venerdì 20 novembre 2015

Religione, violenza e democrazia

Religione, violenza e democrazia

“Soprattutto la madre era ammirevole e degna di gloriosa memoria, perché vedendo morire sette figli in un giorno solo, sopportava tutto serenamente per le speranze poste nel Signore […] diceva loro: “[…] Senza dubbio il Creatore dell’universo, che ha plasmato all’origine l’uomo e ha provveduto alla generazione di tutti, per la sua misericordia vi restituirà di nuovo il respiro e la vita, poiché voi ora per le sue leggi non vi preoccupate di voi stessi” […] chinatasi su di lui [il figlio che stavano torturando] disse nella lingua dei padri: […]  mostrandoti degno dei tuoi fratelli accetta la morte, perché io ti posso riavere insieme con i tuoi fratelli nel giorno della misericordia” [dal secondo libro dei Maccabei 7,1.20-31]

“In quel tempo, Gesù disse una parabola: [segue la parabola dei talenti] … e questi miei nemici, che non volevano che io diventassi re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me” [dal Vangelo secondo Luca 19,11-28]


 I brani biblici che ho trascritto sopra sono stati proclamati nella Messa feriale dell’altro ieri, quella che da noi a San Clemente papa è stata celebrata, la sera, da don Franco. Il sacerdote ne ha colto e spiegato il senso religioso sorvolando sulla molta violenza che esprimevano.
  Confrontarsi, per superarle, con le concezioni violente espresse nelle nostre Scritture sacre richiede una conquista culturale non facile.
 Negli scritti neotestamentari c’è molta meno violenza, ma c’è. Negli scritti che abbiamo ricevuto dall’antico ebraismo invece dilaga. Ad esempio nei libri dei Maccabei, che non fanno nemmeno parte delle scritture ritenute sacre dall’ebraismo.
 Oggi ci scandalizziamo per la guerra che ci viene portata in nome della fede religiosa, ma, parafrasando un noto detto del filosofo Aldo Capitini, osservo che “ieri eravamo violenti”. Fare guerra in  nome di Dio è una bestemmia? Da quando la pensiamo così? Non da molto.
  In Europa abbiamo avuto, anche di recente, terroristi religiosi della nostra fede, in Irlanda. E si è molto ammazzato, sempre in Europa, in nome della fede, in particolare tra il Cinquecento e il Seicento. Nessuno in religione ci vedeva, in fondo, nulla di male. Da quando è iniziata la conversione? Direi a partire dalla Prima guerra mondiale e non è stato un processo incontrastato.
  Il regime fascista italiano professava un’ideologia religiosa di violenza analoga, se non addirittura superiore, a quella dei terroristi siriani. Si addestrava l’infanzia ad ammazzare e gli attivisti esibivano in bella mostra, negli incontri pubblici, baionette e altri coltellacci. Il futurismo italiano, movimento culturale e politico antesignano del fascismo, celebrava la guerra come igiene del mondo.
   In epoca fascista si usarono su larga scala gas letali nella nostra conquista dell’Etiopia e nel consolidamento di quella della Libia e nessuno da noi ci vide nulla di male, anzi quelle spietate guerre di aggressione furono viste come un’opera di civiltà, anche da moltissima gente della nostra fede. Lo stesso Luigi Sturzo, prete e maestro di democrazia orientata dalla fede, approvò l’aggressione alla Libia promossa dal Regno d’Italia.
  E’ l’acquisizione culturale dell’ideologia e del metodo democratici che ci ha consentito di distaccarci dagli esempi stragisti del passato. Le collettività di fede cessano di esprimere il potenziale letale delle religioni non quando diventano moderate, ma quando diventano democratiche. Perché la democrazia, come oggi la concepiamo, non è solo un metodo di prendere decisioni collettive, per cui la maggioranza prevale, ma è anche un insieme di principi, di valori diremmo in gergo religioso, sottratti al principio di maggioranza e che si possono riassumere in quello supremo del rispetto della personalità e della vita degli altri, compresa, ad esempio, la sessualità espressa da loro. Il metodo democratico ci insegna a convivere con le diversità senza cercare di sopprimerle. Il dibattito corrente in religione sulla questione femminile e sull'odiata teoria gender dimostra quanto sia difficile farlo in un'ottica di fede. Certe volte sembra che in religione ci si debba rassegnare all'emarginazione femminile e delle persone omosessuali. Nonostante tutti i nostri grandi propositi amorevoli non ci riesce proprio di immaginare di poter vivere la fede nell'eguaglianza in dignità delle persone senza alcuna discriminazione su base sessuale. Poi, però, ci scandalizziamo di certi estremismi di altre fedi in materia, senza però fare i conti con il male che anche noi, oggi, esprimiamo. Addirittura mettendo all'indice gli insegnanti della scuola pubblica che vogliono attuare nelle comunità scolastiche la legge egualitaria che è norma suprema costituzionale in Italia. 
  Difficile democrazia quella che si vive in religione! Storicamente allora si pensò, non senza ragioni, di eradicare le religioni dal cuore degli esseri umani. Troppo mortifere si erano dimostrate. Ma non è la via giusta. Perché? Perché la religioni, in particolare la nostra, sono state sicuramente violente, ma non sono state solo questo. Gli umani hanno bisogno della luce della fede. In democrazia, eliminando la molta violenza che c’è nelle religioni, praticamente in tutte quelle che abbiamo ricevuto dal passato, si  cerca di fare spazio a quella luce. Del resto, proprio la nostra fede è, a ben vedere, all’origine delle costruzioni ideologiche delle democrazie contemporanee. I rivoluzionari democratici nordamericani di fine Settecento videro il fondamento dell’uguaglianza in dignità, il cardine dell’ideologia democratica contemporanea, nella comune paternità divina e lo scrissero esplicitamente nel documento fondativo della loro nuova democrazia.
  Conciliare fede e democrazia è ancora problematico nella nostra confessione di fede. Molti, anche tra i nostri capi religiosi, pensano che siano estranee l’una all’altra. Di fatto nelle nostre collettività religiose vi sono pochi spazi per fare pratica di democrazia. Uno di essi è l’AC che questo lavoro si propone statutariamente: infatti definisce sé stessa come palestra di democrazia.
  La democrazia, in particolare, è il campo dei laici di fede, nell’esercizio del governo delle nazioni Occidentali, tutte rette da costituzioni democratiche.
  La formazione del laico di fede dovrebbe comprendere, anche in religione, anche nelle parrocchie, l’iniziazione all’ideologia e al metodo democratici. In genere vedo invece prevalere stili non democratici, del resto prendendo esempio dalla nostra gerarchia, retta ancora, anacronisticamente, da un sistema feudale organizzato nell’Undicesimo secolo (!).
  La pratica assembleare secondo principi democratici fu una delle grandi scoperte che fecero e praticarono i saggi del Concilio. Proprio perché quell’assemblea fu celebrata in un contesto culturale democratico coinvolse moltissimo le nostre collettività religiose, anche al di fuori della cerchia di chi vi partecipava personalmente. Nella fase preparatoria, ci ha raccontato lo storico Alberigo nella sua storia dell’ultimo Concilio, non era stato così. Si era stati così a lungo abituati a ricevere direttive da Roma, che non si capiva che cosa si volesse in quel sondaggio preliminare di tutti i capi del clero del mondo. La primavera del Concilio, il disgelo  in tutti sensi avvennero in corso d’opera. In Italia ne fu protagonista anche la nostra Azione Cattolica. Questo lavoro si arrestò progressivamente nel corso degli anni Ottanta del secolo scorso. Tanto che, quando il Wojtyla si propose di riprenderlo nella fase preparatoria del Grande Giubileo dell’Anno 2000, ci fu chi dubitò che fosse compatibile con la nostra fede.  Si ritenne necessario un pronunciamento della Commissione Teologica Internazionale per dare il via libera, in particolare al riconoscimento esplicito delle violenze del passato e all’impegno di prenderne le distanze,  in quel lavoro che Wojtyla chiamò di purificazione della memoria. Ma le nostre collettività erano state ormai segnate profondamente dalla lunga era glaciale in cui si erano voluti silenziare certi sviluppi dell’ultimo Concilio, ritenuti pericolosi per l’unità di fede. Oggi la purificazione della memoria  non fa parte dell’iniziazione religiosa dei laici di fede, preferendosi anzi la celebrazione della memoria, che poi sarebbe la solita propaganda giustificatoria con la quale ogni regime stragista cerca di coprire i propri orrori. In genere si ritiene addirittura doveroso non calcare troppo la mano su certa nostra tremenda storia. Ma è la verità che fa liberi, è scritto: l’accesso realistico alla verità storica, in un libero e franco dibattito, è un altro dei cardini della democrazia contemporanea. In Siria, ma ora anche da noi, può costare ancora la vita. Ma fu lo stesso anche tra noi fino ad un nostro recente passato.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli