venerdì 23 ottobre 2015

Riorganizzare la formazione e i tirocini dei laici di fede nella nostra parrocchia

Riorganizzare la formazione e i tirocini dei laici di fede nella nostra parrocchia

" Per la loro vocazione è proprio dei laici cercare il Regno di Dio trattando le cose temporali e ordinandole secondo Dio. Vivono nel secolo, cioè implicati in tutti i diversi doveri e lavori del mondo e nelle ordinarie condizioni della vita familiare e sociale, di cui la loro esistenza è come intessuta. Ivi sono da Dio chiamati a contribuire, quasi all'interno a modo di fermento, alla santificazione del mondo esercitando il proprio ufficio sotto la guida dello spirito evangelico, e in questo modo a manifestare Cristo agli altri principalmente con la testimonianza della loro fede, della loro speranza e carità. A loro quindi particolarmente spetta di illuminare e ordinare tutte le cose temporali, alle quali sono strettamente legati, in modo che siano fatte e crescano costantemente secondo il Cristo e siano di lode al Creatore e Redentore"
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti) approvata il 21-11-64 durante il Concilio Vaticano 2°, n. 31]

"…i laici, anche consociando le forze, risanino le istituzioni e le condizioni del mondo, se ve ne siano che provocano al peccato, così che tutte siano rese conformi alle norme della giustizia e, anziché ostacolare, favoriscano l'esercizio delle virtù. Così agendo impregneranno di valore morale la cultura e le opere umane. In questo modo il campo del mondo si trova meglio preparato per accogliere il seme della parola divina, e insieme le porte della Chiesa si aprono più larghe, per permettere che l'annunzio della pace entri nel mondo.
 Per l'economia stessa della salvezza imparino i fedeli a ben distinguere i diritti e i doveri, che loro incombono in quanto membri della Chiesa, e quelli che competono in quanto membri  della società umana; cerchino di metterli in armonia fra loro, ricordandosi che in ogni cosa temporale devono essere guidati dalla coscienza cristiana, poiché nessuna attività umana, neanche nelle cose temporali, può essere sottratta a Dio".
[dalla Costituzione dogmatica Lumen Gentium (=Luce per le genti) approvata il 21-11-64 durante il Concilio Vaticano 2°, n. 36]

“I laici devono assumere il rinnovamento dell’ordine temporale come compito proprio e in esso, guidati dalla luce del Vangelo e dal pensiero della Chiesa e mossi dalla carità cristiana, operare direttamente e in modo concreto; come cittadini devono cooperare con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità; dappertutto e in ogni cosa devono cercare la giustizia del regno di Dio.
 L’ordine temporale deve essere rinnovato in modo che, nel rispetto integrale delle leggi sue proprie, sia reso conforme ai principi superiori della vita cristiana e adattato alle svariate condizioni di luogo di tempo e di popoli. Tra le opere di simile apostolato si distingue eminentemente l’azione sociale dei cristiani. Il Concilio desidera oggi che essa si estenda a tutto l’ambito dell’ordine temporale, anche a quello della cultura.”
[Dal Decreto Apostolicam Actuositatem  (= l’apostolato) sull’apostolato dei laici, del Concilio Vaticano 2° (1962/1965)]

  Giuseppe Lazzati (1909-1986. Professore universitario, politico, membro dell’Assemblea Costituente, giornalista, eminente ed attivissimo esponente del laicato italiano), in tanti suoi scritti e interventi pubblici per la formazione del laicato di fede italiano, teneva moltissimo a ricordare i brani di documenti conciliari che ho sopra riportato. Invito gli amici laici di fede a farne un copia/incolla, a meditarli e a tenerli sempre presenti. Bisognerebbe proprio impararli a memoria, come si faceva un tempo, da bambini,  con le formule del catechismo. Essi infatti possono essere considerati una vera e propria Costituzione  del nostro laicato. Sono inseriti in documenti aventi una rilevantissima autorità religiosa. Derivano direttamente da concezioni teologiche importantissime  che riguardano la natura del popolo radunato dalla fede.  Sono stati enunciati dopo essere emersi da una lunga, travagliata, spesso molto dolorosa storia, durata circa due secoli, in cui proprio il nostro laicato, e in particolare quello italiano, e in esso i laici di Azione Cattolica, è stato protagonista. Quelle parole che ho sopra trascritto ce le dobbiamo fissare nella mente e nel cuore. Non era scontato che fossero proclamate. Tanti desiderarono che lo fossero, ma non le sentirono mai  nel corso della loro vita. E ora che sono legge vigente per la nostra fede sembrano invece essere dimenticate. Le avete mai udite nella nostra parrocchia? E mi rivolgo innanzi tutto ai nostri giovani, a coloro che sono passati per l’iniziazione religiosa di primo e secondo livello. Ve le hanno mai ripetute? Ve le hanno mai spiegate?  Giuseppe Lazzati passò gli ultimi vent’anni della sua vita a farlo.
  Il laico di fede è uno che lavora nella società per trasformarla, in particolare, ai tempi nostri, cooperando a governarla con gli strumenti delle grandi democrazie di popolo contemporanee, quindi con gli strumenti della politica democratica. Collaborando anche con gente non della nostra fede o senza una fede religiosa. Questa non è un’attività collaterale per un laico, ma il centro del suo impegno religioso, la missione che principalmente gli è stata assegnata. Essa però richiede una formazione specifica, che però da noi non si fa. E non la si fa perché non la si ritiene più necessaria. L’impegno sociale  e politico che connotava la nostra parrocchia negli anni ’60 e ’70 viene considerato eccessivo ora, perché, in fondo, si osserva, era solo una forma di supplenza, quando lo stato non si occupava di certe cose, ad esempio del verde pubblico, e ora che invece lo fa, si pensa che non serva più sprecare tempo in quella direzione, in parrocchia. Ma è davvero così? No, non è così. Con i mezzi della democrazia il quartiere delle Valli si è conquistato il suo pratone e non l’avrebbe avuto senza quell’impegno sociale. Così come ha salvato i pini di via Val Padana, che ora non ci sarebbero più senza una mobilitazione popolare: sarebbero stati travolti dal grande parcheggio sotterraneo che si voleva realizzare al centro del nostro quartiere anche  a costo di abbatterli. Questi sono fatti eclatanti, che hanno coinvolto profondamente la nostra gente. Ma non si è trattato solo di una questione ecologista, di amore per la natura. Dietro quell’attivismo sociale e politico c’è stata una questione umana rilevantissima, di vite umane che non si sono rassegnate ad essere calpestate perché aspirano a qualcosa di più di un rifugio dove dormire la notte, perché vogliono un quartiere diverso da quello che la speculazione immobiliare aveva progettato per loro, perché vorrebbero creare una condizione umana, qui da noi alle Valli, diversa, migliore, per vivere felici. Tutto questo non ha un significato religioso? Certo che lo ha. Ma noi non abbiamo saputo coglierlo. E’ per questo che la parrocchia è divenuta quasi insignificante nel quartiere. Eppure avevamo tante risorse da spendere. Potevano dare un contributo così importante! Perché siamo a Roma, dove convergono da tutto il mondo persone per avere una formazione superiore nella fede e dove quindi ci sono risorse umane e culturali incomparabilmente superiori a quelle di ogni altra parte del mondo.
  Oggi accade che non si abbia più consapevolezza di quanto sia stata importante, proprio in un’ottica di fede, l’azione sociale e politica del nostro laicato, ispirato dalla fede. E, allora, ad esempio, non si avverte più il particolare carattere dell’Azione Cattolica, per cui essa si differenzia da tutte le molte altre esperienze sociali di spiritualità. La democrazia italiana contemporanea si è costruita con l’apporto determinante, importantissimo, del nostro laicato di fede, con un contributo essenziale di quello formatosi e  raccolto in Azione Cattolica. Un’azione che fu preparata, durante gli anni bui del fascismo storico, da un intenso lavoro di formazione e tirocinio che ebbe protagonisti il Montini, grande divulgatore in Italia del pensiero del filosofo francese Jacques Maritain, e persone del valore di un Dossetti, di un La Pira o di un Lazzati. Questi ultimi tre furono tutti costituenti e  Dossetti e La Pira contribuirono a scrivere i più importanti articoli sui principi fondamentali della Costituzione vigente. Montini e Dossetti ebbero poi un ruolo importantissimo durante il Concilio Vaticano 2°, così come lo ebbe, da osservatore in rappresentanza degli intellettuali, lo stesso Maritain. Di tutto questo non si tratta nella formazione religiosa di base, che così si è notevolmente impoverita.
  La nostra religione non è una forma polizia sessuale per adolescenti e coniugi, ma qualche volta la si riduce fondamentalmente a questo. Gente che vuole importi con chi, quando e come fare l’amore e quanti figli avere. E se non ci stai ti indica sbrigativamente la porta. No, c’è veramente molto più di questo.
   A volte sembra che la fede sia incompatibile con la bellezza, la felicità, la libertà. Allora essa diventa un cupa fatica, uno sforzo spaventoso, e si pensa che si possa viverla solo assoggettandosi ad una dura disciplina imposta da altri come unica via religiosa, ritrovandosi infine senza quasi tutto ciò che rende degna l’esistenza umana  e travagliando inutilmente sé stessi e gli altri. E invece c’è molta bellezza nella vita di fede. C’è molta felicità. E’ un’esperienza di liberazione e, innanzi tutto, di vera libertà. Trasforma le persone e, con esse, la società. Lo sanno bene proprio i monaci, che a uno sguardo superficiale appaiono come reclusi (io lo scoprii, ai tempi della FUCI, durante le settimane di formazione al monastero di Camaldoli). A certe cose però bisogna formarsi, farne tirocinio. E’ necessario un noviziato. Anche per scoprirle in tutte le loro sfaccettature ed aspetti. La vita di fede è infatti sempre nuova e nessuna generazione si limita a ripetere la stessa via della precedente. A volte però fatichiamo a confrontarci con le novità e cerchiamo di inquadrare il nuovo nei vecchi schemi, contraddicendo in fondo una delle grandi lezioni della nostra fede, quella che ci spiega che nella fede tutto sarà rinnovato, fino agli ultimi giorni in cui tutto sarà fatto nuovo come è scritto. Il nuovo ci spaventa. Ed anche la libertà, per cui alla fine giungiamo a consigliare alla gente di rinunciare liberamente alla propria libertà. E ciò che Roncalli chiamava “aggiornamento”  e Montini “dialogo”,  due aspetti della medesima apertura al nuovo secondo la via sinodale proposta dai saggi dell'ultimo Concilio(come ha scritto Enzo Bianchi in un articolo di qualche giorno fa), ci risulta troppo difficile. Perché? Perché non ci siamo dati una formazione adeguata e allora non siamo pronti. L’evangelico  Estote parati - Siate pronti! è il motto degli scout  e dovrebbe essere anche il nostro. Ho trovato l’esperienza degli scout, degli esploratori, molto bella per questo insistere nel tirocinio per affrontare al meglio le novità della vita adulta.  “Non abbiate paura!” ci esortò il Wojtyla fin dalle sue prime parole da nostro padre universale, ma noi spesso non seguiamo quel comandamento. Il nuovo, la libertà, le diversità umane ci fanno ancora molta paura. E allora a volte  cediamo all’illusione reazionaria, di chi dice che si stava meglio prima  e allora cerca di far tornare indietro la storia. Ma indietro non si torna. E' una legge della storia, ma, in fondo, anche la grande speranza della fede, che si possa infine essere liberati dal nostro tremendo passato e che veramente tutte le cose siano fatte nuove. Venga il tuo Regno! Liberaci dal male! Non preghiamo forse così?
  Noi non ci connetteremo nuovamente con le Valli proponendo un nostro particolare esigente catechismo fatto di bigotterie sessuali e di immaginifiche ricostruzioni a sfondo biblico, nelle quali noi facciamo la parte del piccolo resto  fedele in un oceano di pagani ostili, nell’attesa che una qualche potenza celeste rovesci in mare cavalli e cavalieri. Bisogna rifondare profondamente il nostro modo di proporci agli altri. Innanzi tutto immedesimandoci nelle gioie, speranze, tristezze  e angosce  della nostra gente, secondo l’esortazione dei saggi dell’ultimo Concilio. Perché il nostro è un quartiere che ha mostrato di  anelare a una migliore condizione umana, ma che purtroppo sta scivolando verso una che è peggiore. La gente vorrebbe più bellezza, più felicità, ma invece avanza la criminalità e di bellezza se ne vede poca. Così non si è felici. Si  è soprattutto poveri in umanità. Non ci sono posti per incontrarsi e conoscersi veramente, per fare popolo. E neanche per  l’arte e la bellezza, che non sono estranee alla fede, ma, in fondo, la stessa realtà di umanità, come dimostra la grande arte italiana dei secoli passati. Una volta era la parrocchia uno di quei posti, ora non più. E’ da qui che dobbiamo cominciare. Sarà un lavoro che richiederà anni e che dovrà cominciare dalla formazione e dai tirocini in fede e umanità. Credo che avremo bisogno di formatori da fuori. Ma Roma ne è piena. 
   La formazione del laico di fede deve metterlo in grado di svolgere il lavoro di trasformazione della società che, anche in religione, ci si attende da lui. Quindi deve comprendere, oltre alle nozioni fondamentali di dottrina religiosa, la conoscenza della società del suo tempo, dei problemi come anche delle opportunità, compresa la politica,  e anche l’arte e soprattutto  un tirocinio al dialogo. Quest’ultimo è molto importante. Ad agire in società si impara, non è cosa innata. La parrocchia deve essere il primo ambiente di tirocinio all’azione sociale del laico, in particolare al confronto con le varie diversità umane e alla mediazione culturale. Questo richiede di farne un ambiente sociale in cui quelle diversità convergano. Non si può essere veramente felici se non insieme ad altri, ma stare insieme ad altri può anche essere causa di infelicità. Di certe cose bisogna fare esperienza personale, per capire come farle nel modo giusto. Non basta sentirne parlare, bisogna farne tirocinio sociale, noviziato, apprendistato, che significa anche essere guidati in questo da chi ne ha più pratica, imparando dall’esperienza altrui a non ripetere gli stessi errori. Un tirocinio sociale di grande impatto è quello della festa. Noi ne abbiamo una molto importante, ogni settimana: è la domenica. Sembra strano, ma non è scontato che si sappia veramente  fare festa. A volte tutto sembra risolversi nello stordimento dei sensi. Ma la festa può essere il luogo bello del dialogo e dell’incontro positivo con gli altri, mediato dall’arte, che crea bellezza e dunque un ambiente in cui essere felici. La fede può indicare una via che porta alla felicità, ad una condizione umana migliore. Lo si scopre nelle feste religiose. Dunque: potenziare la domenica, farne un momento di vera festa, ogni settimana. Occasione anche di formazione e di tirocinio sociale. Nei giorni feriali la gente più attiva e con maggiori forze, quella che veramente ci serve per ricominciare, la fascia 18-45 anni, è in gran parte   totalmente impegnata nel lavoro  o nello studio  e non può venire in parrocchia. La domenica è diverso. E’ un momento di tregua che talvolta però viene sprecato nel proprio privato. 
   Un’altra occasione di tirocinio laicale può essere colta nel catechismo dell’infanzia, quando i bimbi vengono accompagnati da noi dai genitori, riprendendo un’esperienza fatta nella nostra parrocchia degli anni ’70, quella delle mamme-catechiste.
 In AC abbiamo notato che i genitori aspettano i figli a lungo fuori delle aule di catechismo. Coinvolgiamoli.  Facciamoli collaborare a turno con i catechisti, in modo che si appassionino a questo lavoro e ne facciano tirocinio. Come pretendiamo che collaborino al catechismo dei figli se non sanno di che cosa si tratta durante le lezioni? Non basta prendere tra le mani i libretti del catechismo. A volte i genitori si chiedono che cosa si insegni ai loro bimbi nelle aule di catechismo e non riescono a saperlo. E’ capitato anche a me.  Di certe cose occorre fare esperienza diretta, personale, per capirle veramente. E con quelli che non saranno di turno come aiuto-catechisti organizziamo un incontro per prepararli a quel tirocinio. Sarà anche un’occasione per conoscerli meglio e per capire in che cosa possono essere più utili al lavoro comune.
   Concludo osservando che, quando si comincia a fare qualcosa di nuovo, è importante avere elenchi di persone per le cose che ci sono da fare. Questo è un lavoro fondamentale per chi presiede e deve fare le squadre.  Ad esempio: ci servono musicisti organizzare un coro parrocchiale. Allora facciamo un elenco con i musicisti e i cantanti del quartiere che sarebbero interessati a collaborare. Non dobbiamo fare conto solo con le forze che ci sono adesso, dobbiamo proporci di reclutarne di nuove. Cercarle. Questa azione può essere più efficacemente svolta dai sacerdoti della parrocchia: loro sono, come dire, reclutatori di professione. E’ nel loro carisma e nella loro missione, che prosegue quella del nostro Primo Maestro, andare in giro e dire “vieni e seguimi”.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli