La
via della democrazia contro le guerre di religione
A che
è valso riempirci tanto la bocca con l’ideale del comandamento nuovo se poi, al dunque, messi alla prova, ripieghiamo
subito sull’antichissima legge del taglione, dell’occhio per occhio? Che, comunque, ci
spiegano, fu una conquista culturale, perché fondata sull’idea di
proporzionalità nella reazione vendicativa, vietando lo sterminio totale.
Ma è questa la giustizia a cui aneliamo
nella nostra fede?
E’ impressionante, di questi tempi, mentre l’Europa
è sotto attacco, il silenzio dei nostri capi religiosi su quel tema. La parola
è alle armi, forse pensano. Non c’è altra via. Lasciamoli fare. Maledetti
quelli che fanno la guerra per religione, gridano, ma non arrivano semplicemente
a dire maledetta la guerra. Questa
conquista culturale non la si è ancora veramente fatta nella nostra fede, tanto
è vero che si insegnano ancora, seguendo antichi maestri, i principi per cui una
guerra può essere considerata giusta. Il Medioevo ci domina: ci si rovescia addosso
dal Vicino Oriente ed erompe anche tra noi, come un fenomeno vulcanico
precariamente compresso ma sempre vivo nelle viscere della nostra terra, della
nostra umanità.
Al dunque, si potrebbe ritenere che la
religione serve a poco per contrastare la guerra, il problema dei problemi dell’umanità.
L’insufficienza sta nei pastori, ma anche nel popolo. Quando però si vive in
regimi democratici, come in Italia, è quest’ultimo che ha la più grave
responsabilità, perché può produrre concretamente una politica contro la
guerra. Ma prima deve sviluppare una corrispondente cultura collettiva. Per farlo
deve potere discutere. E’ così che la violenza bestiale che ci prende quando
siamo terrorizzati si stempera e si scopre la forza di reagire con spirito di
umanità. Da belve ad esseri umani: questo ha significato la nostra
civilizzazione.
La democrazia
contemporanea è la via della più vasta civilizzazione degli esseri umani che la
storia abbia mai conosciuto. E’ quella che va percorsa di questi tempi. Parte
dalla realistica memoria del passato. E’ un discorso che ho fatto ieri parlando
ad altri amici e che di seguito riporto.
Sono credente cristiano. Sono
consapevole di appartenere ad una delle religioni con il passato più mortifero.
Le nostre scritture sacre sono piene di violenza, anche stragista, tanto che
certe parti non le osiamo più recitare nelle liturgie comuni.
Ma stiamo cambiando. E' un fatto recente. Si era violenti solo
nell'altroieri della storia.
La svolta si è avuta con la faticosa, e ancora contrastata,
accettazione e, soprattutto, con la progressiva assimilazione e pratica dei
valori delle democrazie contemporanee.
Questo mi è molto chiaro: per
contrastare il loro potenziale mortifero non dobbiamo chiedere moderazione alle
religioni, ma obbligarle, con le buone o le cattive, con la forza della legge,
ad accettare e soprattutto a praticare la democrazia e i suoi grandi
valori umanitari.
Per quanto riguarda l'Islam, esso ha espresso una grandiosa civiltà,
che è riuscita ad assimilare e pacificare anche i violentissimi mongoli:
il risultato fu l'impero Ottomano, originato appunto da una dinastia mongola.
Ricordo anche che nel Duecento le armate islamiche dei Mamelucchi,
la dinastia sovrana d'Egitto, in una grande battaglia in Palestina sconfissero
i mongoli distruttori impedendo la loro avanzata in Europa. Se non ci fossero
riusciti, la storia della cristianità sarebbe stata molto diversa, e forse
avrebbe avuto fine.
Nulla di simile ai terroristi che oggi infestano il mondo
islamico è mai apparso nella civiltà islamica, pur nella sua progressiva
decadenza dall'Ottocento in poi, prima della guerra tra URSS e USA in Afghanistan,
negli scorsi anni ’80 durante l'egemonia sovietica sull’area. L’islamismo
rivoluzionario che oggi ci si scaglia addosso si sviluppò in quel contesto e fu
appoggiato dagli Occidentali perché si prestava bene a rendere l’Afghanistan
impraticabile ad una potenza europea con ideologia di ateismo militante quale l’URSS
era. Su base religiosa coalizzava etnie che erano state storicamente in perenne
conflitto determinandole a una pervicace guerra
di guerriglia, al modo del Guevara, per attuare una rivoluzione, che all’epoca
era diretta contro il regime afgano vassallo dei sovietici. In quella guerra
gli europei sovietici occupanti furono umiliati e costretti al ritiro. Lo
schema funzionò bene, diede luogo a una sorta di mitologia, inaugurò una
tradizione rivoluzionaria che ora si ritorce contro l’Occidente.
E’ stato osservato che però i terroristi siriani sono un pericolo
mortale innanzi tutto per le popolazioni islamiche, che infatti fuggono
verso la nostra nuova Europa, verso la democrazia e la libertà. Hanno ridotto
la Siria ad un inferno in terra. E statunitensi ed europei ci hanno messo del
loro con i bombardamenti. Davvero pensiamo che abbiano colpito solo l'armata
terroristica? Quirico, scrivendo l'altro giorno sulla Stampa, ha ricordato che
laggiù un'intera generazione è diventata adulta in quel contesto letale, disperato.
L’ideologia rivoluzionaria dei
terroristi siriani ripropone la guerra di religione, si basa sull’idea che ci
sia una sola “vera” religione.
C'è chi, in questo contesto, invita al dialogo "fra" religioni, ma poi
entrano in campo i rispettivi teologi e guastano tutto con la solita storia di
quale religione sia "vera".
I saggi dell'ultimo Concilio cattolico stabilirono che in ogni
religione possono trovarsi elementi di verità e che quella cattolica non è
"la" Chiesa: in essa, come in altre chiese cristiane
"sussiste" la Chiesa. Dunque un cattolico non è più obbligato a
seguire certi esempi francamente criminali del passato. E dunque che questioni
di coscienza si vanno ancora tirando fuori tra noi per giustificare l'umiliazione
e la discriminazione religiosa? Esse vanno punite e punite duramente secondo le
leggi degli stati democratici. Chiunque le pratichi, in religione.
Le democrazie contemporanee
riconoscono la dignità degli esseri umani senza
distinzione di religione. E’ da qui che bisogna partire, con molta
determinazione. Anche contro ogni dignitario religioso che pretenda di fondare
discriminazioni sociali sulla presunta verità
della sua sola fede. La coesistenza
pacifica tra fedi religiose diverse è attuabile solo sulla base del
riconoscimento della comune dignità umana, non su quella di una certa maggiore
o minore verità di questa o quella
religione, che rende insolubile il conflitto.
Non mi importa nulla dei contorcimenti intellettuali dei teologi e
dei capi religiosi che ancora si attestano su posizioni reazionarie. Io non
discrimino, io non offendo, io onoro tutto il molto bene che c'è nelle altre
religioni e tratto gli altri come vorrei che loro trattassero me. La legge del
taglione non è la mia legge: non tratto gli altri come loro trattano me e la
mia gente, qui in Italia o altrove. Tratto gli altri come sono degni di essere
trattati in ragione della comune umanità. Questo, dell’universale uguaglianza
in dignità, è il principio cardine delle democrazie contemporanee, la loro norma
costituzionale suprema, la loro principale ragione d’essere, il più importante
loro fattore di civilizzazione. Non mi faccio imporre il mio livello di civiltà
da belve terroriste o dal nostro tremendo Medioevo. E mi propongo di vivere pacificamente con le
altre religioni, anche qui e ora in Italia, accada ciò che accada, innanzi
tutto riconoscendole come tali, non minacciandole con le mie pretese di
proselitismo e di superiorità: questo riguarda l'ebraismo in primo luogo, a
lungo perseguitato da noi cristiani, e poi anche l'Islam, ma infine tutte le
altre religioni. In democrazia questo è possibile e anche doveroso. I teologi
poi, come sempre accade, seguiranno.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro,
Valli