La
parrocchia come esperienza di massa
Riesce difficile pensare alla parrocchia come
ad un’esperienza di massa. Ma in realtà dovrebbe esserlo. La nostra parrocchia,
in particolare, dovrebbe essere la casa
di tutta la gente di fede delle Valli.
Chi lo dice? Lo ha detto il vescovo istituendola, cinquantanove anni fa (l’anno
prossimo è il sessantesimo anniversario dalla fondazione! Un’occasione per fare festa.)
Ricordate?
-dalla Costituzione Sacrosanto
Concilio, sulla liturgia, n.42
“Poiché nella sua Chiesa il
vescovo non può presiedere personalmente sempre e ovunque l’intero suo gregge,
deve costituire necessariamente dei gruppi di fedeli, tra cui hanno un posto
preminente le parrocchie organizzate localmente e poste sotto la guida di un
pastore che fa le veci del vescovo; esse infatti rappresentano in certo modo la
Chiesa visibile stabilita su tutta la terra.”
Che cosa notate nel brano che ho
sopra citato?
Prima viene la costituzione di un gruppo
di fedeli.
Poi viene l’organizzazione locale.
Infine viene il pastore, che fa le
veci del vescovo.
Questa
istituzione rappresenta in certo modo la Chiesa visibile stabilita su tutta
la terra, il mondo immenso, le moltitudini dei fedeli dappertutto nel
globo.
Prima del Concilio Vaticano 2° si ragionava
diversamente.
Si ritagliava una porzione di territorio
della diocesi, quest’ultima vista come la sede di una specie di principe religioso, il vescovo.
A questa porzione di territorio della diocesi
veniva poi assegnato un funzionario del principe religioso, che, come un
feudatario, esercitava il potere religioso in suo nome, vale a dire che si
nominava un parroco.
Poi veniva una certa porzione di popolo
che viveva entro i confini di quella porzione di territorio ed era soggetto all’autorità
del parroco.
Dal codice di diritto canonico
promulgato (=diffuso ufficialmente), nel 1917:
Canone (=articolo di una legge religiosa) n.
216.
Comma 1°.
Territorium cuiuslibet dioecesis dividatur in distinctas partes territoriales;
unicuique autem parti sua peculiaris ecclesia cum populo determinato est
assignanda, suusque peculiaris rector, tanquam proprius eiusdem pastor, est
praeficiendus pro necessaria animarum cura.
Comma 2°.
Pari modo vicariatus apostolicus et praefectura apostolica, ubi commode fieri
possit, dividantur.
Comma 3°. Partes dioecesis de
quibus in §1, sunt paroeciae; partes vicariatus apostolici ac praefecturae
apostolicae, si peculiaris rector eisdem fuerit assignatus, appellantur
quasiparoeciae.
Comma 4. Non possunt sine
speciali apostolico indulto constitui paroeciae pro diversitate sermonis seu
nationis fidelium in eadem civitate vel territorio degentium, nec paroeciae
mere familiares aut personales; ad constitutas autem quod attinet, nihil
innovandum, inconsulta Apostolica Sede.
Traduzione libera dal latino:
Comma 1°: Ogni diocesi sia divisa in
circoscrizioni territoriali: a ciascuna di essa sia assegnata una parte del
popolo e un capo, che la governi come suo pastore, per la cura delle anime.
Comma 2°: Anche i vicariati e le
prefetture apostoliche, se lo si possa fare agevolmente, siano divisi in
circoscrizioni territoriali.
Comma 3°: Le circoscrizioni territoriali
della diocesi di cui al comma 1° si chiamano parrocchie; quelle dei vicariati e
delle prefetture apostoliche quasi-parrocchie.
Comma 4°: Senza autorizzazione
apostolica non possono essere istituite parrocchie per i fedeli di una
determinata lingua o nazione, né parrocchie esclusivamente per una sola
famiglia o riferite ad un particolare gruppo di persone; comunque non si
modifichi nulla di ciò che è già stato istituito, senza aver consultato in
merito la Sede Apostolica.
Ecco invece come è presentata la parrocchia nel Codice di
diritto canonico promulgato nel 1983:
Canone 515
Comma 1°. La
parrocchia è una determinata comunità di fedeli che viene costituita
stabilmente nell'àmbito di una Chiesa particolare, la cui cura pastorale è affidata, sotto l'autorità del Vescovo
diocesano, ad un parroco quale suo proprio pastore.
Comma 2. Spetta unicamente al Vescovo diocesano erigere,
sopprimere o modificare le parrocchie; egli non le eriga, non le sopprima e non
le modifichi in modo rilevante senza aver sentito il consiglio presbiterale.
E’ evidente l’assonanza con
il brano del documento conciliare che ho trascritto all’inizio.
Come viene scelta la
comunità particolare di fedeli da costituire in parrocchia?
In linea di principio,
sulla base di un criterio territoriale.
Quindi si individua, per costituire una comunità di fedeli in parrocchia, la
gente che abita in un certo territorio.
Infatti:
Canone 518
- Come regola generale, la parrocchia sia territoriale, tale cioè che comprenda
tutti i fedeli di un determinato territorio; dove però risulti opportuno,
vengano costituite parrocchie personali, sulla base del rito, della lingua,
della nazionalità dei fedeli di un territorio, oppure anche sulla base di altri
criteri.
Dal momento in cui viene costituita una parrocchia territoriale, inizia il lavoro della gente di fede per farsi popolo e per mantenersi tale stabilmente, creando una tradizione, in cui i più giovani apprendano dai più anziani ad esserlo e i più anziani lo siano in modo sempre adeguato alle novità dei tempi (acquisendo consapevolezza delle Rerum Novarum, appunto delle novità, che dalla fine dell'Ottocento è ritenuto importante prendere in considerazione anche nella vita di fede). Non basta infatti il decreto del vescovo per fare diventare popolo la gente che abita vicina, in un certo territorio. E' proprio in questo che noi di San Clemente papa dobbiamo riconoscere di aver gravemente mancato.
Dal momento in cui viene costituita una parrocchia territoriale, inizia il lavoro della gente di fede per farsi popolo e per mantenersi tale stabilmente, creando una tradizione, in cui i più giovani apprendano dai più anziani ad esserlo e i più anziani lo siano in modo sempre adeguato alle novità dei tempi (acquisendo consapevolezza delle Rerum Novarum, appunto delle novità, che dalla fine dell'Ottocento è ritenuto importante prendere in considerazione anche nella vita di fede). Non basta infatti il decreto del vescovo per fare diventare popolo la gente che abita vicina, in un certo territorio. E' proprio in questo che noi di San Clemente papa dobbiamo riconoscere di aver gravemente mancato.
La nostra parrocchia è stata appunto istituita come territoriale: la
comunità che la costituisce comprende gran parte del quartiere delle Valli,
fino a piazza Conca d’Oro. Dai dati
dell’ultimo censimento, le Valli sono abitate complessivamente da circa
ventimila persone, buona parte delle quali rientrano nella nostra comunità
parrocchiale. Di queste, secondo la media nazionale, un buon 80% può
annoverarsi tra i fedeli. Tenendo
conto che, in realtà, anche la gente che abita nei primi edifici oltre piazza
Conca d’Oro, prossimi alla piazza, gravita intorno alla nostra parrocchia per
ragioni di comodità, anche se territorialmente fa parte della comunità
parrocchiale degli Angeli Custodi, possiamo stimare in circa quindicimila
persone la nostra comunità parrocchiale. La nostra quindi è, o almeno dovrebbe
essere, una esperienza parrocchiale di
massa. Quante di queste persone fanno
effettivamente comunità con noi, vale a dire vengono in parrocchia
come a casa propria? Se devo giudicare dal numero di persone che frequentano le
messe domenicali, direi, al massimo, intorno alle settecento. Secondo la media nazionale dei praticanti dovrebbero essere almeno il triplo. Se però consideriamo il numero di coloro che nelle statistiche vengono chiamati convinti e attivi, di quei settecento ne rimangono, credo, circa la metà. E di questi, pochi, troppo pochi!, sono i bambini condotti tra noi per la prima iniziazione religiosa, pochissimi i ragazzi per quella di secondo livello e un numero ancora più esiguo di giovani più grandi. Ecco l'enormità di ciò che è successo da noi, alle Valli! Questa differenza tra i
quindicimila e i settecento, o forse sarebbe più giusto dire i trecentocinquanta, se non ci bastano i praticanti, ma vogliamo veramente fare popolo, misura le dimensioni del lavoro che dobbiamo fare.
C’è chi dispera di
poterlo fare. La nostra chiesa parrocchiale non sarà mai più piena di gente, dice. Ma, se
bastasse questo, saremmo già a buon punto. La nostra chiesa parrocchiale è
sottodimensionata rispetto alle esigenze del quartiere, la si riempie
facilmente. Ad un certo punto, alla Messa con il vescovo per l’insediamento di
don Remo, il nuovo pastore che ci è stato inviato, c’erano solo posti in piedi.
E non si tratta, poi, semplicemente di riempire
la chiesa. Non è una folla che ci serve, ma fare comunità. Questo ci
riesce difficile, se proviamo a confrontarci con i grandi numeri. Allora
preferiamo ragionare su scala più piccola: è ciò che si è fatto negli ultimi
trent’anni, un periodo molto lungo, equivalente a una generazione. Gli effetti
sono sotto gli occhi di tutti, in modo veramente eclatante. Abbiamo speso tutte
le nostre forze per far crescere comunità molto coese di qualche centinaio di
persone, neanche tutte veramente della
parrocchia ma immigrate da fuori, con un
impegno gravosissimo per i sacerdoti della parrocchia, e ora abbiamo ciò per
cui abbiamo lavorato: una comunità di
comunità di poche centinaia di
persone.
Non dobbiamo pensare di
scaricarci della responsabilità di ciò che è accaduto attribuendola solo al
parroco precedente. Siamo noi, tutti noi, in questione. Noi che, in fondo,
abbiamo trovato più comodo fare conto che gli altri, quelle tante migliaia di
fuori, non ci fossero perché non volevano esserci e amen. Così si stava più
larghi. Con i preti tutti per noi. Nessuna diaconia a nostro carico. I soliti
mugugni, questo non va, quest’altro pure,
quella statua perché non la mette lì?,
perché non fa così e cosà?, vedi quello che dice, guarda quelli che fanno, e il
parroco perché non fa questo e quest’altro?, e via maldicendo, secondo i costumi
parrocchiali di sempre. Mai che ci si sentisse risuonare nel cuore il tremendo
appello biblico: “Dove sono i vostri
fratelli?”. Quelle migliaia che
dovevano essere tra noi e che noi abbiamo trascurato, pensando a noi, solo a
noi, sempre solo a noi stessi, magari chiacchierando anche di apostolato e presentandoci come il resto fedele tra pagani incalliti. Quella gente alla quale
anche noi laici, insieme ai sacerdoti della parrocchia, veramente tanto più
meritevoli di noi, eravamo stati inviati in missione.
In questa alba dell’Ottavo giorno, il giorno della grande
festa della nostra fede, sento veramente di dovermi pentire di ciò che è stato
e di dover cambiare. E cambiare si può, cambiare si deve. Ma ci si smarrisce a
pensare di doverlo fare con le nostre sole forze. Niente paura. Ci è stato inviato, per aiutarci a farlo, un
nuovo apostolo, un nuovo pastore. Il vescovo ci ha detto che è per nove anni. Forse basteranno per
ricominciare. Seguiamolo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte
Sacro, Valli