione appropriata.
 Per certi versi l’ideologia neocatecumenale,  a cui mi riferisco essendo stata dominante in parrocchia negli ultimi trent’anni, porta all’esasperazione alcune intuizioni dell’ultimo Concilio.
 Laddove i saggi di allora individuavano nella famiglia uno degli ambienti sociali per trasmettere la fede ai figli, i neocatecumenali ne fanno lo strumento principale per la diffusione della fede nella società, non solo quindi  alla prole, ma anche nella società nel suo complesso. Quindi cercano di realizzare un modello di famiglia militante, spinta addirittura, ad un certo punto, ad andare in giro per il mondo in missione religiosa. Una famiglia fortemente gerarchizzata sotto l’autorità del padre, visto come capo naturale, inserita e sorretta, anche economicamente, in una struttura neoparentale di movimento a sua volta fortemente gerarchizzata intorno a catechisti-direttori spirituali di complemento. Ciò rende difficile riconoscere e vivere positivamente i molti altri valori positivi che la realtà della famiglia esprime e può portare a una sorta di  strumentalizzazione della famiglia a fini di propaganda e formazione religiosa nella società.
 Laddove il Concilio degli anni Sessanta ripristinò il catecumenato battesimale per gli adulti che negli anni ‘70 si volle prendere come modello di ispirazione per la formazione permanente degli adulti, i neocatecumenali, sempre per ciò che a me è apparso dall’esterno,  pongono tutti coloro che accettano di seguire il loro cammino in una condizione di permanente precarietà battesimale, appunto di eterno catecumenato  in senso proprio, per cui il seguace può avere l’impressione di essere sempre sulla soglia, mai stabilmente all’interno, e di poter essere anche, ad un certo punto, escluso, invitato ad uscire. Ed in effetti l’espressione “Se non vi sta bene, quella è la porta!”  mi si dice sia stata utilizzata in quel contesto, nel gruppo giovani frequentato dalle  mie figlie. Bisogna però tener conto che, nella nostra concezione di fede, nessuno, dico proprio nessuno, può sbattezzare e nemmeno sbattezzarsi. Chi si sottopone a un’iniziazione religiosa post-battesimale non è mai veramente un catecumeno,  il quale è  solo colui che viene preparato al battesimo. Quel tipo di formazione può ispirarsi all’istruzione nel catecumenato per gli adulti, ma non deve mai  essere considerata la stessa cosa. Il pericolo di confondere le due attività di formazione fu ben chiaro fin dagli esordi, come risulta, ad esempio da questo brano del Direttorio catechistico del ’97:
La catechesi post-battesimale, senza dover riprodurre mimeticamente la configurazione al Catecumenato battesimale e riconoscendo ai catechizzandi la loro realtà di battezzati, farà bene a ispirarsi   a questa scuola preparatoria alla vita cristiana, lasciandosi fecondare dai suoi principali elementi caratterizzanti.
  Con il senno del poi, questa idea che la formazione religiosa permanente degli adulti dovesse ispirarsi a quella per il catecumenato è stata piuttosto infelice, foriera di sviluppi molto negativi, frutto sostanzialmente di una generale e profonda sfiducia del clero per il laicato di fede, visto sostanzialmente come neo-pagano. Essa andrebbe rivista. Ma si può cominciare dalla pratica.
  Nel riprogettare un’attività sociale di formazione religiosa di secondo livello per i giovani nel nostro quartiere, consiglio, in base alla mia personale esperienza di antico ragazzo e di genitore, di seguire i seguenti orientamenti:
- coinvolgere i genitori, che sono la fonte informativa più affidabile sui loro figli e che, anche nell’adolescenza, mantengono una certa influenza su di loro;
- cercare di conoscere veramente i ragazzi, senza pretendere di voler animare  il loro gruppo sulla base di idee preconcette su di loro;
 - riconoscere ai ragazzi la loro realtà battesimale, dalla quale nessuno deve e può escluderli indicando loro la porta;
- rispettare la personalità individuale dei giovani del gruppo e, in particolare, la sfera della riservatezza sessuale, evitando interventi intrusivi in questo campo o frettolose colpevolizzazioni;
- programmare le attività secondo le esigenze concrete dei ragazzi, quali emergeranno conoscendoli meglio;
- essere aperti agli apporti che dagli stessi giovani verranno in tutti i campi di interesse, di modo che l’attività nel gruppo sia strutturata secondo un dare  e un ricevere gratuiti, senza quindi che il dare  sia un corrispettivo del  ricevere, ma in modo che entrambi realizzino quella che l’economista Zamagni ha definito giustizia partecipativa, in cui ognuno sia ammesso a dare un proprio contributo e senta anche il dovere di farlo, venendo apprezzato per questo;
- indurre precocemente  l’emersione di responsabili del gruppo  tra gli stessi giovani che lo frequentano, con adeguata attività di formazione ai processi democratici, in modo che ad un certo punto  i capi  del gruppo così come i responsabili delle diverse funzioni collettive che si individueranno,  siano scelti democraticamente dagli stessi giovani, inaugurando una tradizione democratica;
- non strutturare le attività sociali del gruppo sul modello catechetico del catecumenato. Da un gruppo giovani, come di seguito osserverò, deve emergere molto di più;
-non concepire l’attività di un gruppo  giovani come preparazione alla famiglia militante a fini di propaganda religiosa, ma semmai alla famiglia in tutte i suoi numerosi aspetti e le sue varie configurazioni sociali attuate ai tempi nostri, evitandone in particolare  la strumentalizzazione a fine di proselitismo.
2. Finalità di un gruppo giovani - L’esperienza sociale della fede è necessaria a qualsiasi età, da bimbi, da giovani come da adulti e da anziani. Non solo, infatti, la fede si apprende in società, ma anche la si esprime in società, per influire sulla vita in comune. Ad agire in società si impara e bisogna farne tirocinio. Da giovani c’è anche la necessità di scoprire un proprio ruolo sociale, di capire, come si dice, che cosa fare da grandi. Tutto questo dovrebbe essere l’obiettivo di un gruppo giovani.  Esso è composto da laici, in quanto in genere la scelta di un ministero sacerdotale o della vita religiosa si fa più tardi, ai tempi nostri. Così, un parte importante del tirocinio da praticare dovrebbe riguardare il lavoro più importante dei laici di fede in società: “cercare il regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio” (citazione dalla Costituzione Luce per le genti, del Concilio Vaticano 2°, n.31). Questo significa, in un contesto di democrazia avanzata come quello italiano di oggi, partecipare democraticamente al governo della nazione per contribuire a migliorare le condizioni di vita della gente. Riguarda anche la famiglia negli aspetti del rapporto coniugale, con le questioni connesse dell’equilibrio sessuale, dell’educazione dei figli e dei rapporti parentali.   Tuttavia bisogna tener conto che un gruppo giovani prefigura, a livello embrionale, una società futura, che comprenderà anche preti  e religiosi, quindi si dovrà curare di individuare e favorire eventuali vocazioni in quel senso, consentendone anche un tirocinio.
 Il programma del lavoro dei laici di fede in società è espresso dal  loro pensiero sociale, che in parte si ritrova, sistematizzato, nei documenti della dottrina sociale espressa dai papi e dai vescovi. E’ necessario che una parte importante del lavoro dei giovani del gruppo sia diretta a familiarizzarsi con questi temi. Il  Compendio della dottrina sociale della Chiesa,  così come i documenti del Concilio Vaticano 2°, dovrebbe essere tra i libri di testo  del gruppo. La recente enciclica papale Laudato si’  esprime, infine, una visione innovativa e molto appassionante in materia di dottrina sociale: andrebbe senz’altro tenuta presente.
 Di solito un gruppo giovani è assistito da un prete che ne cura la formazione religiosa. Tuttavia quest’ultima non deve avere esclusivamente né prevalentemente carattere catechetico. Dovrà comprendere, in particolare, spazi di autoformazione, approfondimenti e tirocini promossi e realizzati dagli stessi appartenenti al gruppo. Dovrà svolgersi sempre nella modalità del dare  e ricevere  gratuiti, quindi in un contesto di giustizia partecipativa, a cui prima ho accennato, senza gerarchizzare insegnamenti e tirocini. Non si dovrà inculcare, ma indurre, promuovere la scoperta di certi valori e fondamenti culturali.  Il tutto dovrebbe svolgersi in un contesto di libertà e di partecipazione democratica, in cui ognuno sia ammesso a fornire un proprio contributo.
 E’ necessario che i problemi della società e del quartiere, così come quelli collettivi tipici della condizione giovanile contemporanea, che sono diversi da quelli di altre generazioni del passato, trovino eco nel lavoro del gruppo. Se occorre fare tirocinio per influire la società, occorre conoscere la realtà su cui si deve influire. Una visione realistica delle cose porterà senz’altro a individuare i molti elementi positivi della società di oggi, che, in particolare, è tanto meno violenta di quelle del passato e pone tanta più attenzione al riconoscimento e allo sviluppo dei diritti umani, tanto da sentire come una colpa sociale il non accogliere milioni di migranti che stanno dirigendosi verso la nostra nuova Europa, per insediarvisi. E’ un grave errore presentare la nostra società come neopagana, sebbene presenti indubbiamente elementi di irreligiosità. In particolare le costituzioni europee e quella dell’Unione Europea sono fortemente improntate a valori di origine religiosa, sebbene di tale origine spesso si sia persa memoria.
  I giovani del gruppo dovranno essere invitati a non considerare come esaustiva della loro esperienza sociale la partecipazione ad una formazione parrocchiale. Dovranno essere indotti a rimanere attivi nei diversi ambiti sociali dove, da laici di fede, possono contribuire a un miglioramento delle cose: nella scuola anzitutto e negli organismi di partecipazione scolastica, nello sport, nelle formazioni politiche, nelle formazioni amatoriali artistiche e via dicendo. Un laico di fede è come il lievito in un impasto molto grande che comprende gente di tutti i tipi e le concezioni: democraticamente si può arrivare a decisioni collettive,  e ai conseguenti impegni, per il bene comune, concetto centrale nella dottrina sociale della Chiesa. La parrocchia non è il rifugio degli ultimi buoni  rimasti in società, il Fort Alamo  della fede, in un oceano neopagano, ma il luogo in cui si apprende e ci si fortifica nella fede in vista del lavoro che c’è da fare nella più ampia società in cui la parrocchia è immersa.
  Tra i giovani del gruppo si  discuterà anche di famiglia, affettività, sessualità, ma senza intrusioni indebite nella sfera personale, in particolare senza demonizzazioni e senza condanne del particolare stile di vita di ciascuno. Bisogna capire che i giovani del gruppo raggiungeranno l’equilibrio sessuale molto più avanti, intorno ai venticinque anni. Inutile accentuare la sessuofobia di stampo religioso e scandalizzarsi per pratiche e approcci sessuali che nessuno è mai riuscito veramente a impedire nei giovani, neanche nelle epoche di più stretto rigorismo. Non bisogna fare un dramma di nulla. Non bisogna costringere i giovani a mettere in piazza, di fronte agli altri, le proprie esperienze sessuali, né imporre superficiali pentimenti pubblici. Certe cose vanno lasciate nella sfera della coscienza personale e dei rapporti con il sacerdote. Bisognerà invece far emergere quanto di bello c’è nell’amicizia tra coniugi, che  è qualcosa di più profondo, coinvolgente, meno superficiale e più duraturo dell’amore sessuale, che comunque nel rapporto tra i coniugi c’è e li avvicina e li lega molto.  In questo può essere utile coinvolgere i genitori, che di quell'amicizia hanno personale e viva esperienza.
 Nella società stanno emergendo forme di unione coniugale diverse dal matrimonio strutturato sul modello di quello proposto in religione. Probabilmente alcuni dei giovani del gruppo vivranno in famiglie centrate su una di quelle unioni coniugali. Bisogna astenersi da facili condanne e far emergere l’amore che c’è in esse, ciò che in esse è manifestazione dell’agàpe  religiosa.
  Nel mondo occidentale è in atto un processo di riconoscimento sociale delle unioni omosessuali. Una volta escluso che l’omosessualità sia frutto di malvagità o espressione di perversione o di malattia non vi sono ragioni valide per non concederlo secondo il diritto civile. E’ un processo che sicuramente verrà portato a termine, e anche in Italia. I giovani dovranno essere preparati ad affrontarlo. Se non vogliamo farne degli spostati sociali, dei disadattati, bisognerà indurli a capire quanto amore vero c’è anche in quel tipo di unioni. Ci sono ancora molti problemi dal punto di vista teologico, ma la direttiva che ci viene dai vescovi non è più quella della dannazione, dell’esclusione, ma quella dell’inclusione. Lasciamo la teologia ai teologi, i quali con il tempo faranno il lavoro che ci si aspetta da loro, e procediamo con l’inclusione. Questo è molto importante sia nella formazione del laico che in quella del prete e del religioso.
   Viviamo in società che stanno combattendo attivamente la lunga condizione di discriminazione sociale  sofferta dalle donne, fino a che, nei primi decenni del secolo scorso, è finalmente iniziato il loro riscatto. E’ un processo che si sta conducendo anche in religione. Anche in campo religioso vi è una viva insoddisfazione per il ruolo prevalentemente di complemento riservato alle donne, anche se sempre più le donne accedono a ruoli di primo piano anche in questo ambito, in particolare nel settore  universitario. Ma è soprattutto nella condizione in famiglia che dagli scorsi anni settanta in Italia si è vissuta una vera e propria rivoluzione, che nel 1983 si è ripercossa anche nella disciplina canonica del matrimonio religioso. L’uguaglianza in dignità tra l’uomo e la donna è, a tempi nostri, anche legge canonica. Ciò richiede di vivere diversamente dal passato i rapporti familiari e, in genere, tra i sessi e di questo è opportuno che si faccia tirocinio fin dalle prime esperienze sociali tra i giovani. I giovani del gruppo si abituino a realizzare tra loro la pari dignità tra i sessi e, in particolare, a consentire alle ragazze di dare un proprio contributo di rilievo all’azione sociale. Esse, oggi, sono spesso più preparate dei ragazzi, stando ai risultati scolastici. Eppure negli anni scorsi in parrocchia ho sentito idealizzare ancora la figura del maschio come capo naturale  della famiglia. E’ una concezione che va superata. La troviamo nelle scritture sacre, così come troviamo tante altre cose superate con il cambiare dei tempi, come ad esempio il dovere religioso di sterminare gli infedeli o di lapidare le adultere.  Bisogna familiarizzarsi con i fondamenti culturali e religiosi dell’uguaglianza in dignità sociale e religiosa tra uomo e donna e farne assiduo tirocinio sociale. 
  A volte i giovani, e in particolare gli adolescenti, assumono atteggiamenti provocatori. Tutti noi li abbiamo praticati da giovani e subiti da genitori. E’ necessario indurre nel gruppo giovani  il tirocinio democratico per affrontare pacificamente ogni dissenso, facendo emergere sempre il molto che unisce e che può tenere insieme nonostante ciò che divide. Mai, dico mai!, l’animatore, il prete e chiunque abbia nel gruppo responsabilità di qualsiasi genere dovranno uscirsene con un “Se non ti sta bene, quella è la porta!”. Noi dobbiamo proporci di non rinunciare a nessuno, neanche ai dissenzienti. Questa è la democrazia che è praticata nella società in cui noi dobbiamo influire, in cui i giovani del gruppo dovranno essere formati ad influire. Il tirocinio democratico servirà anche come iniziazione nel campo di attività del Consiglio pastorale, per la scelta dei suoi membri elettivi e per la formulazione del suo programma. Anche nei consigli pastorali, come in ogni altro tipo di assemblea che non sia meramente passiva e soggetta a un qualche gerarca, si sviluppano tensioni che devono essere superate pacificamente nella dialettica democratica.
  Come ho scritto prima, i primi animatori di un gruppo giovani dovranno indurre l’emergere di capi tra gli stessi giovani, scelti con procedure democratiche. E’ così che si fa tirocinio di democrazia, che è la via che la diffusione della fede deve seguire nell’Occidente contemporaneo. Naturalmente le responsabilità di questi capi-giovani saranno diverse a seconda delle età, ma dovranno comunque essere significative. Non dobbiamo pensare  a un quattordicenne come a un bambino incapace di responsabilità. Non  è questa la sua condizione in società: egli infatti risponde penalmente. In questo il metodo scout è molto efficace nel far emergere gerarchie dagli stessi gruppi. Il metodo democratico è  essenziale, perché comprende una fase di discussione e una di deliberazione collettiva, ma anche una di periodica verifica. Esso aumenta la partecipazione collettiva. Appena possibile gli iniziali animatori si devono fare un po’ da parte, accreditando nuovi responsabili o comunque affiancandoseli. Il gruppo non dovrà  mai  essere posto sotto l’autorità cooptata, esclusiva  e indiscutibile di un catechista  che pretenda anche di essere una sorta di direttore spirituale  di complemento.  Se si farà catechesi, essa sarà solo una delle varie attività nel gruppo, e dovrà essere svolta senza pretese di direzione spirituale, la quale va riservata esclusivamente  al sacerdote, però solo qualora da un giovane emerga un’esigenza in questo senso. 
  Noi adulti non dobbiamo presumere di avere la giusta ricetta di vita per i nostri giovani. Saranno loro stessi ad aprirsi le loro vie. E’ così anche in un gruppo giovani parrocchiale. Noi adulti lo possiamo progettare in vari modi, ma dobbiamo essere aperti a che diventi poi qualcosa di diverso, secondo l’esperienza di vita dei nostri giovani.
 Ci dovrà, infine, essere una circolarità tra l’esperienza del gruppo giovani  e quella degli altri gruppi della parrocchia. Insomma, tra gli obiettivi concreti del gruppo giovani ve ne devono essere alcuni condivisi con gli altri gruppi della parrocchia. Deve essere possibile uno scambio di esperienze, un reciproco conoscersi, tanto più che una persona nella sua vita passerà gradualmente dalla catechesi per l’infanzia a quella per la Cresima e ad un gruppo giovani, poi alla formazione permanente per gli adulti, alcuni per la formazione sacerdotale e per i religiosi, altri alla catechesi matrimoniale, poi a quella per i malati e gli anziani, quindi da un gruppo all’altro: in tutti bisogna che ci sia qualcosa di comune che li renda subito familiari quando vi si verrà associati.  Di questo, in particolare, dovrebbe occuparsi il Consiglio pastorale, che, per come la vedo io, va interamente rinnovato al termine di un percorso sinodale che avvicini di nuovo la gente del quartiere alla parrocchia.
  L’attuale  Consiglio pastorale , nel quale per ciò che ne so non esiste la componente elettiva e che è in carica da molto tempo, deve considerarsi nella sua componente maggioritaria corresponsabile della grave situazione in cui è venuta a trovarsi la parrocchia (nuovo parroco escluso naturalmente, ma anche escluso il presidente del nostro gruppo di AC, al quale  è stato sempre riservato un po' il ruolo di inascoltato grillo parlante). Occorre, in particolare, che gli venga dato un regolamento che definisca con  precisione chi ne fa parte e la proporzione tra membri elettivi e membri cooptati dal parroco. Per ciò che mi è stato riferito, l’ultimo Consiglio pastorale si è svolto in una gran confusione: non si sa veramente chi ne faccia parte e a che titolo. In una delle ultime riunioni ci è stato raccontato che uno dei presenti ha preso la parola iniziando con il dire che nemmeno lui sapeva se e a che titolo facesse parte del consiglio. Certo, il regolamento può prevedere la partecipazione popolare, ma al momento del voto bisogna che si sappia chi ha titolo di deliberare.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli