Spirito
sinodale e parlamentarismo: quale via per la vita parrocchiale?
Nei giorni passati, spinti dall’attualità,
siamo stati portati a riflettere sulle differenze tra un sinodo religioso e un
parlamento politico. Un sinodo non è un parlamento, si è detto. Qualcuno ha
voluto intendere che il metodo del sinodo è meglio del metodo parlamentare. Ma
personalmente non vorrei vivere in uno stato, in un sistema politico, retto da
un sinodo religioso. Questo perché un sinodo religioso escluderebbe troppa
gente che ha diritto ad avere voce in politica, ed escludendo la gente dalla
politica si complicano i problemi e si allontanano le soluzioni efficaci. Qui è
in questione la laicità della politica, un principio fondamentale in
democrazia. Non vorrei nemmeno che i sinodi religiosi avesse troppa influenza
sulle questioni politiche, che dovrebbero essere riservate, alla fine, all’autonomia
dei parlamenti. Un problema arduo da risolvere in Italia.
Se poi prendiamo in considerazione il sinodo
che in questi giorni sta occupandosi della famiglia, ma in realtà della morale
coniugale, i problemi appaiono ancora più seri. E’ un sinodo che vuole avere
anche rilevanza politica, orientare la gente di fede nella sua partecipazione
alla collettività politica. Non credo però che da quell’assemblea di capi
religiosi del clero, composta sostanzialmente da persone che si sono vietate il
rapporto coniugale e che quindi delle questioni coniugali sanno solo per
sentito dire, possa venire granché di utile, per il mio matrimonio e, in
genere, per la materia di cui si sta occupando. Ci andrà bene se i suoi
componenti non faranno troppo danno. Se metteranno un po’ sullo sfondo la loro
teologia, talvolta inutilmente complicata, con la quale essi creano problemi
che poi scoprono essere insolubili. La stabilità del mio matrimonio, ad
esempio, non è dipesa da quello che dicono loro, in particolare da una sorta di
sanzione celeste del rapporto tra me e mia moglie, da una specie di stato
civile superno, per cui scambiateci le promesse matrimoniali, poi sia venuto l’angelo
a dire amen e a
rendere indissolubile il nostro amore. La stabilità matrimoniale è
stata, per me e per mia moglie, una conquista, che sempre abbiamo dovuto
rinnovare di lustro in lustro, secondo le varie età della vita e le sue
difficoltà, gioie e dolori. Come c’è entrata la fede? C’è entrata come visione
della vita che ci ha spinti verso la stabilità del nostro amore. E anche nell’esempio
dei nostri genitori e nonni e altri parenti, tutta gente di fede che ha
impersonato un modello di rapporto coniugale stabile e felice, capace di
superare i tempi difficili, basato su quella visione religiosa. E’ stata una
conquista che, in fondo, ha un valore sapienziale. In quel sinodo però la si
considera poco, mi pare di capire. Il nostro matrimonio è stato finora stabile,
ma poteva andare diversamente, ne siamo consapevoli io e mia moglie. Talvolta
va diversamente. Un rapporto coniugale può effettivamente finire, questo è
sicuro. In religione, tra noi, non se ne
vuole prendere atto ufficialmente, lo
si fa solo ufficiosamente, di straforo, per
misericordia si dice. Non è però,
qui, questione di indissolubilità, ma di
superare un’ipocrisia che fa male alla gente. E anche quella stessa misericordia fa male, appare come un insulto. E’ un
controsenso, certo. Come fare? Come superare gli impedimenti teologici? I
teologi ci sono per questo. Ci pensino su e vedranno presto che qualche
soluzione si trova, come la si è trovata sempre, alla fine, quando anche in
religione si è finalmente accettato di
fare i conti con la realtà. E’ accaduto ad esempio con la questione della
democrazia e con quella della libertà di coscienza.
Ma in che cosa si differenziano un sinodo
religioso e un parlamento politico? Sono entrambi delle assemblee che si
riuniscono per decidere. Si differenziano per l’ambito delle decisioni: il
sinodo si occupa di collettività religiose, il parlamento di collettività
politiche. Non è vero che solo il primo abbia uno spirito, mentre nel secondo si badi solo all’interesse spicciolo,
egoistico. Certi sinodi di vescovi hanno storicamente avuto ben poco spirito, mentre molti parlamenti ne
hanno avuto assai. Non dobbiamo pensare al parlamento secondo l’esempio che
talvolta se ne ha nella vita politica italiana e di altre nazioni, nei tempi di
degrado. L’Assemblea Costituente della Repubblica Italiana, un parlamento un po’
speciale, ebbe un’altissima ispirazione ideale, in tempi in cui lo spirito sinodale era ancora veramente poco diffuso
nella nostra confessione religiosa. Un Parlamento russo ebbe un ruolo decisivo
nel 1991 nell’impedire che i golpisti
contrari al rinnovamento delle istituzioni sovietiche prendessero il
sopravvento, ricostituendo il sistema imperiale che si era sviluppato sotto
Stalin: senza la sua azione non sarebbe mai nata la nostra nuova Europa.
I parlamenti vogliono essere sovrani, avere piena libertà di decidere
su tutto. Ma non sono sovrani assoluti,
perché si sono dati il limite dei principi fondamentali, come quelli dell’uguaglianza
in dignità dei cittadini, del rispetto dell’umanità delle persone, della
libertà di coscienza, della libertà di pensiero e di organizzazione politica,
della laicità dello stato. Questo è stato sempre essenziale nello sviluppo
delle democrazie contemporanee. La sovranità però, benché non assoluta,
distingue i parlamenti dai sinodi religiosi. Un sinodo invece non vuole
esercitare sovranità, perché religiosamente ne riconosce una sola, che non è di
questo mondo. Il metodo sinodale è un modo più intenso di procedere insieme,
che coinvolge di più la vita di chi vi partecipa, proprio nell’impegno a riconoscere
quella sovranità superiore e farvi sempre riferimento. Del resto il sinodo
riguarda gente che ha in comune una fede religiosa. La composizione del
parlamento è invece più eterogenea. Infatti il parlamento deve reggere società
politiche in cui c’è più diversità e tutte le differenze devono essere condotte
a collaborare in un disegno volto al bene comune. Tutte le componenti di
società complesse dovrebbero esservi espresse. I parlamenti politici si
occupano di convivenza civile: le varie visioni dell’universo, quelle realtà
che vanno oltre il mondo terreno, rimangono sullo fondo. In un contesto
sinodale esse invece contano molto. In un sinodo tutti sono spinti a tenerne
conto. Questo dovrebbe condurre, secondo il metodo sinodale, a limitare le
conseguenze negative dello spirito di fazione. Non ci si contenta di prevalere
in una votazione, anche se alla fine si vota. Sia nei parlamenti che nei sinodi
le decisioni collettive conseguono a mediazioni, ma nei sinodi dovrebbero avere
meno il carattere di compromesso. Chi partecipa a un sinodo religioso dovrebbe
avere la consapevolezza che il futuro non è tutto nelle sue mani. In un
parlamento politico è preferibile
invece, per acuire il senso di responsabilità, pensare che sia così. Metodo
sinodale e metodo parlamentare tendono a convergere quando nel primo le
decisioni conseguano a processi democratici e nel secondo si faccia strada l’idea
che non bastano risicate maggioranze per rendere stabile e pacifica la
convivenza politica della società.
Passo alle applicazioni pratiche di ciò che
ho scritto.
La parrocchia deve essere una monarchia
assoluta, in cui comanda solo il parroco, come il vescovo nella diocesi e il
papa su tutti i fedeli, un sinodo o una repubblica parlamentare?
Non sto qui a occuparmi dell’aspetto
giuridico della cosa: secondo il diritto canonico la parrocchia è un piccolo
feudo, retto da un monarca assoluto assistito da un piccolo senato con funzioni
solo consultive.
Parlo di quelle prassi virtuose che consentono
a una collettività di diventare una comunità di persone responsabili e
partecipi e che sono ammesse, in via di sperimentazione, anche in una
parrocchia.
La mia preferenza va per il metodo sinodale.
Dobbiamo essere consapevoli che non tutto è in mano nostra, che non siamo
sovrani e che non bastano le maggioranze a risolvere i nostri problemi di
collettività. Occorre riscoprire l’agàpe di ispirazione religiosa, quella bella festa
in cui tutti abbiano un loro posto a tavola. Questo ci consentirebbe di fare parrocchia, fuggendo la tentazione
di farne una federazione di tante componenti eterogenee ed estranee l’una all’altra. Di volerci bene,
il che è alla base dell’esperienza religiosa. E di respingere la tentazione di
imporre una via a colpi di maggioranza, o comunque con la forza del numero.
Specie in sede locale il metodo parlamentare degenera spesso nel metodo condominiale, in cui tutti cercano di
ricavare il massimo possibile nelle decisioni collettive e valutano il risultato
solo sotto questa prospettiva. Questo distrugge la convivenza civile: in un
condominio non si può fare a meno di convivere, ma in una realtà come una
parrocchia è diverso, se diventa un inferno le persone se ne vanno.
Questo non toglie che un po’ di
parlamentarismo, di metodo democratico, non guasterebbe. I consigli consultivi
che sono stati istituiti in parrocchia sono veramente rappresentativi della
nostra collettività di fedeli? Se troppa gente viene esclusa, si va poi verso
un dispotismo consultivo e gli esclusi tendono ad allontanarsi.
Nella fase in cui la parrocchia si trova
attualmente, l’azione del parroco, con i suoi poteri penetranti e la sua forte
ispirazione di fede, potrebbe essere utile a incrementare lo spirito sinodale.
C’è qualcuno sopra di noi, in quel Cielo al quale continuamente ci riferiamo in religione, di cui dobbiamo tenere conto e che deve spingerci a
mescolarci di più fra noi, in un impeto di benevolenza. Dobbiamo abbassare, e
addirittura abbandonare, le bandiere di fazione. Dobbiamo muoverci verso un’unità
sinodale che faccia posto a tutti nell’agàpe.
Il metodo sinodale deve spingerci a fare vita comune, molto più di quanto
finora siamo stati disposti a fare. A conoscerci meglio di quanto finora ci
siamo conosciuti. La parrocchia poi deve avere strutture proprie per ogni
funzione, non deve appaltare le sue
mansioni a gruppi di tendenza che poi in qualche modo le privatizzino. E in ogni cosa, infine, occorre seguire gli indirizzi
della diocesi, perché non siamo sinodo solo noi delle Valli, ma partecipiamo ad
un’unità più grande, al sinodo dei sinodi si potrebbe dire. Ognuno di noi ben consapevole che non tutto è
in mano nostra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli