Superare disequilibri e rigidità: fare della parrocchia un’esperienza
corale
Sabato scorso, nella Messa concelebrata dal
vescovo ausiliare di settore, si è avuto un esempio dei disequilibri e delle
rigidità che travagliano la parrocchia.
I canti sono stati organizzati dal gruppo che solitamente anima la Messa
del sabato sera. Hanno piazzato un cantore
con la chitarra che ha cantato solo i
canti del canzoniere di quel gruppo, che non è (ancora) quello di tutta la
parrocchia. Sostanzialmente se li è cantati e suonati da solo. I fedeli
potevano, talvolta, cantare un ritornello o battere le mani. Nei banchi c’era
il libretto dei canti in uso nella parrocchia, stampato proprio dalla
parrocchia, ma quei canti non credo che ci fossero. Comunque non è stato
comunicato all’assemblea, come si fa nelle altre Messe, a che pagina se ne
potesse trovare il testo.
Era una Messa molto importante per la parrocchia, concelebrata per l’insediamento
del nuovo parroco. Sarebbe stato auspicabile un coinvolgimento di tutte le
componenti della parrocchia, che non c’è stato e non è stato cercato. Ma la
cosa più grave è che la gente venuta a quella lunga Messa (quasi due ore di
liturgia) non ha potuto parteciparvi veramente con il canto.
I canti della Messa non ne sono la colonna sonora, sono una forma di
partecipazione popolare alla liturgia. Non si viene a sentire la Messa, come si
diceva ancora negli anni Sessanta, ma a parteciparvi. Ed una delle forme più
coinvolgenti di partecipazione è il canto, che può essere una forma di
preghiera collettiva molto potente, con effetti duraturi. Ricordo ancora quasi
tutti i canti che da ragazzo cantavo con gli scout alle Messe nella parrocchia
degli Angeli Custodi, a piazza Sempione.
Se un’assemblea prega cantando, il canto deve essere corale. Tutti
devono essere messi in condizione di partecipare, anche gli stonati come me,
che magari non cantano proprio ad alta voce, ma quasi sussurrando, ma cantano.
E se quella deve essere un’esperienza corale,
ci deve essere anche un coinvolgimento ampio nella scelta dei canti.
I canti di quel gruppo che dicevo suonano
piuttosto uniformi ad un orecchio non iniziato alla particolare spiritualità di
quella gente, e non è obbligatorio
esserlo per un fedele. E’ l’uniformità che cerchiamo? Credo che l’uniformità
non dovrebbe essere un obiettivo della vita parrocchiale, perché, anzi, credo
sia oggi all’origine di molti suoi seri problemi. Il canto è musica e ha a che
fare con la bellezza: possiamo dire che i canti di sabato fossero considerati belli almeno dalla maggioranza dell’assemblea?
E poi: chi intona i canti dall’altare non deve
sovrastare l’assemblea, non deve urlare a squarciagola. Altrimenti il canto non
è più un’esperienza corale.
Direi che, tenuto conto dell’esperienza, una
delle cose più urgenti è organizzare un bel coro parrocchiale, cercando tra la
gente del quartiere gente di musica che lo diriga e suoni. E poi non sarebbe
male trascorrere i dieci minuti prima della Messa a provare i canti con l’assemblea.
Da noi molti arrivano alla Messa dopo che la liturgia è già cominciata
da diversi minuti. I sacerdoti se ne lamentano spesso. Perché accade? E’, in
fondo, un segno di disaffezione. Si cerca di stare a Messa il minimo possibile
perché valga, come si diceva una
volta, perché non si cada in peccato mortale, per adempiere il precetto festivo. Se noi però
richiamiamo la gente non con una colonna
sonora, ma coinvolgendola nella bella musica, facendola partecipare a dei
bei canti, progressivamente le cose potrebbero cambiare.
E quello che ho detto per i canti lo dico anche, in generale, della parrocchia: più possibilità di vera partecipazione, meno rigidità e disequilibri. Se si pretende che la gente faccia solo da sfondo alle liturgie, poi si disaffeziona e non viene o viene di mala voglia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli