Il
popolo, la libertà, la coscienza
L’organizzazione della nostra confessione
religiosa fu in profonda consonanza con l’era millenaria delle monarchie
assolute come si sviluppò dal primo Medioevo, epoca di grandi cambiamenti e, in
particolare, di grandi migrazioni umane, un po’ come quella che stiamo vivendo.
Essa, come ci dicono gli storici, i filosofi e anche i teologi, ad esempio
Romano Guardini citato nell’ultima enciclica del nostro vescovo e padre
universale, era fondata sull’idea di gerarchia: di un ordine universale che
univa Cielo e terra a partire dell’alto. Negli ultimi due secoli, in Occidente,
abbiamo vissuto l’era dell’emergere dei popoli alla sovranità, un potere che si sviluppa, invece, dal basso: in religione si
è temuto che questo potesse distruggere la nostra fede. Se i popoli diventavano sovrani, occorreva dar loro una
specifica formazione religiosa per farne dei re di fede, come si faceva nelle
monarchie europee, si pensò. Ecco allora, a fine Ottocento, la costruzione
della dottrina sociale, vale a dire quel complesso di istruzioni date da nostri
capi del clero ai popoli chiamati alla sovranità, per costruire e governare
società secondo i princìpi di fede. Essa
originariamente venne pensata come se derivasse direttamente dalla teologia,
quindi dalla nostra fede. La sua forza stava in questo e nel principio d’autorità,
perché scaturiva da chi, nella nostra confessione religiosa, aveva il potere di
ordinare alla gente che cosa pensare. In questo modo però finiva per basarsi
proprio su quella concezione gerarchica che era stata posta in crisi nei tempi
nuovi. Oggi la si comincia a concepire diversamente, e infatti nei documenti di dottrina sociale degli ultimi vent'anni hanno avuto posto sempre più apporti del pensiero dei laici di fede, del popolo, anche se, formalmente, essi sono dati da capi religiosi, esperti fondamentalmente in teologia.
L’emergere dei popoli alla sovranità ha effettivamente cambiato molto anche nell’organizzare le concezioni di fede. Nell’era nuova si doveva governare in molti e si poteva farlo solo se
si era sovrani giusti, come non lo erano mai stati, in fondo, gli antichi
monarchi assoluti, all’origine del cui potere, a bene vedere, c’era stato
sempre un atto di violenza e un sopruso
a danno di altri, che poi erano proseguiti come condizione per il
mantenimento del potere. Anche l’era dei governi di popolo era iniziata così,
con stagioni di violenza estrema. Ma da questa violenza ci si doveva distaccare
se si voleva effettivamente costruire il governo del popolo, dei molti elevati
alla sovranità, la democrazia. Le rivoluzioni che non riuscirono a farlo
degenerarono rapidamente in nuove monarchie assolute, come accadde nell’universo
sociale organizzato intorno all’idea di democrazia sovietica. Questo processo,
questa evoluzione, riguardò anche l’organizzazione della nostra confessione
religiosa ed è ancora in corso. La fine del potere temporale del papato l’ha
preservata dalle svolte drammatiche che colpirono le altre monarchie europee. Quando il Regno d’Italia pose fine,
conquistandolo militarmente, al Regno Pontificio, del quale la Città del
Vaticano non è la prosecuzione giuridica!, ciò non mise fine all’impero
religioso del quale i papi erano i sovrani assoluti, ma iniziò una sua lenta e
difficile metamorfosi, una sua trasformazione profonda che ebbe nel Concilio
Vaticano 2° una sua svolta storica.
Il punto sul quale questo processo si è
finora incagliato è quello della libertà di coscienza, la cui travagliata accettazione,
nell’ultimo Concilio, è stata una delle più spettacolari evoluzioni rispetto al
secolo precedente, nel quale quella libertà venne duramente ripudiata per
decreto papale, in quanto inserita in quell’elenco di idee sbagliate chiamato Sillabo (che significa appunto elenco)
divenuto legge religiosa in forza dell’enciclica Quanta Cura del 1864, del papa Pio 9°, al tempo della crisi
terminale del suo potere temporale. Per quanto si fosse sempre ritenuto che la
fede dovesse essere un atto libero, non si ammetteva, nella nostra teologia, che fosse lecito rifiutarla
con un atto di libertà. Questo significava un certo grado di costrizione
sociale per mantenere la fede nei popoli. Questa violenza interiore non è più
ammessa nelle democrazie occidentali, è illegale: le costituzioni degli stati democratici
contemporanei, così come lo statuto dell’Unione Europea, si basano infatti sulla
libertà di coscienza. Quest’ultima però non è solo proclamata, ma anche fatta
rispettare d’autorità con un sistema giudiziario specifico, in modo da darle
effettività. In religione non siamo ancora capaci di viverla serenamente,
sfruttandone le grandi opportunità anche per la fede. In genere abbiamo
problemi a parlare di libertà e, infatti, quando iniziamo a farlo, di solito
mettiamo le mani avanti cominciando a elencarne i disastri.
La sfida più seria nell’attività di
formazione religiosa è quella di fare veramente i conti con la libertà di
coscienza, quindi, ad esempio, con la possibilità che un nostro figlio decida
di non vivere più religiosamente, di emanciparsi, insieme, dalla nostra
autorità di genitori e da quella, in qualche modo analoga, dei molti padri che vorremmo dargli in religione, aggiungendoli
al nostro dominio. Ma è anche una sfida esaltante, perché, se noi riusciremo a
vincerla, costruendo una formazione religiosa adatta all’era della libertà di
coscienza, noi avremo anche posto i presupposti per una diffusione nella
società dei principi di fede, quindi per una nuova inculturazione della nostra
fede.
Dobbiamo prendere atto che uno dei cardini
della democrazia, dell’era in cui è emersa la sovranità dei popoli, è proprio
la libertà di coscienza, la tutela di quello spazio interiore di valutazione e
di autodeterminazione, esente da costrizioni, che consente ad un essere umano
di partecipare attivamente ed effettivamente, collettivamente, al governo della
società in cui è immerso. Una volta esso
era prerogativa dei monarchi assoluti: gli altri si dovevano adeguare. Ora si
vorrebbe renderlo prerogativa di ogni essere umano. Esso poi fonda il diritto
di resistenza ad un ordine sociale ingiusto ed è quindi il motore del progresso sociale
verso la giustizia.
E’
possibile mantenere il collegamento tra Cielo e terra nel nuovo ordine sociale
succeduto a quello delle monarchie assolute, nell'era della libertà di coscienza? C’è chi ne dubita e non solo in
religione. Nel mondo si colgono infatti i segni di un nuovo Medioevo, del
tentativo di ricostituire quell’unità con la violenza, con la costrizione, per edificare gerarchie forti che dicano alla gente che pensare e che fare, ricompattando così la coerenza sociale al modo in cui la vediamo attuata nel mondo degli insetti, come le formiche e le api, in cui la sopravvivenza del gruppo è possibile solo al prezzo di rendere gli individui degli strumenti sociali. Si
enumerano i disastri delle libertà e si invitano le persone a tornare a farsi
gregge, a farsi dirigere da un pastore-padrone, rappresentato da una qualche
oligarchia politica. Questa tentazione c’è anche in religione.
Quello che noto è che, in genere, c’è una
profonda diffidenza dei nostri capi religiosi verso il loro popolo, verso di noi laici che non accettiamo di tornare a farci gregge. Essa si è
particolarmente accentuata negli ultimi trent’anni nei quali, in Italia, sono prevalse correnti reazionarie. Ancora di
questi tempi vediamo atteggiamenti molto duri verso i fedeli che vorrebbero
essere adulti, vale a dire persone
che vivono a pieno la nuova era della libertà di coscienza. Essi vengono appena
tollerati. Si professano credenti, ma
chissà poi…, mi pare che si pensi. Ma ha ragione di essere
questa diffidenza? A ben vedere la nostra nuova Europa, questa grande realtà
umana di rilevanza storica, qualcosa che non c’è mai stata prima d’ora e che
purtroppo è oggi minacciata dall’emergere del nuovo Medioevo, è anche opera di
tanta gente della nostra fede, e un partito democratico cristiano regge ancora il governo della potenza egemone
in Europa.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli