L’arte
come veicolo della fede
L’arte è stata storicamente un grande veicolo
della nostra fede. Questa è stata una grande conquista culturale che le nostre
collettività hanno fatto distaccandosi dall’antico ebraismo e inculturandosi
nell’ellenismo. Infatti, nell’antica cultura di origine greca, il bello, il campo dell'arte, il vero e il giusto venivano
visti come collegati in un disegno armonico che comprendeva l'universo intero, e in esso l'umanità e le sue istituzioni, la cui idealizzazione e inculturazione nelle nostre concezioni religiose ha prodotto la nostra grande teologia dei primi secoli, tuttora ritenuta normativa per la nostra fede. L’antico ebraismo, vietandosi in particolare, per motivi religiosi, la rappresentazione pittorica e scultorea di esseri umani e di animali, subiva invece gravi limitazioni nel campo artistico.
Quindi poi, nei due millenni della nostra
fede, le istituzioni religiose sono state grandi committenti di arte,
lasciandoci grandi tesori. In certi momenti quella committenza fu determinata
anche da vanità principesca. Ma in genere lo scopo era un altro: quello di
spiegare la fede ad un popolo in gran parte di analfabeti (e questa è un’altra
importante differenza tra le nostre collettività di fede e quelle dell’ebraismo).
Ai tempi nostri si dà molta meno importanza
all’arte a tema religioso. Quella committenza di cui scrivevo si è ridotta
moltissimo. E’ vero che con il diffondersi dell’alfabetizzazione e, in genere,
con l’elevazione della cultura popolare vi sono altri strumenti a disposizione.
Ma quella artistica rimane una via potentemente evocativa. E’ la via della
bellezza.
Negli anni ’70 si iniziò un movimento per il
rinnovamento della catechesi, per renderla in linea con le idealità diffuse dal
Concilio Vaticano 2°. Furono proposti vari testi catechistici per la sperimentazione, come si diceva. Quando poi, a metà degli anni ’90,
si tirarono lo somme di questo processo, vediamo che nel testo del Catechismo per gli adulti “ La verità vi
farà liberi”, del ’94, la grande arte sacra pittorica venne
utilizzata proprio allo scopo per cui era stata commissionate, per aiutare a
spiegare la fede.
L’arte è diffusa nel nostro popolo: si fa
musica, si dipinge, si scolpisce e si praticano tutte le altre forme artistiche
possibili, in particolare il canto con un singolo interprete o corale, ma anche ad esempio la danza e
la poesia, a livello amatoriale. Penso
che accada anche nel nostro quartiere, che attualmente è privo di opere d’arte
destinate ad ornare spazi pubblici: manca da noi quella grande bellezza che ha dato
il nome ad un grande film di due anni fa, ambientato nella nostra Roma.
Penso che uno dei modi in cui ci si potrebbe
riconnettere al popolo del nostro quartiere potrebbe essere allora il
riprendere ad essere committenti di arte, lanciando un appello alla gente delle
Valli che la pratica. Del resto, la festa richiede l’arte e noi dobbiamo
riscoprire la dimensione festiva e festosa della fede. La fede è anche
bellezza: essa infatti rende bella la vita e il mondo. E l'arte può rendere la fede più umana, redimendola dall’eccessivo formalismo che talvolta la ingabbia e non di
rado la deforma. Però ciò richiederà di aprirci anche a forme d’arte meno
rigidamente strutturate di quelle, appunto rigidamente formalizzate sulla scorta dei canoni dei maestri greci e soprattutto russi, improntate allo stile
neobizantino che attualmente prevale nella chiesa parrocchiale. L'umano deve permeare profondamente la nostra esperienza collettiva di fede, se prendiamo seriamente l'idea che le gioie, le speranze, le tristezze e le angosce degli esseri umani del nostro tempo, insomma tutto ciò che è genuinamente umano, debbano trovare eco nel nostro cuore di gente di fede (si veda la Costituzione Gaudium et Spes, La Gioia e la speranza, del Concilio Vaticano 2° - 1962-1965, n.1).
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli