sabato 10 ottobre 2015

Spirito sinodale e parlamentarismo: quale via per la vita parrocchiale?

Spirito sinodale e parlamentarismo: quale via per la vita parrocchiale?

 Nei giorni passati, spinti dall’attualità, siamo stati portati a riflettere sulle differenze tra un sinodo religioso e un parlamento politico. Un sinodo non è un parlamento, si è detto. Qualcuno ha voluto intendere che il metodo del sinodo è meglio del metodo parlamentare. Ma personalmente non vorrei vivere in uno stato, in un sistema politico, retto da un sinodo religioso. Questo perché un sinodo religioso escluderebbe troppa gente che ha diritto ad avere voce in politica, ed escludendo la gente dalla politica si complicano i problemi e si allontanano le soluzioni efficaci. Qui è in questione la laicità della politica, un principio fondamentale in democrazia. Non vorrei nemmeno che i sinodi religiosi avesse troppa influenza sulle questioni politiche, che dovrebbero essere riservate, alla fine, all’autonomia dei parlamenti. Un problema arduo da risolvere in Italia.
 Se poi prendiamo in considerazione il sinodo che in questi giorni sta occupandosi della famiglia, ma in realtà della morale coniugale, i problemi appaiono ancora più seri. E’ un sinodo che vuole avere anche rilevanza politica, orientare la gente di fede nella sua partecipazione alla collettività politica. Non credo però che da quell’assemblea di capi religiosi del clero, composta sostanzialmente da persone che si sono vietate il rapporto coniugale e che quindi delle questioni coniugali sanno solo per sentito dire, possa venire granché di utile, per il mio matrimonio e, in genere, per la materia di cui si sta occupando. Ci andrà bene se i suoi componenti non faranno troppo danno. Se metteranno un po’ sullo sfondo la loro teologia, talvolta inutilmente complicata, con la quale essi creano problemi che poi scoprono essere insolubili. La stabilità del mio matrimonio, ad esempio, non è dipesa da quello che dicono loro, in particolare da una sorta di sanzione celeste del rapporto tra me e mia moglie, da una specie di stato civile superno, per cui scambiateci le promesse matrimoniali, poi sia venuto l’angelo a dire amen  e  a rendere indissolubile  il nostro amore. La stabilità matrimoniale è stata, per me e per mia moglie, una conquista, che sempre abbiamo dovuto rinnovare di lustro in lustro, secondo le varie età della vita e le sue difficoltà, gioie e dolori. Come c’è entrata la fede? C’è entrata come visione della vita che ci ha spinti verso la stabilità del nostro amore. E anche nell’esempio dei nostri genitori e nonni e altri parenti, tutta gente di fede che ha impersonato un modello di rapporto coniugale stabile e felice, capace di superare i tempi difficili, basato su quella visione religiosa. E’ stata una conquista che, in fondo, ha un valore sapienziale. In quel sinodo però la si considera poco, mi pare di capire. Il nostro matrimonio è stato finora stabile, ma poteva andare diversamente, ne siamo consapevoli io e mia moglie. Talvolta va diversamente. Un rapporto coniugale può effettivamente finire, questo è sicuro. In religione, tra noi,  non se ne vuole prendere atto ufficialmente, lo si fa solo ufficiosamente, di straforo, per misericordia  si dice. Non è però, qui, questione di indissolubilità, ma di superare un’ipocrisia che fa male alla gente. E anche quella stessa misericordia  fa male, appare come un insulto. E’ un controsenso, certo. Come fare? Come superare gli impedimenti teologici? I teologi ci sono per questo. Ci pensino su e vedranno presto che qualche soluzione si trova, come la si è trovata sempre, alla fine, quando anche in religione si  è finalmente accettato di fare i conti con la realtà. E’ accaduto ad esempio con la questione della democrazia e con quella della libertà di coscienza.
  Ma in che cosa si differenziano un sinodo religioso e un parlamento politico? Sono entrambi delle assemblee che si riuniscono per decidere. Si differenziano per l’ambito delle decisioni: il sinodo si occupa di collettività religiose, il parlamento di collettività politiche. Non è vero che solo il primo abbia uno spirito, mentre nel secondo si badi solo all’interesse spicciolo, egoistico. Certi sinodi di vescovi hanno storicamente avuto ben poco spirito, mentre molti parlamenti ne hanno avuto assai. Non dobbiamo pensare al parlamento secondo l’esempio che talvolta se ne ha nella vita politica italiana e di altre nazioni, nei tempi di degrado. L’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, un parlamento un po’ speciale, ebbe un’altissima ispirazione ideale, in tempi in cui lo spirito  sinodale era ancora veramente poco diffuso nella nostra confessione religiosa. Un Parlamento russo ebbe un ruolo decisivo nel 1991  nell’impedire che i golpisti contrari al rinnovamento delle istituzioni sovietiche prendessero il sopravvento, ricostituendo il sistema imperiale che si era sviluppato sotto Stalin: senza la sua azione non sarebbe mai nata la nostra nuova Europa.
  I parlamenti vogliono essere sovrani, avere piena libertà di decidere su tutto. Ma non sono sovrani assoluti, perché si sono dati il limite dei principi fondamentali, come quelli dell’uguaglianza in dignità dei cittadini, del rispetto dell’umanità delle persone, della libertà di coscienza, della libertà di pensiero e di organizzazione politica, della laicità dello stato. Questo è stato sempre essenziale nello sviluppo delle democrazie contemporanee. La sovranità però, benché non assoluta, distingue i parlamenti dai sinodi religiosi. Un sinodo invece non vuole esercitare sovranità, perché religiosamente ne riconosce una sola, che non è di questo mondo. Il metodo sinodale è un modo più intenso di procedere insieme, che coinvolge di più la vita di chi vi partecipa, proprio nell’impegno a riconoscere quella sovranità superiore e farvi sempre riferimento. Del resto il sinodo riguarda gente che ha in comune una fede religiosa. La composizione del parlamento è invece più eterogenea. Infatti il parlamento deve reggere società politiche in cui c’è più diversità e tutte le differenze devono essere condotte a collaborare in un disegno volto al bene comune. Tutte le componenti di società complesse dovrebbero esservi espresse. I parlamenti politici si occupano di convivenza civile: le varie visioni dell’universo, quelle realtà che vanno oltre il mondo terreno, rimangono sullo fondo. In un contesto sinodale esse invece contano molto. In un sinodo tutti sono spinti a tenerne conto. Questo dovrebbe condurre, secondo il metodo sinodale, a limitare le conseguenze negative dello spirito di fazione. Non ci si contenta di prevalere in una votazione, anche se alla fine si vota. Sia nei parlamenti che nei sinodi le decisioni collettive conseguono a mediazioni, ma nei sinodi dovrebbero avere meno il carattere di compromesso. Chi partecipa a un sinodo religioso dovrebbe avere la consapevolezza che il futuro non è tutto nelle sue mani. In un parlamento politico  è preferibile invece, per acuire il senso di responsabilità, pensare che sia così. Metodo sinodale e metodo parlamentare tendono a convergere quando nel primo le decisioni conseguano a processi democratici e nel secondo si faccia strada l’idea che non bastano risicate maggioranze per rendere stabile e pacifica la convivenza politica della società.
  Passo alle applicazioni pratiche di ciò che ho scritto.
  La parrocchia deve essere una monarchia assoluta, in cui comanda solo il parroco, come il vescovo nella diocesi e il papa su tutti i fedeli, un sinodo o una repubblica parlamentare?
  Non sto qui a occuparmi dell’aspetto giuridico della cosa: secondo il diritto canonico la parrocchia è un piccolo feudo, retto da un monarca assoluto assistito da un piccolo senato con funzioni solo consultive.
 Parlo di quelle prassi virtuose che consentono a una collettività di diventare una comunità di persone responsabili e partecipi e che sono ammesse, in via di sperimentazione, anche in una parrocchia.
  La mia preferenza va per il metodo sinodale. Dobbiamo essere consapevoli che non tutto è in mano nostra, che non siamo sovrani e che non bastano le maggioranze a risolvere i nostri problemi di collettività. Occorre riscoprire l’agàpe  di ispirazione religiosa, quella bella festa in cui tutti abbiano un loro posto a tavola. Questo ci consentirebbe di fare parrocchia, fuggendo la tentazione di farne una federazione di tante componenti eterogenee  ed estranee l’una all’altra. Di volerci bene, il che è alla base dell’esperienza religiosa. E di respingere la tentazione di imporre una via a colpi di maggioranza, o comunque con la forza del numero. Specie in sede locale il metodo parlamentare degenera spesso nel metodo condominiale, in cui tutti cercano di ricavare il massimo possibile nelle decisioni collettive e valutano il risultato solo sotto questa prospettiva. Questo distrugge la convivenza civile: in un condominio non si può fare a meno di convivere, ma in una realtà come una parrocchia è diverso, se diventa un inferno le persone se ne vanno.
  Questo non toglie che un po’ di parlamentarismo, di metodo democratico, non guasterebbe. I consigli consultivi che sono stati istituiti in parrocchia sono veramente rappresentativi della nostra collettività di fedeli? Se troppa gente viene esclusa, si va poi verso un dispotismo consultivo e gli esclusi tendono ad allontanarsi.
   Nella fase in cui la parrocchia si trova attualmente, l’azione del parroco, con i suoi poteri penetranti e la sua forte ispirazione di fede, potrebbe essere utile a incrementare lo spirito sinodale. C’è qualcuno sopra di noi, in quel Cielo al quale continuamente ci riferiamo in religione, di cui dobbiamo tenere conto e che deve spingerci a mescolarci di più fra noi, in un impeto di benevolenza. Dobbiamo abbassare, e addirittura abbandonare, le bandiere di fazione. Dobbiamo muoverci verso un’unità sinodale che faccia posto a tutti nell’agàpe. Il metodo sinodale deve spingerci a fare vita comune, molto più di quanto finora siamo stati disposti a fare. A conoscerci meglio di quanto finora ci siamo conosciuti. La parrocchia poi deve avere strutture proprie per ogni funzione, non deve appaltare le sue mansioni a gruppi di tendenza che poi in qualche modo le privatizzino. E in ogni cosa, infine, occorre seguire gli indirizzi della diocesi, perché non siamo sinodo solo noi delle Valli, ma partecipiamo ad un’unità più grande, al sinodo dei sinodi si potrebbe dire.  Ognuno di noi ben consapevole che non tutto è in mano nostra.

 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli