domenica 11 ottobre 2015

Avviare una fase costituente

Avviare una fase costituente


Lo statuto del Consiglio pastorale della parrocchia di San Giuseppe sposo a Bologna



  Che sta accadendo in parrocchia? Probabilmente sono in molti a chiederselo.
  Direi questo: nei mesi scorsi ho segnalato alcuni problemi, ma è possibile che la situazione sia molto peggiore di quella che ho cercato di rappresentare.
  Forse sarà necessario avviare una vera e propria fase costituente.
  Si avverte, in questi giorni, la mancanza di una componente che era diventata piuttosto importante da noi. Quella che in tanti anni aveva improntato di sé  la vita e addirittura l’architettura della parrocchia. Tra l’ambiente che io frequento in parrocchia e il loro non c’è comunicazione, quindi potrei fare solo ipotesi sul perché ciò avviene. Ma preferisco avere elementi più sicuri.
  Qualche giorno fa ho scritto che in parrocchia erano rimasti quasi solo quelli di quel gruppo e vari circoli di anziani. Ora l’impressione è che siano rimasti solo questi ultimi. Sbaglio?
  Come faremo a ripartire - ci si può chiedere - con queste sole forze? Volevamo cambiare, ma non è possibile farlo. Allora torniamo indietro, alla situazione in cui almeno c’era qualcosa ! - si può pensare. Ma sarebbe un’idea sbagliata. Come ogni tentazione reazionaria in religione.
  E magari, per qualcuno, questa può sembrare addirittura una sfida. Volevano cambiare? Vediamo se ci riescono, come ora sono ridotti. Vediamo come faranno da soli!
  Forse c’è chi pensa che si possa essere veramente soli, in religione, in un quartiere tanto popoloso come il nostro, con tante famiglie di giovani che sono venute ad abitarvi negli  ultimi anni. No, non siamo soli, non saremo mai soli, a meno che proprio non vogliamo esserlo, estraniandoci dalla nostra gente, quella a cui siamo stati mandati.
  Le energie, veramente tante, ci sono, ma mi sembra che non siano più in parrocchia: le vedo fuori di essa. Si tratta di coalizzarle nuovamente. Si tratta di aprire le porte della parrocchia e di far entrare tutta la gente che ora sta fuori. E di ricostruire una collettività benevola, accogliente, aperta, in cui ognuno si senta come a casa propria e addirittura meglio che a casa propria. Ecco perché ho parlato di fase costituente.
  La prossima settimana si terrà il consiglio pastorale della parrocchia. Esso si confronterà con l’apostolo che ci è stato mandato dalla diocesi, con il nuovo parroco. Si erano resi conto di ciò che stava succedendo? Come hanno cercato di porvi rimedio? So che il punto di vista dell’AC parrocchiale, che da tempo segnalava vari problemi proponendo anche (inutilmente) soluzioni, non sempre è stato apprezzato. Potrebbero dire, e avrebbero ragione, che non avevano la reale possibilità di indurre cambiamenti, perché sono lì solo per dare consigli, sono infatti, come si dice, un organo consultivo. Ma hanno voluto poi darli questi consigli? O in realtà pensavano che si potesse continuare così come si stava andando? Se fosse vera quest’ultima ipotesi, allora, tenendo conto della situazione così come ora ci appare, si potrebbe pensare che non sono più le persone che ci servono in questo momento. Che il cambiamento deve cominciare proprio da quell’organo consultivo, che dovrebbe in qualche modo rappresentare una sorta di sinodo parrocchiale permanente e quindi rendere presenti le vite non solo di coloro che ambiscono ad avervi voce come gruppo organizzato, e sono riusciti effettivamente ad averla,  ma di tutti i battezzati della parrocchia.
  Come avviare questa fase costituente?
  C’è un lavoro preliminare da fare, prima di tenere nuove elezioni. E’ ciò che si è fatto, ad esempio, nella parrocchia di San Giuseppe Sposo a Bologna, della cui esperienza ho scritto in alcuni post: dopo un anno di sinodo parrocchiale, il prossimo 25 ottobre là si terranno le elezioni per il consiglio pastorale. Occorre, prima di rinnovare come serve il Consiglio pastorale parrocchiale, radunare la gente di fede del quartiere e familiarizzarla nuovamente con la vita della parrocchia, accoglierla, ascoltarla, renderla attiva e partecipe, creando nuove reti di rapporti e di solidarietà per poi darsi obiettivi comuni in base alle necessità religiose del quartiere. Questo lavoro ha bisogno di una specifica organizzazione, di un comitato per il sinodo parrocchiale, composto da gruppi di contatto che inducano questo movimento di ritorno e di partecipazione, diretto a tutti i battezzati del quartiere, di tutte le età, di tutte le condizioni sociali, senza discriminarli sulla base di certe particolari loro opinioni su questo o quel problema, o di certe loro particolari condizioni di vita, ad esempio se sono genitori singoli, divorziati, separati, conviventi di fatto, purché avvertano un’esigenza di fede. Venite e vedete, potremmo dire loro, come è bello stare insieme nella fede.  E l’ottavo giorno, la domenica, è proprio il giorno giusto per dedicarsi a quest’opera: è infatti il giorno festivo per eccellenza, un giorno che spesso si trascorre poltrendo inutilmente, a volte  partecipando distrattamente a una messa, mentre ne dobbiamo fare il centro di queste nostre nuove attività costituenti, da vivere nell’ottica della festa perché coinvolgano sempre più gente. Un giorno di grande e festosa attività, nello spirito benedettino dell’ora e labora, prega e sii attivo!,  con molta e bella musica e altre attività piacevoli, con molta arte, perché anche di questo vivono gli esseri umani e, di più, anche questo essi hanno diritto di avere, almeno   nell’ottavo giorno. La vita di fede può essere una straordinaria festa. E’ l’agàpe, anche se talvolta ce ne dimentichiamo e trasformiamo le cose religiose in una specie di faticosissima ascesi per una ristretta cerchia di arcigni e sprezzanti atleti spirituali. Eppure la fede, la più pura e la più grande fede, è alla portata di un bimbo. Nessuno ne è escluso e il suo veicolo è la gioia. “Di più saremo insieme, più gioia ci sarà” fu, molti anni fa, il motto di un Jamboree  scout, il grande raduno mondiale del movimento di esploratori fondato da Baden Powell: l’ho portato sempre nel cuore, in tutta la mia vita, come evocazione della realtà sociale della  fede. Chi ha poi mai detto che si debba sempre essere condannati a rimanere un piccolo resto malinconico? Siamo mandati alle masse per far diventare la fede una realtà di massa. E’ questo il senso della straordinaria epopea ormai bimillenaria della nostra religione: fosse rimasta chiusa in piccoli circoli iniziatici, come tanti altri culti misterici che le furono coevi alle origini, non avrebbe cambiato il mondo.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli