giovedì 1 ottobre 2015

Apostolato

Apostolato

  Si sente parlare spesso in religione di apostolato dei laici. I saggi del Concilio tenutosi qui a Roma dal 1962 al 1965 vi dedicarono un documento, il decreto Apostolicam actuositatem, che significa appunto Apostolato. L’apostolato dei laici viene qualche volta confuso con un’attività di propaganda religiosa. In realtà l’apostolato, in religione, è molto di più.
 In quasi tutte le confessioni religiose della nostra fede si distinguono persone che svolgono il ruolo di apostoli, che significa formatori e guide religiose delle collettività di fede dai quali sono emersi, anche se non in tutte le collettività della nostra fede è stato istituito un clero al modo della nostra confessione, quindi un corpo specializzato nettamente distinto, per condizioni di vita e poteri religiosi dei suoi appartenenti, dagli altri fedeli.
  Sono individuabili tre modelli di apostolo: quello di Pietro, quello di Paolo di Tarso e quello di Mattia, colui che fu scelto per integrare il collegio dei primi apostoli dopo la defezione e il suicidio di Giuda Iascariota. Pietro fu scelto direttamente dal nostro primo Maestro, come tutti i primi apostoli. Paolo di Tarso fu legittimato da una visione. Mattia fu scelto dalla propria collettività. Di questi tre solo Paolo aveva ricevuto una certa formazione culturale e religiosa, un po’ al modo dei nostri sacerdoti. Mattia era uno di coloro che avevano accompagnato gli apostoli al tempo della predicazione del primo Maestro e per questo fu candidato a sostituire Giuda Iscariota, così è scritto (Atti degli apostoli 1, 21-26); poi fu favorito dalla sorte, perché lo scrutinio tra lui e l’altro candidato, Giuseppe, detto Barsabba, o anche Giusto, fu deciso con un sorteggio. Non si sa per quali motivi venne scelto Pietro.
  Nella nostra confessione religiosa non basta avere una visione per essere costituiti apostoli, così come non bastò a Paolo di Tarso, il quale, dopo l’evento straordinario che lo aveva colto sulla via di Damasco, fu inviato a una collettività della nostra fede di quella città per avere aperti gli occhi. Ricevette infatti l’imposizione  delle mani da Ananìa e riebbe la vista. Poi si distinse nella predicazione, divenendo sempre più convincente (Atti degli Apostoli 9, 1-22). E la scelta dei nostri apostoli prevede un vaglio della loro vita e delle loro capacità che è fatto dai capi del nostro clero, dopo che i candidati alla missione di apostolo hanno ricevuto una complessa formazione. In altre confessioni della nostra fede la scelta è fatta da assemblee di fedeli, un po’ come accadde per l’apostolo Mattia. Coloro che sono costituiti apostoli (la parola apostolo  deriva da un termine del greco antico che significa inviato) girano per le collettività di fede per istruirle, formarle e dirigerne la liturgia, secondo il modello che vediamo espresso dagli apostoli Pietro e Paolo. Nella nostra collettività di fede gli apostoli  sono anche qualcosa di più, perché esercitano, come si dice, funzioni di governo, di capi politici  (in senso lato) di collettività (il Papa attualmente è anche un capo di stato e in passato lo furono alcuni vescovi, al  modo dei signori feudali). Nei due millenni della storia della nostra confessione religiosa questa funzione è divenuta molto importante e ha generato un’organizzazione strutturata sul modello feudale, con monarchi assoluti a diversi livelli, tra loro federati e soggetti all’autorità di un papa-imperatore. Essa però non è essenziale né alla nostra collettività né all’apostolato costituito. Può pensarsi, ad esempio, un modello di vescovo non costituito come un monarca assoluto sulla sua diocesi; lo stesso è per il parroco. Se ne discute per lo stesso papa, che attualmente è un vescovo egemone su tutti gli altri vescovi e su tutti gli altri fedeli.
  Ma dal Cinquecento si è pensato anche ad una funzione più diffusa dell’apostolato, esercitabile da tutti i fedeli, pur permanendo la necessità di apostoli costituiti per dedicarsi esclusivamente o prevalentemente e con continuità a funzioni di formazione religiosa e di guida liturgica. Per attuare questa idea fu necessario pensare anche ad una formazione più estesa della gente di fede. Leggendo da ragazzo il libro Le avventure di Tom Sawyer mi stupii nell’apprendere che ai ragazzini di quella storia si cercava di far imparare a memoria l’intera Bibbia. Quest’idea di apostolato comune fu ripresa dai saggi dell’ultimo Concilio. Ecco che quindi da allora anche tra noi si è puntato ad una formazione migliore dei laici di fede, di coloro che in passato venivano considerati solo come un gregge da dirigere e da cui si pretendeva solamente che si lasciassero dirigere. In quest’ottica la formazione di fede dovrebbe essere permanente. Questo dovrebbe essere uno dei principali obiettivi catechistici.
 Il primo campo dell’apostolato comune dei laici è quello che si svolge in famiglia, nell’educazione dei figli: qui è particolarmente evidente che anche quell’apostolato, come quello dei preti e dei vescovi, non significa propaganda, ma  formazione  e guida  religiosa.

Mario Ardigò  - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli