lunedì 19 ottobre 2015

Superare disequilibri e rigidità: fare della parrocchia un’esperienza corale

Superare disequilibri e rigidità: fare della parrocchia un’esperienza corale

 Sabato scorso, nella Messa concelebrata dal vescovo ausiliare di settore, si è avuto un esempio dei disequilibri e delle rigidità che travagliano la parrocchia.
  I canti sono stati organizzati dal gruppo che solitamente anima la Messa del sabato sera. Hanno piazzato un cantore con la chitarra che ha cantato solo i canti del canzoniere di quel gruppo, che non è (ancora) quello di tutta la parrocchia. Sostanzialmente se li è cantati e suonati da solo. I fedeli potevano, talvolta, cantare un ritornello o battere le mani. Nei banchi c’era il libretto dei canti in uso nella parrocchia, stampato proprio dalla parrocchia, ma quei canti non credo che ci fossero. Comunque non è stato comunicato all’assemblea, come si fa nelle altre Messe, a che pagina se ne potesse trovare il testo.
  Era una Messa molto importante per la parrocchia, concelebrata per l’insediamento del nuovo parroco. Sarebbe stato auspicabile un coinvolgimento di tutte le componenti della parrocchia, che non c’è stato e non è stato cercato. Ma la cosa più grave è che la gente venuta a quella lunga Messa (quasi due ore di liturgia) non ha potuto parteciparvi veramente con il canto.
  I canti della Messa non ne sono la colonna sonora, sono una forma di partecipazione popolare alla liturgia. Non si viene a sentire  la Messa, come si diceva ancora negli anni Sessanta, ma a parteciparvi. Ed una delle forme più coinvolgenti di partecipazione è il canto, che può essere una forma di preghiera collettiva molto potente, con effetti duraturi. Ricordo ancora quasi tutti i canti che da ragazzo cantavo con gli scout alle Messe nella parrocchia degli Angeli Custodi, a piazza Sempione.
  Se un’assemblea prega cantando, il canto deve essere corale. Tutti devono essere messi in condizione di partecipare, anche gli stonati come me, che magari non cantano proprio ad alta voce, ma quasi sussurrando, ma cantano.
 E se quella deve essere un’esperienza corale, ci deve essere anche un coinvolgimento ampio nella scelta dei canti.
 I canti di quel gruppo che dicevo suonano piuttosto uniformi ad un orecchio non iniziato alla particolare spiritualità di quella gente, e non è  obbligatorio esserlo per un fedele. E’ l’uniformità che cerchiamo? Credo che l’uniformità non dovrebbe essere un obiettivo della vita parrocchiale, perché, anzi, credo sia oggi all’origine di molti suoi seri problemi. Il canto è musica e ha a che fare con la bellezza: possiamo dire che i canti di sabato fossero considerati belli almeno dalla maggioranza dell’assemblea?
 E poi: chi intona i canti dall’altare non deve sovrastare l’assemblea, non deve urlare a squarciagola. Altrimenti il canto non è più un’esperienza corale.
 Direi che, tenuto conto dell’esperienza, una delle cose più urgenti è organizzare un bel coro parrocchiale, cercando tra la gente del quartiere gente di musica che lo diriga e suoni. E poi non sarebbe male trascorrere i dieci minuti prima della Messa a provare i canti con l’assemblea.
  Da noi molti arrivano alla Messa dopo che la liturgia è già cominciata da diversi minuti. I sacerdoti se ne lamentano spesso. Perché accade? E’, in fondo, un segno di disaffezione. Si cerca di stare a Messa il minimo possibile perché valga, come si diceva una volta, perché non si cada in peccato mortale, per adempiere il precetto festivo. Se noi però richiamiamo la gente non con una colonna sonora, ma coinvolgendola nella bella musica, facendola partecipare a dei bei canti, progressivamente le cose potrebbero cambiare.
  E quello che ho detto per i canti lo dico anche, in generale, della parrocchia: più possibilità di vera partecipazione, meno rigidità e disequilibri. Se si pretende che la gente faccia solo da sfondo alle liturgie, poi si disaffeziona e non viene o viene di mala voglia.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli