Apostolato
Si sente parlare spesso in religione di apostolato dei laici. I saggi del Concilio
tenutosi qui a Roma dal 1962 al 1965 vi dedicarono un documento, il decreto Apostolicam actuositatem, che significa
appunto Apostolato. L’apostolato dei
laici viene qualche volta confuso con un’attività di propaganda religiosa. In
realtà l’apostolato, in religione, è molto di più.
In quasi tutte le confessioni religiose della
nostra fede si distinguono persone che svolgono il ruolo di apostoli, che significa formatori e
guide religiose delle collettività di fede dai quali sono emersi, anche se non
in tutte le collettività della nostra fede è stato istituito un clero al modo
della nostra confessione, quindi un corpo specializzato nettamente distinto, per condizioni
di vita e poteri religiosi dei suoi appartenenti, dagli altri fedeli.
Sono individuabili tre modelli di apostolo: quello di Pietro, quello di
Paolo di Tarso e quello di Mattia, colui che fu scelto per integrare il
collegio dei primi apostoli dopo la defezione e il suicidio di Giuda
Iascariota. Pietro fu scelto direttamente dal nostro primo Maestro, come tutti
i primi apostoli. Paolo di Tarso fu legittimato da una visione. Mattia fu
scelto dalla propria collettività. Di questi tre solo Paolo aveva ricevuto una
certa formazione culturale e religiosa, un po’ al modo dei nostri sacerdoti.
Mattia era uno di coloro che avevano accompagnato gli apostoli al tempo della
predicazione del primo Maestro e per questo fu candidato a sostituire Giuda
Iscariota, così è scritto (Atti degli apostoli 1, 21-26); poi fu favorito dalla
sorte, perché lo scrutinio tra lui e l’altro candidato, Giuseppe, detto
Barsabba, o anche Giusto, fu deciso con un sorteggio. Non si sa per quali
motivi venne scelto Pietro.
Nella nostra confessione religiosa non basta
avere una visione per essere costituiti apostoli, così come non bastò a Paolo
di Tarso, il quale, dopo l’evento straordinario che lo aveva colto sulla via di
Damasco, fu inviato a una collettività della nostra fede di quella città per
avere aperti gli occhi. Ricevette infatti l’imposizione
delle mani da Ananìa e riebbe la
vista. Poi si distinse nella predicazione, divenendo sempre più convincente
(Atti degli Apostoli 9, 1-22). E la scelta dei nostri apostoli prevede un
vaglio della loro vita e delle loro capacità che è fatto dai capi del nostro
clero, dopo che i candidati alla missione di apostolo hanno ricevuto una
complessa formazione. In altre confessioni della nostra fede la scelta è fatta
da assemblee di fedeli, un po’ come accadde per l’apostolo Mattia. Coloro che
sono costituiti apostoli (la parola apostolo deriva da un termine del greco antico che
significa inviato) girano per le
collettività di fede per istruirle, formarle e dirigerne la liturgia, secondo
il modello che vediamo espresso dagli apostoli Pietro e Paolo. Nella nostra
collettività di fede gli apostoli sono anche qualcosa di più, perché esercitano,
come si dice, funzioni di governo, di
capi politici (in senso lato) di collettività (il Papa attualmente è anche un capo di stato e in passato lo furono alcuni vescovi, al modo dei signori feudali). Nei
due millenni della storia della nostra confessione religiosa questa funzione è
divenuta molto importante e ha generato un’organizzazione strutturata sul
modello feudale, con monarchi assoluti a diversi livelli, tra loro federati e
soggetti all’autorità di un papa-imperatore. Essa però non è essenziale né alla nostra
collettività né all’apostolato costituito. Può pensarsi, ad esempio, un modello
di vescovo non costituito come un monarca assoluto sulla sua diocesi; lo stesso
è per il parroco. Se ne discute per lo stesso papa, che attualmente è un vescovo egemone su tutti gli altri
vescovi e su tutti gli altri fedeli.
Ma dal Cinquecento si è pensato anche ad una
funzione più diffusa dell’apostolato, esercitabile da tutti i fedeli, pur
permanendo la necessità di apostoli costituiti per dedicarsi esclusivamente o
prevalentemente e con continuità a funzioni di formazione religiosa e di guida liturgica. Per
attuare questa idea fu necessario pensare anche ad una formazione più estesa
della gente di fede. Leggendo da ragazzo il libro Le avventure di Tom Sawyer mi stupii nell’apprendere che ai
ragazzini di quella storia si cercava di far imparare a memoria l’intera
Bibbia. Quest’idea di apostolato comune
fu ripresa dai saggi dell’ultimo Concilio. Ecco che quindi da allora anche tra noi si è puntato ad una
formazione migliore dei laici di fede, di coloro che in passato venivano
considerati solo come un gregge da dirigere e da cui si pretendeva solamente
che si lasciassero dirigere. In quest’ottica la formazione di fede dovrebbe
essere permanente. Questo dovrebbe essere uno dei principali obiettivi
catechistici.
Il primo campo dell’apostolato comune dei laici è quello che si svolge in famiglia,
nell’educazione dei figli: qui è particolarmente evidente che anche quell’apostolato, come quello dei preti e dei
vescovi, non significa propaganda, ma
formazione e guida religiosa.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli