giovedì 22 ottobre 2015

Critiche e autocritica

Critiche e autocritica

 Nei giorni passati ho fatto alcune osservazioni critiche sul modo in cui si è fatta parrocchia negli anni passati, in particolare dagli anni ’90. Esse sostanzialmente valgono anche come autocritica. Anch’io, infatti, mi sono andato a cercare le parrocchie e gli ambienti religiosi che mi piacevano di più, dove c’era gente più interessante, dove pensavo di poter fare esperienze più gratificanti.
   Nel ’66 fui portato a fare lo scout nella parrocchia degli Angeli Custodi, perché da noi si era sciolto il gruppo scout che c’era (un reparto di scout nautici). Ci rimasi circa dieci anni. Non si è  scout per sempre, salvo che ci si impegni a fare il capo. Ad un certo punto si parte, si va verso la vita vera. A quel punto, negli anni in cui da noi cominciò a manifestarsi la crisi della quale oggi osserviamo gli effetti per così dire terminali, mia madre, che faceva la catechista in parrocchia e che aveva cominciato l’esperienza universitaria all’Ateneo Salesiano in scienze dell’educazione, mi propose di tornare in parrocchia, ma io non accolsi il suo invito. Bisogna dire che la mia formazione religiosa all’epoca era ancora incompleta. Poi, però, dopo l’esperienza in FUCI, dopo aver accostato più seriamente certi rudimenti di teologia e aver preso coscienza dei problemi delle collettività religiose in Italia, ancora rimasi estraneo alla parrocchia. La ragione era che non amavo il nostro quartiere e la sua parrocchia. Cresciuto a Monte Sacro - Città giardino, mi pareva che là si vivesse meglio che tra i nostri casermoni. Era proprio la gente delle nostre parti, in particolare i miei coetanei, che non mi piaceva. Quando poi fui costretto ad avvicinarmi alla parrocchia per l’iniziazione religiosa delle mie figlie, era troppo tardi per fare qualcosa. O forse no? Comunque mi mantenni estraneo anche allora, limitandomi, di quando in quando, ad esercitare il ruolo di grillo parlante, come spesso faccio su questo blog. Ma le occasioni di farlo erano quasi nulle. ll mio vero ritorno  in parrocchia fu determinato dalla prospettiva della morte imminente e di un mio funerale, al tempo in cui mi ammalai gravemente. Mi resi conto che le mie esequie sarebbero state per la parrocchia quelle di un estraneo e che questo avrebbe inciso molto sulla vita di fede delle mie figlie. Allora aderii all’AC parrocchiale, l’unico gruppo che praticava la cultura religiosa in cui mi ero formato, quella della FUCI e del MEIC, e a messa mi misi al primo banco, perché i sacerdoti imparassero a familiarizzarsi con me, perché poi, al funerale non dicessero, come li avevo talvolta sentiti dire in simili occasioni: “io non lo conoscevo, ma mi dicono che fosse buono”. Mi sarebbe piaciuto avere un funerale come quello di mio zio Aristide, anche lui vissuto a lungo e morto nel quartiere: la sua messa funebre era piena di gente. Quel mio zio era stato una persona socievole e stimata nel quartiere e la gente  accorse a dargli, come si dice, l’ultimo saluto. Per me, pensavo, sarebbe stato molto diverso se non mi sbrigavo a fare qualcosa.
 Poi inaspettatamente sono sopravvissuto. Sono vissuto nel secolo giusto, ha osservato il mio dentista: la medicina può fare cose che un tempo sarebbero state considerate miracoli. Ma, religiosamente, credo che questo sopravvivere abbia un senso anche in una visione di fede. Non solo, quindi, sono riusciti a mantenermi in vita, ma, anche, mi è stato consentito di sopravvivere, nel senso  che questo mio essere ancora in vita può anche  avere il significato religioso di un’ulteriore opportunità che mi è stata data di fare qualcosa in un’ottica di fede, di recuperare quello che non fu fatto anni prima.
 Dunque: il centro di tutto è l’amore per la gente del quartiere. Dobbiamo chiederci se le siamo  estranei perché, in realtà non l’amiamo e, innanzi tutto, non la stimiamo, non apprezziamo quello che pensa e che fa. Forse veramente la disprezziamo? Certe volte ho sentito dire in chiesa: “Vi scivola tutto addosso!”. Non è questo il segno di un disamore, di un disprezzo? Vorremmo che gli altri fossero diversi da come sono, nella fede e in molte altre cose. Ma gli altri resistono e allora noi ci separiamo da loro. Non è questo in fondo proprio la ragione della mia lunga personale estraneità alla parrocchia, dove pure avevo fatto il catechismo e avevo ricevuto Prima Comunione e Cresima?
  Io penso che si debba ripartire da lì, se si vuole proprio farlo, e farlo bisogna, si deve, è la missione che il nostro vescovo ha dato al nostro nuovo parroco, ma in lui anche a tutti noi del suo gregge.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa  - Roma, Monte Sacro, Valli