Verità,
teologia, dottrina, catechesi, teologhese e cattiva catechesi - Messa di
insediamento del nuovo parroco: 17-10-15, ore 18, nella chiesa parrocchiale
In religione riteniamo che la verità sul
senso della vita umana sia tra noi, benché non la si possa mai possedere: essa ci si rivela. E’ legata alla persona del nostro primo Maestro,
al quale la fede riconosce natura divina. Non ci è stata fornita
originariamente in forma teologica. La
teologia è venuta dopo, anche se ne possiamo cogliere il primo sviluppo già
negli scritti apostolici che abbiamo inserito nelle nostre scritture sacre. Benché
la verità sia venuta tra noi in un tempo
storicamente molto lontano, noi la possiamo, e anzi dobbiamo, scoprire di era
in era, di generazione in generazione, proprio perché non la possediamo. Questo è un lavoro
collettivo che richiede di essere comunicato: proprio per questo è sorta la teologia, che è
lo sforzo di comunicare la fede in modo razionale e mantenendo anche la memoria
di tutti i ragionamenti e le decisioni del passato. Esprimersi in modo
razionale significa seguire la logica del pensiero ed essere conseguenti con le
premesse: un ragionamento di questo tipo, che si confronti anche con il passato
avendone piena consapevolezza, è detto rigoroso
e ha i caratteri di scientificità, anche se non si basa su prove sperimentali o
comunque su osservazioni della realtà come accade nelle scienze naturali. Ma la
fede, personale e collettiva, viene sempre prima della teologia, che è un
complesso di ragionamenti rigorosi sulla fede di collettività religiose.
La dottrina è quella parte della teologia che
viene utilizzata per riconoscersi come credenti in una medesima fede in una
collettività di fede: nella nostra confessione religiosa emana da capi
religiosi del clero: papa, concilio, vescovi. Quindi: prima c’è la fede, poi la
teologia, poi la dottrina. Un tempo, per dire che si andava a catechismo, si
diceva vado a dottrina. In
realtà a catechismo si era obbligati a
imparare a memoria formule semplificate della dottrina, la quale, derivando
dalla teologia ed essendo essa stessa teologia, non è alla portata di tutti, è
piuttosto complessa. La fede la si imparava nel proprio ambiente sociale,
l’espressione formale della fede a
dottrina. Del resto per molto tempo la nostra fede fu considerata religione di stato e i capi politici e
religiosi italiani spingevano la gente ad essere credente, ed anzi si
aspettavano che in genere che lo fosse e lo fosse secondo la nostra
confessione, considerando un’eccezione che non lo fosse o lo fosse secondo
un’altra confessione. Mettere d’accordo fede e società veniva considerata
materia di accordi tra capi religiosi e politici. Le masse cattoliche, secondo
l’opinione seguita per molti anni dai nostri capi religiosi, dovevano servire
essenzialmente ad accreditarli presso la politica, a fare pressione sulla politica
secondo le loro direttive. Questo il senso della ristrutturazione dell’Azione Cattolica fatta ad inizio Novecento, che iniziò ad
essere superata solo all’inizio degli scorsi anni Sessanta, regnante il papa
Roncalli.
Con lo sviluppo anche in Italia di una
democrazia di popolo, con vasta partecipazione delle masse, i laici di fede,
nel loro nuovo impegno nello Stato, svilupparono un proprio caratteristico e
innovativo pensiero sociale, che è stato fondamentale nella costruzione della
nostra nuova Europa. In base ad esso si cercò di conciliare democrazia e fede.
Quest’ultima, vissuta in precedenza in un contesto di organizzazione religiosa
di tipo feudale, ebbe bisogno di una specifica mediazione per potere
inculturarsi nel nuovo contesto democratico. Accanto alla formazione politica e
sociale del cittadino della nuova democrazia, per rendere la gente capace di
partecipare al governo della nazione, fu necessario pensare a una formazione
del fedele che andasse oltre l’inculcargli a memoria la dottrina, anzi un compendio semplificato della dottrina, e ciò per
renderlo capace di rendere ragione della propria fede nel nuovo contesto di
democrazia pluralistica e anche di
essere in grado, come partecipe della sovranità popolare, di governare la nazione anche tenendo conto degli ideali di
fede. Questa nuova formazione dei fedeli
ebbe fasi precoci di sperimentazione, ma sostanzialmente iniziò ad essere
progettata dalla metà degli scorsi anni Sessanta, dopo il Concilio Vaticano 2°,
e produsse nuove metodologie di catechesi e anche nuovi catechismi, molto più
estesi e complessi di quelli, che ora ci appaiono piuttosto stringati, che io
stesso utilizzai da bambino. Essi infatti non sono più fatti di formulette dottrinali da imparare a
memoria. Infatti l’iniziazione religiosa non è fatta più solo di questo: si
cerca di insegnare a vivere secondo i
principi di fede, ma soprattutto di suscitare in ognuno, con l’esempio e la
vicinanza amicale, il desiderio e lo sforzo di costruire nella propria vita,
irripetibile e unica, diversa da quella di tutti gli altri sebbene simile, la propria via alla fede, una conquista da rinnovare di
età in età. In un certo senso, così, l’iniziazione religiosa si è complicata,
richiede una specifica formazione dei formatori.
Non sempre si riesce però a confrontarsi
serenamente con la complessità in cui oggi siamo immersi e che, nei tempi
passati, era presente solo ai gruppi di vertice della nostra fede, capi e
teologi. Si stenta a padroneggiare convenientemente la teologia che c’è nella
dottrina che professiamo. Nasce allora, nella prassi, il teologhese, che è un gergo teologico impreciso e semplificato,
assolutamente non rigoroso, da dove originano la gran parte delle controversie
spicciole che riscontriamo nelle nostre collettività di prossimità, ad esempio
nelle parrocchie. In base ad esso qualche volta ci arroghiamo il diritto di
lanciare vere e proprie scomuniche verso
gli altri. Esso, a volte, rifluisce con effetti molto negativi anche nella
catechesi, essenzialmente per semplificare discriminando, eliminando la diversità
mediante l’eliminazione dei diversi. Discriminando e discriminando, poi ci si
ritrova in pochi. Si sogna, allora, di essere il piccolo resto di fedeli, in mezzo a
un mondo di infedeli. Ma è proprio così?
Non è forse che abbiamo fatto cattiva catechesi? Avevamo il compito, complesso,
di andare oltre la memorizzazione di formulette dottrinali, di suscitare una vita di fede, ma forse
abbiamo cercato solo di costruire negli altri una vita di fede secondo il nostro
teologhese e allora gli altri l’hanno
trovata insopportabile e si sono allontanati? Non rigettando però la fede, ma
il nostro confuso teologhese e ciò che ne
conseguiva. Pensiamoci, nel ragionare su come cambiare in parrocchia.
Il popolo della gente di fede ha assunto un
ruolo sempre più importante nelle società contemporanee, sia quelle religiose
che quelle politiche. La fede non è più solo cosa del clero e dei teologi. Ecco
quindi l’importanza di curare molto meglio l’iniziazione, e in
genere la formazione permanente, di tutti i fedeli. E nel grande sinodo che è
attualmente in corso, benché vi partecipino essenzialmente solo capi religiosi
del clero e alcune altre personalità del clero, la voce del popolo è ben
presente: è essenzialmente con essa che i padri
sinodali sentono di doversi
confrontare ed è essa che li sta trattenendo dal ridurre tutto a una dotta
controversia teologica come c’è ne sono state tante nel passato. E’ un sinodo
che, hanno osservato alcuni, ha un valore comparabile a quello di un concilio
ecumenico, anche se non ne ha la natura e i poteri. La caratteristica che lo
rende simile a un concilio è appunto la grande libertà di espressione del
pensiero che è stata concessa ai suoi partecipanti, a differenza di altre
assemblee sinodali che, per le limitazioni che di fatto erano fatte ai loro
componenti, da alcuni vengono ritenute finte.
Essa si giustifica appunto con l’esigenza di ascoltare la voce del grande assente, del popolo di fuori, in
particolare di coloro che, da credenti, vivono i problemi coniugali e familiari
ai quali il sinodo vuole dedicarsi. Dunque, può ritenersi che la nostra
esperienza di vita di fede, di genitori e di figli, questa volta, in qualche
misura, inciderà anche sulla dottrina che verrà proclamata, come ha già inciso
sulle teologia. E ciò non sarà una novità, ma semplicemente ciò che in fondo è
sempre accaduto nell’esperienza religiosa: prima la fede, poi la teologia, poi
la dottrina. In un sistema circolare, perché, ragionando sulla fede nella
teologia, si scopre quello che nelle concrete realizzazioni della vita di fede
non va bene, non corrisponde alla verità rivelata, e allora attraverso la
dottrina si cerca di modificarlo. Così vivere collettivamente la fede consente
di imparare la vita di fede e correggere ciò che non va. Ma, a volte, in
particolare se prevale il teologhese,
le collettività religiose possono costituire un ostacolo, un disincentivo alla
fede. Ecco perché è necessario periodicamente fare una franca revisione dei
metodi che si stanno seguendo, specialmente quando la nostra gente si allontana
dagli spazi religiosi
E’ appunto quello che, di questi tempi, siamo
chiamati a fare in parrocchia.
Iniziamo solennemente sabato prossimo, 17
ottobre, alle ore 18, con la Messa che il vescovo ausiliare celebrerà in
parrocchia per presentarsi solennemente il nuovo parroco, don Remo Chiavarini.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma,Monte Sacro, Valli