sabato 31 ottobre 2015

Il problema della laicità

Il problema della laicità

[ da: Marco Marzano - Nadia Urbinati, Missione impossibile - La riconquista cattolica della sfera pubblica, Il Mulino, 2013, dalle a pagine da 37 a 40]

 [Per] Roy [Oliver Roy, La santa ignoranza. Religioni senza cultura, Feltrinelli, 2009] […] la secolarizzazione non ha annientato la religione ma ne ha causato piuttosto la scissione dai contesti culturale, politico e territoriale, divenuti appunto secolari, trasformandola in “religione pura”. Abbiamo insomma a che fare, nella nostra epoca, con una mutazione del religioso più che con un suo ritorno.
[…]
[Si è prodotta] una profonda mutazione del nostro contesto culturale del cristianesimo, che da alfabeto culturale di sfondo, da basso continuo sociale ed elemento civile connaturato all’italianità diventa affare per convertiti, oggetto di apostolato e di proselitismo. Come se si trattasse di una religione nuova che cerca di farsi conoscere e di fare nuovi proseliti, come se non fosse la religione dei padri, come se non fossimo nel paese del papa e dei campanili. E davvero quello delle sette cattoliche è una sorta di “ritorno alle origini”, la riscoperta di un linguaggio religioso genuino, liberato da tutte le “incrostazioni” culturali  e teologiche della chiesa costantiniana, quella compromessa col potere, legata a doppio filo alla cultura e alla politica.
[…]
In definitiva, nella società profana che li circonda, molti giovani sacerdoti, così come gli aderenti alle sette cattoliche non riconoscono più niente di positivo. E anche la mera erudizione è sospetta e bandita; il sapere deve cedere spazio all’esperienza non solo perché “fa perdere tempo”, ma perché riflette le vanità del secolo, le sirene di un mondo che viene visto come in via di progressiva ripaganizzazione.
 E questa la forma emergente di religiosità “movimentista”: antiteologica, antintellettualistica, ad alto contenuto emotivo, basata non sul conformismo ma su un’adesione sincera. Da questo punto di vista, il settarismo religioso è un ritorno al passato, un tuffo indietro verso le origini del cristianesimo, verso il tempo che precedette il confronto con l’ellenismo. Un neocatecumenale che diffonda nel suo quartiere i volantini con l’invito alle “catechesi per adulti” può legittimamente immaginare di essere in una situazione simile a quella di un cristiano delle origini. Anche se tra i due permane la differenza, non irrilevante, che i protocristiani avevano un mondo da conquistare e il futuro davanti a sé, mentre il neocatecumenato settario contemporaneo è stato generato da una sconfitta, dalla chiusura di un ciclo storico, dall’esaurimento di una gloriosa stagione religiosa.
 E’ chiaro che, per queste organizzazioni, impegnarsi in politica significherebbe mettere a rischio la dimensione spirituale e più in generale identitaria già così fragile e bisognosa di alimento.
 In altri termini, il religioso si fa più visibile perché declinante e sempre più distonico [nel senso figurato di incapace di condividere certi ideali di trasformazione sociale;  incapace di muoversi con la società del proprio tempo] rispetto alla società che lo circonda. Per questo è opportuno parlare non di un ritorno del religioso, ma di una sua drastica mutazione.
[…]
  Oggi il religioso, prosegue Roy, circola al di fuori del sistema di dominio politico, riguarda le coscienze dei singoli, è slegato dalla cultura e dal territorio. Nessuna inculturazione dunque, il movimento è esattamente quello contrario, verso la deculturazione e la deterritorializzazione. Gli adepti di Kiko Arguello, il capo dei Neocatecumenali, parlano di “storia” solo in riferimento alla biografia di ciascuno di loro; l’unica storia legittima è divenuta quella personale.
 La cultura esterna è percepita da questi gruppi non solo come profana, ma come addirittura pagana, come nemica e non semplicemente come estranea a Dio e alla fede. La tentazione è quella del “religioso puro”, che esclude ogni dialogo con i non credenti.
[…]
 Agli occhi dei membri delle sette, tutti coloro che non hanno una fede autentica e che non si sono convertiti appaiono come pagani; a loro volta, i militanti religiosi appaiono agli esterni come dei fanatici. I religiosi si percepiscono come una minoranza assediata da una moltitudine che ha scelto di adorare i falsi dei del sesso, del denaro, dell’uomo stesso idolatrato.
[…]
 … prevalgono i valori conservatori; i movimenti fanno “lobbying” politico sulle questioni che sono loro a cuore, ma esprimono una profonda indifferenza di fondo per la politica, le ideologie, la sfera pubblica; le donne sono militanti, ma in ruoli marginali; la tecnologia affascina, ma prevale il ripiegamento comunitario.

  Nell’analisi di Marzano e Urbinati possiamo vedere individuati alcuni dei problemi maggiori della nostra parrocchia, dove l’ideologia religiosa neocatecumenale ha prevalso negli ultimi trent’anni.
 Non nascondo le profonde, per certi versi radicali, divergenze che distinguono la mia esperienza di laico di fede da quell’ideologia. Se non ci fosse la condivisione della liturgia e delle scritture sacre, si potrebbe parlare addirittura di due religioni diverse. Ma anche in questi campi ci sono problemi. E questo anche se, trattando a faccia a faccia con le persone, molte asperità si appianano e  si può continuare a cercare di volersi bene, a provare a farlo.
   Ma il problema dei problemi, la linea di frontiera calda, è quello della laicità, visto nei suoi due aspetti: quello della partecipazione civile ad una società democratica avanzata che comanda di non discriminare su base religiosa  e quello del modo di vivere la fede come esperienza di libertà da gerarchie naturali, sulla base di una diseguaglianza di base tra gli esseri umani, ad esempio tra uomo e donna, tra genitori e figli, tra preti e il resto del popolo. Il principio di non discriminazione sociale è fondato sull’idea di uguaglianza, per cui quei due lati della questione hanno in fondo la stessa base.
  Come risulta dalla ricerca demoscopica di cui narra  il sociologo nel libro Religione all’italiana  - L’anima del paese messa a nudo, Il Mulino, 2011, una maggioranza di italiani ha recepito l’idea, diffusa dai nostri vescovi, che l’impegno religioso debba avere un riconoscimento sociale da parte dei pubblici poteri: quindi non estraneità  tra fede e amministrazione pubblica, ma valorizzazione  della prima da parte della seconda.  Il corollario che i nostri vescovi ne traggono  è che essi, come gerarchia religiosa, abbiano diritto non solo di prendere posizioni pubbliche sui temi sociali e politici, ma anche di essere ascoltati. E ciò perché, appunto, lo chiede una maggioranza degli italiani, che orientano la propria etica secondo quella religiosa, sia pure con diverse varianti nei casi della vita personali. Ciò pone propriamente un problema di laicità, in tutti i suoi aspetti. Fondamentalmente perché una gerarchia religiosa di tipo feudale, programmaticamente estranea al contesto democratico, pretende di essere seguita dalle autorità pubbliche, che hanno assegnato in Costituzione il compito fondamentale di combattere ogni discriminazione su base religiosa. Inoltre gli interventi della gerarchia non ammettono di essere discussi. Però hanno la pretesa che essi orientino le decisioni dei pubblici poteri che riguardano la collettività generale. In questo contesto la gente di fede viene presentata, nell'ideologia del magistero, come maggioritaria nella nazione. In altri contesti i vescovi invece si lamentano che si sia ridotta ad una esigua minoranza, tra il 20 e il 30 % della popolazione. Siamo maggioranza o minoranza? Ma anche se fosse vero che siamo maggioranza, e a leggere le indagini demoscopiche lo siamo tenendo conto non dei praticanti ma di chi riferisce la propria etica personale e familiare a quella religiosa, sia pure prendendosi molte libertà nei casi particolari, l’amministrazione pubblica ugualmente non potrebbe legittimamente adottare acriticamente il punto di vista della nostra gerarchia religiosa. Il nostro sistema costituzionale lo vieta e le regole costituzionali contro la discriminazione religiosa sono appunto dirette a tutelare le minoranze religiose e i non credenti. E’ stato infatti osservato che le maggioranze si tutelano da sé, con la propria forza sociale: sono le minoranze che hanno bisogno del diritto, della legge dello stato, per non essere ingiustamente oppresse.
 E qui appunto sta l’impegno che un laico di fede dovrebbe sentire come proprio ed essenziale, e questo secondo i principi proclamati dai saggi dell’ultimo Concilio: la modifica della società secondo gli ideali di fede non va fatta mediante proclami di un qualche gerarca religioso che pretenda di essere obbedito senza possibilità di discussione, ma nel confronto democratico e libero con tutti i cittadini che partecipano al governo delle istituzioni pubbliche, facendo emergere nel dialogo culturale in società le ragioni per cui certi orientamenti vanno a vantaggio di tutti, credenti e non credenti, perché rendono possibile una convivenza migliore del più gran numero di persone, più felicità. Questo richiede un lavoro di apprendimento e di tirocinio. Ma, in genere, nelle concezioni fondamentaliste, tutto ciò è considerato di scarso interesse. Esse vivono in un contesto gerarchico,  pensato al modo della famiglia naturale, con una diseguaglianza essenziale tra coloro che si arrogano i ruolo di genitori  e tutti gli altri. C’è chi comanda e chi deve obbedire. Punto. Che bisogno c’è di altro? E’ questo il grave rischio di tutte le concezioni religiose a base familistica: quello di legittimare una schiera piuttosto estesa  di padri  con molte pretese e  che non accettano di essere posti in discussione, che non ammettono il dibattito democratico sul loro potere e su quello che comandano.
 E infatti la fede che si è insegnata in parrocchia negli ultimi trent’anni, in particolare dagli anni ’90, in un processo che mi è apparso di neocatecumenalizzazione spinta, è stata centrata sull’universo della famiglia, ma non riferendosi a  quelle realizzate nel quartiere, che sono di tanti tipi,  ma su un modello di famiglia  uniforme, normativo  e  fortemente gerarchizzato, come ho scritto in un  precedente post  di qualche giorno fa, al cui interno la fede fosse tramandata per così dire d’autorità dai genitori, in particolare dal padre, egemone su tutti gli altri membri, e in particolare sulle donne, in un contesto  neo-parentale allargato dominato da molti altri padri di rango superiore, a diversi livelli. Il dibattito culturale e sociale è stato visto come cosa vana ed estranea alla religione, un po’ come lo erano i biliardini che c’erano una volta nell’oratorio parrocchiale, ai tempi in cui io fui bambino qui da noi. Oltre duecento anni di travagliata storia del nostro laicato accantonati superficialmente; la pratica democratica, che denota tuttora l’Azione Cattolica, considerata come una forma imperfetta di vita di fede, a favore di una centrata sull’obbedienza  acritica a quei padri  di cui dicevo, preti, capi carismatici di movimento, catechisti autoproclamatisi direttori spirituali di complemento e via dicendo. Ecco che cosa si è fatto, per come mi pare di capire. Ecco che poi abbiamo un laicato che si presenta spesso come poco alfabetizzato al grande pensiero sociale storicamente espresso in Italia dalla nostra gente di fede, in parte sintetizzato sistematicamente in quell'esteso corpo di insegnamenti dei papi e degli altri vescovi che va sotto il nome di dottrina sociale. Quel pensiero sociale che ha dato un contributo essenziale a realizzare la nostra nuova Europa democratica, dopo la disonorevole compromissione della nostra gerarchia e di gran parte della nostra gente di fede con i regimi fascisti storici. Da ciò poi deriva l’incapacità di farsi capire dalla gente del quartiere e quindi, alla fine, l’estraneità ad essa. Direi, per certi versi, l’orgogliosa  estraneità ad essa. Ma di che dobbiamo essere orgogliosi? Dovremmo, anzi, essere mortificati perché, facendoci estranei alla gente del quartiere, abbiamo violato il comandamento principale dei saggi dell’ultimo Concilio, vale a dire quello della condivisione delle gioie e delle angosce, dei successi e dei problemi delle genti del nostro tempo e della partecipazione solidale e democratica  al miglioramento della società.
 Da qui, dallo sviluppo di una laicità democratica, dal familiarizzarsi nuovamente con l’ideologia e la pratica del nostro pensiero sociale di fede,  si deve ripartire.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli