Riscoprire le feste
cristiane
In parrocchia stiamo vivendo una fase di passaggio caratterizzata da un
avvicendamento tra parroci, come avviene in genere nella società quando si
raggiungono certi limiti di età. Ha cominciato a lavorare da noi mons. Remo
Chiavarini, il nuovo parroco che ci è
stato inviato dal vescovo. Alcuni si aspettano cambiamenti, altri li temono.
Nessuno è stato preparato a quello che sta accadendo. Questo aumenta i timori,
perché, in genere, si ha paura dell’ignoto. Poteva andare diversamente, ma non
è stato. Ora però bisogna guardare al futuro, fare progetti. Sotto certi
aspetti il maggior pregio del passato è
che, appunto, è passato, è trascorso, e ci si apre al futuro, ai tempi nuovi.
Il passato non ci deve dominare. Ne possiamo fare memoria per trarne un
insegnamento.
Nell’immediato bisogna far recuperare fiducia alla gente nella
possibilità di una serena convivenza delle diversità nella parrocchia. Il modo
in cui si è attuato l’avvicendamento al vertice parrocchiale non ci aiuta. Non
si è annunciato in alcun modo l’arrivo del nuovo parroco e non se ne è spiegata
la ragione, la quale è molto semplice: come dovunque in società c’è chi, ad un
certo punto della vita, lascia ed altri
subentra. Perché si diventa anziani, perché la società e le esigenze mutano. Se
anche un Papa ha ritenuto necessario un avvicendamento che non dipendesse dalla
fine della sua vita, perché si sentiva troppo anziano e non più in grado di
fare ciò che serviva al suo grande popolo di fede, perché in fondo si sentiva
uomo di un altro tempo e si stavano prospettando tempi nuovi e nuove pressanti
esigenze che richiedevano forze più giovani, quanto più anche ad ogni livello
delle nostre collettività di fede dobbiamo convincerci che tutti, nel momento
in cui riceviamo un certo mandato, un certo incarico, una qualche
responsabilità, dobbiamo essere consapevoli che si tratta di funzioni che
avranno un termine, ad un certo punto. E’ una cosa tanto semplice, che
corrisponde all’esperienza di tutti: infatti tutti quando iniziano un lavoro
sanno che verrà il momento del pensionamento e che, allora, a quel tempo,
potranno continuare ad essere utili in altro modo.
E’ cambiato il prete che presiede la nostra collettività. Può essere l’occasione
per riflettere su come siamo, come collettività di fede piantata nel quartiere
Valli. E per fare progetti per il futuro, perché viviamo in tempi nuovi e
quando ciò accade è più facile gettare lo sguardo avanti.
In realtà ci conosciamo poco. E il quartiere ci conosce poco. Per
conoscerci meglio e per conoscere altra gente bisogna crearne l’occasione. Il
tempo giusto è quello delle feste cristiane, innanzi tutto la domenica.
Il tempo festivo non deve essere solo il tempo dei preti, ma il tempo
della collettività di fede. Nei giorni feriali il tempo non c’è, per coloro che
lavorano e studiano. La domenica e gli altri festivi, sì. Non ha senso, in un’ottica
di fede, sprecarlo poltrendo a letto fino a mezzogiorno. Creiamo occasioni di
incontro nei giorni festivi, soprattutto per i più giovani, la mattina, il
pomeriggio e la sera. Facciamo festa insieme, incontriamoci. Nei giorni festivi
la gente che vive del quartiere esce e in zona non ha punti di incontro. Fa la
sua passeggiata al pratone, ma poi,
se vuole fare festa, deve andare altrove. Diamole
la possibilità di fare festa in parrocchia e di farla in una prospettiva
religiosa.
Nei progetti a lunga scadenza occorre pensare, in quest’ottica, a lavori
di manutenzione ordinaria e straordinaria degli edifici parrocchiali, che in
molti punti ne hanno urgente bisogno. Dobbiamo creare ambienti accoglienti per
incontrare la gente del quartiere. Ma c’è di più da fare: bisogna creare altri
grandi spazi per riunire la gente. Rendere fruibili il teatro e progettare
qualcosa per i grandi ambienti sotterranei che sono rimasti dopo la
realizzazione della nuova chiesa parrocchiale, le cui fondamenta hanno
impegnato solo più o meno la metà della vecchia chiesa. Serviranno fondi, sono
impegni che richiedono uno sforzo collettivo importante, di massa: serve quindi
più gente che si affezioni alla parrocchia.
Se una persona non vive nel quartiere e ci
viene solo perché in parrocchia c’è un qualche gruppo di tendenza a cui
aderisce e che ha sede da noi, forse di tutto quello che ho scritto non sente
bisogno. Nei festivi se ne sta vicino casa sua. Per uno che vive in zona è
diverso.
Quando Giorgio La Pira, da sindaco di Firenze, inaugurò il nuovo
quartiere popolare dell’Isolotto, invitò i sacerdoti della nuova parrocchia a fare
feste, a fare molto feste. Nella festa ci si incontra lietamente e si
acquisisce fiducia negli altri, nella possibilità di una convivenza pacificata
con la gente intorno. Questa è anche la dimensione religiosa dell’agàpe, che è importantissima nella
nostra fede e che richiama, appunto, l’idea di un convito festoso in cui
nessuno sia escluso.
Ecco, è questa dimensione di festa che mi pare manchi in questi
giorni.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli