Critiche
e autocritica
Nei giorni passati ho fatto alcune
osservazioni critiche sul modo in cui si è fatta parrocchia negli anni passati,
in particolare dagli anni ’90. Esse sostanzialmente valgono anche come
autocritica. Anch’io, infatti, mi sono andato a cercare le parrocchie e gli
ambienti religiosi che mi piacevano di più, dove c’era gente più interessante,
dove pensavo di poter fare esperienze più gratificanti.
Nel ’66 fui portato a fare lo scout nella
parrocchia degli Angeli Custodi, perché da noi si era sciolto il gruppo scout
che c’era (un reparto di scout nautici).
Ci rimasi circa dieci anni. Non si è scout per sempre, salvo che ci si impegni a
fare il capo. Ad un certo punto si parte, si va verso la vita vera. A
quel punto, negli anni in cui da noi cominciò a manifestarsi la crisi della
quale oggi osserviamo gli effetti per così dire terminali, mia madre, che faceva la catechista in parrocchia e che
aveva cominciato l’esperienza universitaria all’Ateneo Salesiano in scienze
dell’educazione, mi propose di tornare in parrocchia, ma io non accolsi il suo
invito. Bisogna dire che la mia formazione religiosa all’epoca era ancora
incompleta. Poi, però, dopo l’esperienza in FUCI, dopo aver accostato più
seriamente certi rudimenti di teologia e aver preso coscienza dei problemi
delle collettività religiose in Italia, ancora rimasi estraneo alla parrocchia.
La ragione era che non amavo il nostro quartiere e la sua parrocchia. Cresciuto
a Monte Sacro - Città giardino, mi pareva che là si vivesse meglio che tra i
nostri casermoni. Era proprio la
gente delle nostre parti, in particolare i miei coetanei, che non mi piaceva.
Quando poi fui costretto ad avvicinarmi alla parrocchia per l’iniziazione
religiosa delle mie figlie, era troppo tardi per fare qualcosa. O forse no?
Comunque mi mantenni estraneo anche allora, limitandomi, di quando in quando,
ad esercitare il ruolo di grillo parlante,
come spesso faccio su questo blog. Ma le occasioni di farlo erano quasi nulle.
ll mio vero ritorno in parrocchia fu determinato dalla prospettiva
della morte imminente e di un mio funerale, al tempo in cui mi ammalai
gravemente. Mi resi conto che le mie esequie sarebbero state per la parrocchia
quelle di un estraneo e che questo avrebbe inciso molto sulla vita di fede
delle mie figlie. Allora aderii all’AC parrocchiale, l’unico gruppo che
praticava la cultura religiosa in cui mi ero formato, quella della FUCI e del
MEIC, e a messa mi misi al primo banco, perché i sacerdoti imparassero a
familiarizzarsi con me, perché poi, al funerale non dicessero, come li avevo
talvolta sentiti dire in simili occasioni: “io
non lo conoscevo, ma mi dicono che fosse buono”. Mi sarebbe piaciuto avere
un funerale come quello di mio zio Aristide, anche lui vissuto a lungo e morto
nel quartiere: la sua messa funebre era piena di gente. Quel mio zio era stato
una persona socievole e stimata nel quartiere e la gente accorse a dargli, come si dice, l’ultimo
saluto. Per me, pensavo, sarebbe stato molto diverso se non mi sbrigavo a fare
qualcosa.
Poi inaspettatamente sono sopravvissuto. Sono
vissuto nel secolo giusto, ha osservato il mio dentista: la medicina può fare
cose che un tempo sarebbero state considerate miracoli. Ma, religiosamente,
credo che questo sopravvivere abbia un senso anche in una visione di fede. Non
solo, quindi, sono riusciti a mantenermi in vita, ma, anche, mi è stato consentito di sopravvivere, nel
senso che questo mio essere ancora in
vita può anche avere il significato religioso
di un’ulteriore opportunità che mi è stata data di fare qualcosa in un’ottica
di fede, di recuperare quello che non fu fatto anni prima.
Dunque: il centro di tutto è l’amore per la gente del quartiere.
Dobbiamo chiederci se le siamo estranei perché, in realtà non l’amiamo e,
innanzi tutto, non la stimiamo, non apprezziamo quello che pensa e che fa.
Forse veramente la disprezziamo? Certe volte ho sentito dire in chiesa: “Vi scivola tutto addosso!”. Non è
questo il segno di un disamore, di un disprezzo? Vorremmo che gli altri fossero
diversi da come sono, nella fede e in molte altre cose. Ma gli altri resistono
e allora noi ci separiamo da loro. Non è questo in fondo proprio la ragione
della mia lunga personale estraneità alla parrocchia, dove pure avevo fatto il
catechismo e avevo ricevuto Prima Comunione e Cresima?
Io penso che si debba ripartire da lì, se si
vuole proprio farlo, e farlo bisogna, si deve, è la missione che il nostro
vescovo ha dato al nostro nuovo parroco, ma in lui anche a tutti noi del suo
gregge.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa
- Roma, Monte Sacro, Valli