L’urgenza
dell’aggiornamento della catechesi
A volte si fanno tanti bei progetti di
rinnovamento, ma poi si è travolti dalle emergenze del quotidiano. La nostra
principale urgenza è quella dell’aggiornamento della catechesi. Occorre
provvedere all’iniziazione di primo e secondo livello: a giorni bisogna aprire
le iscrizioni dei ragazzi. La catechesi per la Prima Comunione e quella per la Cresima sono inderogabili, un
impegno primario per una parrocchia.
Che cosa non va?
Sono due i campi da aggiornare: l’approccio
fondamentalista ai temi della sessualità e della famiglia e l’inesistenza dell’informazione
sulla storia della nostra collettività religiosa e delle sue concezioni
giuridiche. Si tratta di temi cruciali nella formazione del laico di fede, ma
anche per il successo della catechesi. Quest’ultima deve proporsi di
raggiungere più persone possibile, non di selezionare un piccolo resto della gente, quello disposto da subito a fare
tutto quello che pretendiamo da un fedele in religione e a sottomettersi in
ogni cosa alla nostra disciplina. In metafora: bisogna seminare su un campo
molto vasto, non costruire piccole serre protette. Le catechesi di primo e
secondo livello, in particolare, devono proporsi di acclimatare il maggior
numero di persone alle vita e ai concetti principali di fede. In modo che poi
ci si possa costruire ancora sopra, in fasi successive della loro vita.
Ma che complicazioni ci sono? C’è un legge,
chi non la rispetta è fuori. Altrimenti di cedimento in cedimento rinunceremmo
a tutto l’essenziale della nostra fede. E’ l’idea dell’effetto valanga,
sostenuta autorevolmente in questi giorni da alcuni alti dignitari
ecclesiastici. Concediamo la Comunione ai divorziati risposati e allora poi
dovremmo cedere sui contraccettivi e poi sarà fatale anche cedere sulle unioni
omosessuali e chissà su che altro ancora. Non sto immaginandomi polemiche, sto
scrivendo di quelle che si sono sviluppate tra la prima e la seconda sessione,
che inizierà a giorni, del sinodo dei vescovi sui problemi della famiglia.
Nella catechesi parrocchiale, non siamo però
obbligati a impelagarci nelle controversie di teologia morale che di questi
tempi si accendono. Anzi, non dovremmo farlo. Dovremmo partire dalla situazione
come la osserviamo nella nostra gente.
Volersi
veramente bene, nei rapporti che riguardano il sesso, che sono una parte molto
importante della nostra umanità, è una conquista che ognuno di noi fa nella
propria vita, e che fa in maniera piuttosto diversa, in genere, da come la
fanno gli altri, a seconda delle situazioni particolari in cui si trova. Poiché
è uno sviluppo in cui contano le collettività in cui si è immersi, noi, in
religione, possiamo influire collettivamente su come la gente cresce nella
propria sessualità, su come arriva a costruirsi una famiglia. Per farlo la
dobbiamo tenere vicina agli ambienti religiosi. Se però poniamo come condizione
inderogabile per tenercela quella che rispetti da subito, sempre e in tutto, ciò
che è legge nella fede, allora la perdiamo. E sarà molto peggio. Allontanandosi
perderà dimestichezza con le cose della fede, non riuscirà più a capirle,
abbandonerà l’abitudine alla preghiera personale, e alla fine la religione
nella sua vita sarà una specie di contorno magico.
Dare una sufficiente informazione storica può
servire a far capire che ci sono state cose che non sono cambiate dalle origini
e altre che si sono costruite a seconda dei tempi. Ad esempio l’idea che in
religione ci si dovesse impegnare per realizzare legami coniugali molto forti è
molto antica. Tutto il diritto che in religione si è costruito sopra questa
convinzione ha invece avuto una storia più complessa e risale sostanzialmente
al secondo millennio della nostra fede. E quando c’è di mezzo il diritto
significa che su certi temi c’entrano discorsi di potere. Il diritto infatti
emerge quando c’è un’autorità pubblica che vuole mettere ordine tra la gente
che domina. E’ andata così anche in religione. Quando i nostri capi religiosi
si sono costruiti un’organizzazione simile a uno stato, hanno costruito anche
un diritto e istituito dei giudici. Hanno quindi poi costruito il matrimonio
come istituto giuridico e da questo momento la violazione delle regole in materia sono divenute questione di lesa
maestà. Lo scisma anglicano, nel Cinquecento, è scoppiato su una questione matrimoniale
del sovrano inglese, ma il contenzioso era molto più vasto e riguardava la misura
del potere di due potenze: la Corona inglese e il Papato. In una prospettiva
storica, allora, possiamo affrontare più serenamente certe questioni che
sembrano di solito drammaticamente insolubili. L’importante è mirare all’essenziale: il processo sociale
di adattamento di ciò che è mutevole con i tempi proseguirà e poi si
raggiungerà un nuovo equilibrio, come storicamente è sempre avvenuto. Ecco: ai
tempi nostri viviamo tempi di cambiamento di ciò che può effettivamente
cambiare, ad esempio la disciplina giuridica della famiglia. Ma noi, nella
catechesi, non siamo obbligati a schierarci, anzi, come ho scritto prima, non
dovremmo farlo. E ciò in particolare nella catechesi di primo e secondo
livello.
Bisogna prendere coscienza che, dagli anni
70, le questioni sulla sessualità e sulla famiglia sono diventate terreno di
scontro tra varie fazioni che si contendono il potere nella nostra
organizzazione religiosa. Così un insegnamento di fede che voleva essere
rivolto a tutti è stato preso come bandiera dal nostro fondamentalismo e
brandeggiato contro quelli delle fazioni opposte. E su questi argomenti ci si
conta e ci si divide. Noi non dobbiamo farlo in parrocchia.
Dobbiamo prendere atto, in particolare, che
le pretese che abbiamo sui giovani in materia di sessualità non sono da loro
sostenibili, nel senso che solo un’esigua minoranza riesce, in qualche tempo della
propria vita, a osservarle, anche se poi
la grande maggioranza di quegli stessi giovani nella propria vita crea legami
coniugali piuttosto stabili. Vale a dire che la volubilità sessuale giovanile
non dura tutta la vita e tende ad essere padroneggiata nell’età adulta. Penso
che si debba puntare a favorire questa crescita, abbandonando atteggiamenti
fondamentalisti che porterebbero solo all’esclusione della maggior parte dei
nostri giovani dalla vita parrocchiale.
Io riserverei i discorsi più precisi sull’indissolubilità
matrimoniale a un tempo successivo alla prima iniziazione di fede e, in
particolare, alla catechesi matrimoniale. Si tratta di un argomento che non
rientra nelle prospettive degli adolescenti.
In genere ci si sposa molto più tardi. Spingere a matrimoni precoci può
generare poi matrimoni fatalmente instabili per insufficiente maturazione dei
coniugi e addirittura nulli, materia per i giudici ecclesiastici, per scarsa e
insufficiente interiorizzazione degli impegni di fede che si prendono.
Il rischio poi di un approccio imprudente e
troppo precoce ai temi dell’indissolubilità matrimoniale è quello di
discriminare i molti ragazzi che giungono tra noi da famiglie passate
attraverso fallimenti matrimoniali. Si rischia di far sembrare i genitori di
quei ragazzi come gente meno valida in famiglia, con meno amore per i propri
figli. Questo porterebbe all’allontanamento di quei giovani. Non possiamo
pretendere che una persona rimanga dove vengono offesi i suoi genitori.
Il problema della nostra parrocchia è che, finora, la catechesi verso i giovani è
stata impostata secondo altri criteri, appunto piuttosto fondamentalisti, come
ho potuto constatare nel caso delle mie figlie. E’ stato un errore che va
corretto. Ma come farlo?
Quando mia madre si impegnò come catechista nella
nostra parrocchia, negli anni ’70, si tenevano in parrocchia dei corsi
specifici tenuti da insegnanti qualificati inviati dalla Diocesi. Mia madre li
seguì per quattro anni e poi iniziò un corso universitario in scienze dell’educazione
alla vicina Università salesiana. Bisogna che qualcuno venga in parrocchia per
aiutare i catechisti nell’aggiornamento, a impostare diversamente la catechesi
di primo e secondo livello. La frequenza a questi corsi dovrebbe essere
obbligatoria. Ma non si dovrebbe trattare solo di un corso di studi, bensì di un
laboratorio in cui verificare sul campo i metodi educativi applicati. Insomma,
la catechesi, in questi tempi di aggiornamento, dovrebbe essere concepita come
un tirocinio guidato da persone più esperte.
Non so se il nuovo parroco, con tutto ciò che già dovrà fare, potrà
occuparsene con continuità. Le ore del giorno sono ventiquattro anche per i
parroci. Ci sarà necessario, credo, un aiuto da fuori. Ci potrebbe venire anche
da altre parrocchie. Certe volte si concepisce ancora la parrocchia come una
piccola diocesi, un regno a sé stante. Già i saggi del Concilio Vaticano 2°
proposero invece azioni congegnate tra parrocchie vicine, un lavoro più di squadra.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli