Religione,
violenza e democrazia
“Soprattutto
la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché vedendo morire
sette figli in un giorno solo, sopportava tutto serenamente per le speranze
poste nel Signore […] diceva loro: “[…] Senza dubbio il Creatore dell’universo,
che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti,
per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi
ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi” […] chinatasi su di lui
[il figlio che stavano torturando] disse nella lingua dei padri: […] mostrandoti degno dei tuoi fratelli accetta
la morte, perché io ti posso riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno
della misericordia” [dal secondo libro dei Maccabei 7,1.20-31]
“In
quel tempo, Gesù disse una parabola: [segue la parabola dei talenti] … e questi miei nemici, che non volevano che
io diventassi re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” [dal Vangelo
secondo Luca 19,11-28]
I brani biblici che ho trascritto sopra sono
stati proclamati nella Messa feriale dell’altro ieri, quella che da noi a San
Clemente papa è stata celebrata, la sera, da don Franco. Il sacerdote ne ha
colto e spiegato il senso religioso sorvolando sulla molta violenza che esprimevano.
Confrontarsi, per superarle, con le
concezioni violente espresse nelle nostre Scritture sacre richiede una
conquista culturale non facile.
Negli scritti neotestamentari c’è molta meno
violenza, ma c’è. Negli scritti che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo
invece dilaga. Ad esempio nei libri dei Maccabei, che non fanno nemmeno parte
delle scritture ritenute sacre dall’ebraismo.
Oggi ci scandalizziamo per la guerra che ci
viene portata in nome della fede religiosa, ma, parafrasando un noto detto del
filosofo Aldo Capitini, osservo che “ieri
eravamo violenti”. Fare guerra in
nome di Dio è una bestemmia? Da quando la pensiamo così? Non da molto.
In Europa abbiamo avuto, anche di recente,
terroristi religiosi della nostra fede, in Irlanda. E si è molto ammazzato,
sempre in Europa, in nome della fede, in particolare tra il Cinquecento e il
Seicento. Nessuno in religione ci vedeva, in fondo, nulla di male. Da quando è
iniziata la conversione? Direi a partire dalla Prima guerra mondiale e non è
stato un processo incontrastato.
Il regime fascista italiano professava un’ideologia
religiosa di violenza analoga, se non addirittura superiore, a quella dei
terroristi siriani. Si addestrava l’infanzia ad ammazzare e gli attivisti
esibivano in bella mostra, negli incontri pubblici, baionette e altri
coltellacci. Il futurismo italiano, movimento culturale e politico antesignano
del fascismo, celebrava la guerra come igiene
del mondo.
In epoca fascista si usarono su larga scala
gas letali nella nostra conquista dell’Etiopia e nel consolidamento di quella della
Libia e nessuno da noi ci vide nulla di male, anzi quelle spietate guerre di
aggressione furono viste come un’opera di civiltà, anche da moltissima gente
della nostra fede. Lo stesso Luigi Sturzo, prete e maestro di democrazia
orientata dalla fede, approvò l’aggressione alla Libia promossa dal Regno d’Italia.
E’ l’acquisizione culturale dell’ideologia e
del metodo democratici che ci ha consentito di distaccarci dagli esempi
stragisti del passato. Le collettività di fede cessano di esprimere il
potenziale letale delle religioni non quando diventano moderate, ma quando diventano democratiche.
Perché la democrazia, come oggi la concepiamo, non è solo un metodo di prendere
decisioni collettive, per cui la maggioranza prevale, ma è anche un insieme di
principi, di valori diremmo in gergo
religioso, sottratti al principio di maggioranza e che si possono riassumere in
quello supremo del rispetto della personalità e della vita degli altri, compresa, ad esempio, la sessualità espressa da loro. Il
metodo democratico ci insegna a convivere con le diversità senza cercare di
sopprimerle. Il dibattito corrente in religione sulla questione femminile e sull'odiata teoria gender dimostra quanto sia difficile farlo in un'ottica di fede. Certe volte sembra che in religione ci si debba rassegnare all'emarginazione femminile e delle persone omosessuali. Nonostante tutti i nostri grandi propositi amorevoli non ci riesce proprio di immaginare di poter vivere la fede nell'eguaglianza in dignità delle persone senza alcuna discriminazione su base sessuale. Poi, però, ci scandalizziamo di certi estremismi di altre fedi in materia, senza però fare i conti con il male che anche noi, oggi, esprimiamo. Addirittura mettendo all'indice gli insegnanti della scuola pubblica che vogliono attuare nelle comunità scolastiche la legge egualitaria che è norma suprema costituzionale in Italia.
Difficile democrazia quella che si vive in
religione! Storicamente allora si pensò, non senza ragioni, di eradicare le
religioni dal cuore degli esseri umani. Troppo mortifere si erano dimostrate.
Ma non è la via giusta. Perché? Perché la religioni, in particolare la nostra,
sono state sicuramente violente, ma non
sono state solo questo. Gli umani hanno bisogno della luce della fede. In
democrazia, eliminando la molta violenza che c’è nelle religioni, praticamente
in tutte quelle che abbiamo ricevuto dal passato, si cerca di fare spazio a quella luce. Del
resto, proprio la nostra fede è, a ben vedere, all’origine delle costruzioni
ideologiche delle democrazie contemporanee. I rivoluzionari democratici nordamericani
di fine Settecento videro il fondamento dell’uguaglianza in dignità, il cardine
dell’ideologia democratica contemporanea, nella comune paternità divina e lo
scrissero esplicitamente nel documento fondativo della loro nuova democrazia.
Conciliare fede e democrazia è ancora
problematico nella nostra confessione di fede. Molti, anche tra i nostri capi
religiosi, pensano che siano estranee l’una all’altra. Di fatto nelle nostre
collettività religiose vi sono pochi spazi per fare pratica di democrazia. Uno di
essi è l’AC che questo lavoro si propone statutariamente: infatti definisce sé
stessa come palestra di democrazia.
La democrazia, in particolare, è il campo dei
laici di fede, nell’esercizio del governo delle nazioni Occidentali, tutte
rette da costituzioni democratiche.
La formazione del laico di fede dovrebbe
comprendere, anche in religione, anche nelle parrocchie, l’iniziazione all’ideologia
e al metodo democratici. In genere vedo invece prevalere stili non democratici,
del resto prendendo esempio dalla nostra gerarchia, retta ancora,
anacronisticamente, da un sistema feudale organizzato nell’Undicesimo secolo
(!).
La pratica assembleare secondo principi
democratici fu una delle grandi scoperte che fecero e praticarono i saggi del
Concilio. Proprio perché quell’assemblea fu celebrata in un contesto culturale
democratico coinvolse moltissimo le nostre collettività religiose, anche al di
fuori della cerchia di chi vi partecipava personalmente. Nella fase
preparatoria, ci ha raccontato lo storico Alberigo nella sua storia dell’ultimo
Concilio, non era stato così. Si era stati così a lungo abituati a ricevere
direttive da Roma, che non si capiva che cosa si volesse in quel sondaggio
preliminare di tutti i capi del clero del mondo. La primavera del Concilio, il disgelo in tutti sensi avvennero in corso d’opera. In
Italia ne fu protagonista anche la nostra Azione Cattolica. Questo lavoro si
arrestò progressivamente nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso. Tanto
che, quando il Wojtyla si propose di riprenderlo nella fase preparatoria del
Grande Giubileo dell’Anno 2000, ci fu chi dubitò che fosse compatibile con la
nostra fede. Si ritenne necessario un
pronunciamento della Commissione Teologica Internazionale per dare il via libera, in particolare al
riconoscimento esplicito delle violenze del passato e all’impegno di prenderne
le distanze, in quel lavoro che Wojtyla
chiamò di purificazione della memoria.
Ma le nostre collettività erano state ormai segnate profondamente dalla lunga
era glaciale in cui si erano voluti silenziare certi sviluppi dell’ultimo
Concilio, ritenuti pericolosi per l’unità di fede. Oggi la purificazione della memoria non fa parte dell’iniziazione religiosa dei
laici di fede, preferendosi anzi la celebrazione
della memoria, che poi sarebbe la solita propaganda giustificatoria con la
quale ogni regime stragista cerca di coprire i propri orrori. In genere si ritiene
addirittura doveroso non calcare troppo la mano su certa nostra tremenda
storia. Ma è la verità che fa liberi, è scritto: l’accesso realistico alla
verità storica, in un libero e franco dibattito, è un altro dei cardini della
democrazia contemporanea. In Siria, ma ora anche da noi, può costare ancora la
vita. Ma fu lo stesso anche tra noi fino ad un nostro recente passato.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli