Crescere
insieme in umanità nella vita di fede
Dalla
trasmissione Il pensiero del giorno, in onda su Radio Rai 1, alle ore 5:50 circa
(le puntate possono essere riascoltate sul sito www.pensierodelgiorno.rai.it )
Puntata
del 21 ottobre 2015
In
studio Gianni Valente, redattore dell’agenzia Fides.
“Nei tanti discorsi che in questi giorni
scorrono intorno alla grande questione della famiglia, il tema a cui è dedicato anche il Sinodo dei vescovi
in corso in questi giorni in Vaticano, si ascoltano parole vere e illuminanti,
ma anche slogan preconfezionati e schematismi fuorvianti.
Di certo, un buon antidoto ad ogni
cristallizzazione ideologica è sempre quello di non fermarsi alle dichiarazioni
di principio e di tener conto del vissuto concreto di quel mistero di amore,
sofferenza, fatica e speranza che si vive in ogni singola storia familiare,
caso per caso.
Un’altra coordinata con cui è bene sempre fare
i conti è il senso del limite, il senso della propria miseria umana, della
propria possibilità di fallimento, che è così connaturale anche allo sguardo
cristiano su tutte le cose.
Per cui, ecco, uno sguardo cristiano alla
vocazione e alla missione della famiglia, invece di dividere il mondo in sani e malati,
farà sicuramente tesoro dell’esperienza quotidiana per cui noi mortali non
siamo capaci mai di manifestare pienamente la fedeltà di Dio, il quale invece è
fedele anche se il popolo è sempre infedele.
Uno sguardo cristiano fa sempre tesoro dell’esperienza
di tanti matrimoni riusciti, quelli che durano alla prova del tempo, e dove
pure si tocca ogni giorno con mano che la fedeltà per tutta la vita è di fatto impossibile senza l’aiuto della grazia
di Dio. E quando ciò accade c’è solo da ringraziare il Signore in ginocchio, piangendo
di gioia per un grande dono che non si è meritato.”
I critici di Giuseppe Dossetti (1913-1996.
Eminente figura del laicato italiano, professore universitario di
diritto canonico, politico di primo piano, membro dell’Assemblea Costituente, poi prete, successivamente monaco, e infine ancora, anche, politico, in difesa dei principi
costituzionali che aveva contribuito a proclamare) gli rimproveravano di non
essere un teologo. Egli dichiarava di non volerlo essere. E io, da giovane, mi chiedevo
perché una persona così colta, con un così grande influsso culturale sulla
gente di fede, un uomo che sapeva parlare di teologia rendendola un’esperienza
spirituale formidabile, rifiutasse l’etichetta di teologo. Crescendo credo di averlo intuito.
La teologia è utile finché si limita ad
esplorare, descrivendone le profondità e le sfaccettature, la fede del suo
tempo, non quando pretende di tiranneggiarla ingabbiandola nei suoi schemi. La
comunicazione sociale della fede richiede di parlare secondo il gergo della
teologia, che è l’esposizione razionale della fede di un popolo in un certo
tempo, ma la fede viene prima della
teologia.
Se la teologia rimane discorso razionale
può scoprire le vie virtuose per le
quali, di generazione in generazione, il popolo di fede supera i problemi e
le tentazioni che si presentano nelle novità dei tempi. Se però pretende di
scrivere le leggi del cambiamento in modo che tutto, il passato, il presente e
il futuro, rimanga razionale e coerente, annullando, nei trattati che elabora sulle varie questioni, l’evoluzione, i
cambiamenti che ci sono stati
storicamente, così che la fede appaia sempre la stessa, sempre proprio la
stessa, identica in quanto immobile, immutata e immutabile, in un anelito di formale purismo ideologico, suscitando
addirittura l’orrore, l’esecrazione, la condanna inappellabile, per ogni
diversità di pensiero che non riesca a
far rientrare nei suoi schemi razionali, bollata come eresia e dunque peccato
mortale imperdonabile, allora la teologia fa male alla fede, e al popolo di
fede, diventa una cosa cattiva, fa
letteralmente scandalo, diventa un
ostacolo sulla via della fede. Non è cosa dei nostri tempi: è un problema
originario della nostra teologia e anche della nostra esperienza collettiva di
fede. E’ difficile farne memoria, ma farlo si deve: Karol Wojtyla, durante l’ultima
fase del suo ministero di padre e pastore universale, ci ha guidati a farlo, in
quella che ha chiamato purificazione
della memoria. Bisogna fare realisticamente e onestamente i conti con le
tremende aberrazioni che teologie cattive
hanno storicamente prodotto e, per certi versi, continuano a produrre.
La teologia, come ogni scienza, incontra dei
problemi razionali. Essi possono essere superati solo facendo i conti con la
realtà, osservando la vita com’è realmente. Così è, per come la vedo io, nelle
questioni sulla famiglia.
Ma le scritture sacre? Per nostra buona sorte
esse non sono trattati di teologia. La teologia ci ragiona su, ma esse non sono opere di teologia nel modo in cui ai tempi nostri si ritiene che si debba farle, e come molto precocemente, immediatamente dopo l'era apostolica, si è iniziato a farle, anche se talvolta nelle nostre scritture sacre indubbiamente si ragiona di fede ed anche in modo molto profondo. Ecco perché, di
epoca in epoca, ci si sono potute costruire sopra tante teologie, veramente molto diverse tra loro. Questo mi pare che si
possa dire anche per ciò che riguarda le questioni matrimoniali e familiari in genere. Nelle
scritture sacre troviamo modelli familiari diversissimi, addirittura la
poligamia e il concubinato. E il nostro Primo Maestro non ci ha lasciato un
insegnamento organico sul matrimonio. La dottrina sull’indissolubilità viene
ancorata a un suo detto piuttosto breve e scaturito da una discussione che non
era centrata sul matrimonio. Faceva poi riferimento al ripudio,
un antico istituto non assimilabile al divorzio
contemporaneo. L’ho scritto altre
volte: a dispetto dell’importanza eccezionale che oggi, nella nostra confessione
religiosa, si dà al matrimonio e alla famiglia, mi pare che negli scritti sacri
che sono scaturiti dalle nostre prime collettività religiose se ne parli poco.
Ci sono presentati pochi esempi di virtù in quel campo che possano essere presi
veramente come riferimento dai coniugi di oggi. Non è utile, ad esempio, il
modello mariano come ci viene presentato nelle scritture. Esso è invece molto
appropriato per descrivere l’impegno e la responsabilità di generare alla fede, di accettare la fede come missione
della vita, di lasciarsi sorprendere dalle realtà inimmaginabili della fede per
accettarle con amore e dedizione personale: nulla è impossibile in questa prospettiva.
Credo che il non voler essere teologo del
Dossetti abbia avuto il senso di mantenere quell’apertura alla realtà che
caratterizza ad esempio la visione del sociologo, che studia l’umanità così com’è
realmente, per capirne lo sviluppo e le potenzialità, per individuare i
problemi e per esplorarne le soluzioni. Nella nostra confessione religiosa la
teologia è divenuta la lingua di un potere ancora organizzato secondo una
struttura feudale, che a volte sembra avere come primo suo scopo la protezione
di sé medesima, usando la teologia come
arma e in questo modo ingessandola e costringendola, in fondo contro la sua
stessa vocazione scientifica, a costruire gabbie su gabbie dove rinchiudere il
popolo di fede e la sua vita.
Occorre
cambiare, ha detto l’altro giorno il nostro vescovo durante un’omelia a Santa
Marta, perché i tempi cambiano. Non
dobbiamo però aspettarci che la teologia sia l’avanguardia del cambiamento, in
particolare quella espressa dai nostri capi religiosi, in questi giorni riuniti
in sinodo. La teologia verrà dopo, forse molto dopo. Tuttavia, a noi che pensiamo di
riformare la vita della nostra parrocchia per essere Chiesa in uscita non è chiesto di essere teologi, ma di trovare una
via per crescere in umanità nella vita di fede, per far posto tra noi a tante
persone che ora si tengono lontano, e a volte lo fanno perché noi le abbiamo
fatte sentire a disagio, o addirittura criticate, maneggiando imprudentemente
il gergo teologico, distribuendo disinvoltamente patenti di eresia o di
malvagità, bollandole con una sorta di marchio d’infamia, pretendendo di far
loro indossare la ruvida tunica del penitente, quando esse sono solo persone
colpite dalla vita così com’è, bisognose di essere aiutate a cercare una via
per recuperare la felicità perduta. Così, talvolta, esibiamo orgogliosamente i
nostri matrimoni di lunga durata, la prole che ancora ci è affezionata, ci poniamo
come esempio di virtù disprezzando in fondo quelli che tutto questo non hanno
avuto nella loro vita, invece di “ringraziare
il Signore in ginocchio, piangendo di gioia per un grande dono che non si è
meritato”, come ha detto benissimo Valente nel pensiero che sopra ho
trascritto.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli