sabato 24 ottobre 2015

Crescere insieme in umanità nella vita di fede

Crescere insieme in umanità nella vita di fede

Dalla trasmissione Il pensiero del giorno,  in onda su Radio Rai 1, alle ore 5:50 circa (le puntate possono essere riascoltate sul sito www.pensierodelgiorno.rai.it )

Puntata del 21 ottobre 2015

In studio Gianni Valente, redattore dell’agenzia Fides.

 “Nei tanti discorsi che in questi giorni scorrono intorno alla grande questione della famiglia, il tema  a cui è dedicato anche il Sinodo dei vescovi in corso in questi giorni in Vaticano, si ascoltano parole vere e illuminanti, ma anche slogan preconfezionati e schematismi fuorvianti.
 Di certo, un buon antidoto ad ogni cristallizzazione ideologica è sempre quello di non fermarsi alle dichiarazioni di principio e di tener conto del vissuto concreto di quel mistero di amore, sofferenza, fatica e speranza che si vive in ogni singola storia familiare, caso per caso.
  Un’altra coordinata con cui è bene sempre fare i conti è il senso del limite, il senso della propria miseria umana, della propria possibilità di fallimento, che è così connaturale anche allo sguardo cristiano su tutte le cose.
 Per cui, ecco, uno sguardo cristiano alla vocazione e alla missione della famiglia, invece di dividere il mondo in sani  e malati, farà sicuramente tesoro dell’esperienza quotidiana per cui noi mortali non siamo capaci mai di manifestare pienamente la fedeltà di Dio, il quale invece è fedele anche se il popolo è sempre infedele.
  Uno sguardo cristiano fa sempre tesoro dell’esperienza di tanti matrimoni riusciti, quelli che durano alla prova del tempo, e dove pure si tocca ogni giorno con mano che la fedeltà per tutta la vita è di  fatto impossibile senza l’aiuto della grazia di Dio. E quando ciò accade c’è solo da ringraziare il Signore in ginocchio, piangendo di gioia per un grande dono che non si è meritato.”


  I critici di Giuseppe Dossetti (1913-1996. Eminente figura del laicato italiano,  professore universitario di diritto canonico, politico di primo piano, membro dell’Assemblea Costituente, poi prete, successivamente  monaco, e infine ancora, anche, politico, in difesa dei principi costituzionali che aveva contribuito a proclamare) gli rimproveravano di non essere un teologo. Egli dichiarava di non volerlo essere. E io, da giovane, mi chiedevo perché una persona così colta, con un così grande influsso culturale sulla gente di fede, un uomo che sapeva parlare di teologia rendendola un’esperienza spirituale formidabile, rifiutasse l’etichetta di teologo. Crescendo credo di averlo intuito.
  La teologia è utile finché si limita ad esplorare, descrivendone le profondità e le sfaccettature, la fede del suo tempo, non quando pretende di tiranneggiarla ingabbiandola nei suoi schemi. La comunicazione sociale della fede richiede di parlare secondo il gergo della teologia, che è l’esposizione razionale della fede di un popolo in un certo tempo,  ma la fede viene prima della teologia.
  Se la teologia rimane discorso razionale può  scoprire le vie virtuose per le quali,  di generazione in generazione, il popolo di fede supera i problemi e le tentazioni che si presentano nelle novità dei tempi. Se però pretende di scrivere le leggi del cambiamento in modo che tutto, il passato, il presente e il futuro, rimanga razionale e coerente, annullando, nei trattati che elabora sulle varie questioni, l’evoluzione, i cambiamenti  che ci sono stati storicamente, così che la fede appaia sempre la stessa, sempre proprio la stessa, identica in quanto immobile, immutata e immutabile, in un anelito di formale purismo ideologico, suscitando addirittura l’orrore, l’esecrazione, la condanna inappellabile, per ogni diversità di pensiero che non riesca  a far rientrare nei suoi schemi razionali, bollata come eresia e dunque peccato mortale imperdonabile, allora la teologia fa male alla fede, e al popolo di fede, diventa una  cosa cattiva, fa letteralmente scandalo, diventa un ostacolo sulla via della fede. Non è cosa dei nostri tempi: è un problema originario della nostra teologia e anche della nostra esperienza collettiva di fede. E’ difficile farne memoria, ma farlo si deve: Karol Wojtyla, durante l’ultima fase del suo ministero di padre e pastore universale, ci ha guidati a farlo, in quella che ha chiamato purificazione della memoria. Bisogna fare realisticamente e onestamente i conti con le tremende aberrazioni che teologie cattive hanno storicamente prodotto e, per certi versi, continuano a produrre.
  La teologia, come ogni scienza, incontra dei problemi razionali. Essi possono essere superati solo facendo i conti con la realtà, osservando la vita com’è realmente. Così è, per come la vedo io, nelle questioni sulla famiglia.
 Ma le scritture sacre? Per nostra buona sorte esse non sono trattati di teologia. La teologia ci ragiona su, ma esse non sono opere di teologia  nel modo in cui ai tempi nostri si ritiene che si debba farle, e come molto precocemente, immediatamente dopo l'era apostolica, si è iniziato a farle, anche se talvolta nelle nostre scritture sacre indubbiamente  si ragiona di fede ed anche in modo molto profondo. Ecco perché, di epoca in epoca, ci si sono potute  costruire sopra tante teologie, veramente molto diverse tra loro. Questo mi pare che si possa dire anche per ciò che riguarda le questioni matrimoniali e familiari in genere. Nelle scritture sacre troviamo modelli familiari diversissimi, addirittura la poligamia e il concubinato. E il nostro Primo Maestro non ci ha lasciato un insegnamento organico sul matrimonio. La dottrina sull’indissolubilità  viene ancorata a un suo detto piuttosto breve e scaturito da una discussione che non era centrata sul matrimonio. Faceva poi riferimento al  ripudio, un antico istituto non assimilabile al divorzio  contemporaneo. L’ho scritto altre volte: a dispetto dell’importanza eccezionale che oggi, nella nostra confessione religiosa, si dà al matrimonio e alla famiglia, mi pare che negli scritti sacri che sono scaturiti dalle nostre prime collettività religiose se ne parli poco. Ci sono presentati pochi esempi di virtù in quel campo che possano essere presi veramente come riferimento dai coniugi di oggi. Non è utile, ad esempio, il modello mariano come ci viene presentato nelle scritture. Esso è invece molto appropriato per descrivere l’impegno e la responsabilità di generare  alla fede, di accettare la fede come missione della vita, di lasciarsi sorprendere dalle realtà inimmaginabili della fede per accettarle con amore e dedizione personale: nulla  è impossibile  in questa prospettiva.
  Credo che il non voler essere teologo del Dossetti abbia avuto il senso di mantenere quell’apertura alla realtà che caratterizza ad esempio la visione del sociologo, che studia l’umanità così com’è realmente, per capirne lo sviluppo e le potenzialità, per individuare i problemi e per esplorarne le soluzioni. Nella nostra confessione religiosa la teologia è divenuta la lingua di un potere ancora organizzato secondo una struttura feudale, che a volte sembra avere come primo suo scopo la protezione di  sé medesima, usando la teologia come arma e in questo modo ingessandola e costringendola, in fondo contro la sua stessa vocazione scientifica, a costruire gabbie su gabbie dove rinchiudere il popolo di fede e la sua vita.
  Occorre cambiare, ha detto l’altro giorno il nostro vescovo durante un’omelia a Santa Marta, perché  i tempi cambiano. Non dobbiamo però aspettarci che la teologia sia l’avanguardia del cambiamento, in particolare quella espressa dai nostri capi religiosi, in questi giorni riuniti in sinodo. La teologia verrà dopo, forse molto dopo. Tuttavia, a noi che pensiamo di riformare la vita della nostra parrocchia per essere Chiesa in uscita non è chiesto di essere teologi, ma di trovare una via per crescere in umanità nella vita di fede, per far posto tra noi a tante persone che ora si tengono lontano, e a volte lo fanno perché noi le abbiamo fatte sentire a disagio, o addirittura criticate, maneggiando imprudentemente il gergo teologico, distribuendo disinvoltamente patenti di eresia o di malvagità, bollandole con una sorta di marchio d’infamia, pretendendo di far loro indossare la ruvida tunica del penitente, quando esse sono solo persone colpite dalla vita così com’è, bisognose di essere aiutate a cercare una via per recuperare la felicità perduta. Così, talvolta, esibiamo orgogliosamente i nostri matrimoni di lunga durata, la prole che ancora ci è affezionata, ci poniamo come esempio di virtù disprezzando in fondo quelli che tutto questo non hanno avuto nella loro vita, invece di “ringraziare il Signore in ginocchio, piangendo di gioia per un grande dono che non si è meritato”, come ha detto benissimo Valente nel pensiero  che sopra ho trascritto.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli