Il problema della
laicità
[ da: Marco Marzano -
Nadia Urbinati, Missione impossibile - La
riconquista cattolica della sfera pubblica, Il Mulino, 2013, dalle a pagine
da 37 a 40]
[Per] Roy
[Oliver Roy, La santa ignoranza.
Religioni senza cultura, Feltrinelli, 2009] […] la secolarizzazione non ha annientato la religione ma ne ha causato
piuttosto la scissione dai contesti culturale, politico e territoriale,
divenuti appunto secolari, trasformandola in “religione pura”. Abbiamo insomma
a che fare, nella nostra epoca, con una mutazione del religioso più che con un
suo ritorno.
[…]
[Si è prodotta] una profonda mutazione del nostro contesto
culturale del cristianesimo, che da alfabeto culturale di sfondo, da basso
continuo sociale ed elemento civile connaturato all’italianità diventa affare
per convertiti, oggetto di apostolato e di proselitismo. Come se si trattasse
di una religione nuova che cerca di farsi conoscere e di fare nuovi proseliti,
come se non fosse la religione dei padri, come se non fossimo nel paese del
papa e dei campanili. E davvero quello delle sette cattoliche è una sorta di “ritorno
alle origini”, la riscoperta di un linguaggio religioso genuino, liberato da
tutte le “incrostazioni” culturali e
teologiche della chiesa costantiniana, quella compromessa col potere, legata a
doppio filo alla cultura e alla politica.
[…]
In definitiva, nella società profana che li circonda, molti giovani
sacerdoti, così come gli aderenti alle sette cattoliche non riconoscono più
niente di positivo. E anche la mera erudizione è sospetta e bandita; il sapere
deve cedere spazio all’esperienza non solo perché “fa perdere tempo”, ma perché
riflette le vanità del secolo, le sirene di un mondo che viene visto come in
via di progressiva ripaganizzazione.
E questa la forma emergente di
religiosità “movimentista”: antiteologica, antintellettualistica, ad alto
contenuto emotivo, basata non sul conformismo ma su un’adesione sincera. Da
questo punto di vista, il settarismo religioso è un ritorno al passato, un
tuffo indietro verso le origini del cristianesimo, verso il tempo che
precedette il confronto con l’ellenismo. Un neocatecumenale che diffonda nel
suo quartiere i volantini con l’invito alle “catechesi per adulti” può
legittimamente immaginare di essere in una situazione simile a quella di un
cristiano delle origini. Anche se tra i due permane la differenza, non
irrilevante, che i protocristiani avevano un mondo da conquistare e il futuro
davanti a sé, mentre il neocatecumenato settario contemporaneo è stato generato
da una sconfitta, dalla chiusura di un ciclo storico, dall’esaurimento di una
gloriosa stagione religiosa.
E’ chiaro che, per queste
organizzazioni, impegnarsi in politica significherebbe mettere a rischio la
dimensione spirituale e più in generale identitaria già così fragile e
bisognosa di alimento.
In altri termini, il religioso
si fa più visibile perché declinante e sempre più distonico [nel senso
figurato di incapace di condividere certi ideali di trasformazione sociale; incapace di muoversi con la società del
proprio tempo] rispetto alla società che
lo circonda. Per questo è opportuno parlare non di un ritorno del religioso, ma
di una sua drastica mutazione.
[…]
Oggi il religioso, prosegue
Roy, circola al di fuori del sistema di dominio politico, riguarda le coscienze
dei singoli, è slegato dalla cultura e dal territorio. Nessuna inculturazione
dunque, il movimento è esattamente quello contrario, verso la deculturazione e
la deterritorializzazione. Gli adepti di Kiko Arguello, il capo dei
Neocatecumenali, parlano di “storia” solo in riferimento alla biografia di
ciascuno di loro; l’unica storia legittima è divenuta quella personale.
La cultura esterna è percepita
da questi gruppi non solo come profana, ma come addirittura pagana, come nemica
e non semplicemente come estranea a Dio e alla fede. La tentazione è quella del
“religioso puro”, che esclude ogni dialogo con i non credenti.
[…]
Agli
occhi dei membri delle sette, tutti coloro che non hanno una fede autentica e
che non si sono convertiti appaiono come pagani; a loro volta, i militanti
religiosi appaiono agli esterni come dei fanatici. I religiosi si percepiscono
come una minoranza assediata da una moltitudine che ha scelto di adorare i falsi
dei del sesso, del denaro, dell’uomo stesso idolatrato.
[…]
…
prevalgono i valori conservatori; i movimenti fanno “lobbying” politico sulle
questioni che sono loro a cuore, ma esprimono una profonda indifferenza di
fondo per la politica, le ideologie, la sfera pubblica; le donne sono
militanti, ma in ruoli marginali; la tecnologia affascina, ma prevale il
ripiegamento comunitario.
Nell’analisi di Marzano e Urbinati possiamo vedere individuati alcuni
dei problemi maggiori della nostra parrocchia, dove l’ideologia religiosa
neocatecumenale ha prevalso negli ultimi trent’anni.
Non nascondo le profonde, per certi versi
radicali, divergenze che distinguono la mia esperienza di laico di fede da
quell’ideologia. Se non ci fosse la condivisione della liturgia e delle
scritture sacre, si potrebbe parlare addirittura di due religioni diverse. Ma
anche in questi campi ci sono problemi. E questo anche se, trattando a faccia a
faccia con le persone, molte asperità si appianano e si può continuare a cercare
di volersi bene, a provare a farlo.
Ma il problema dei problemi, la linea di frontiera calda, è quello della laicità, visto nei suoi due aspetti: quello
della partecipazione civile ad una società democratica avanzata che comanda di
non discriminare su base religiosa e quello del
modo di vivere la fede come esperienza di libertà da gerarchie naturali, sulla base di una
diseguaglianza di base tra gli esseri umani, ad esempio tra uomo e donna, tra
genitori e figli, tra preti e il resto del popolo. Il principio di non
discriminazione sociale è fondato sull’idea di uguaglianza, per cui quei due
lati della questione hanno in fondo la stessa base.
Come risulta dalla ricerca demoscopica di cui narra il sociologo nel libro Religione all’italiana - L’anima
del paese messa a nudo, Il Mulino, 2011, una maggioranza di italiani ha
recepito l’idea, diffusa dai nostri vescovi, che l’impegno religioso debba
avere un riconoscimento sociale da parte dei pubblici poteri: quindi non estraneità tra fede e amministrazione pubblica, ma valorizzazione della prima da parte della seconda. Il corollario che i nostri vescovi ne
traggono è che essi, come gerarchia
religiosa, abbiano diritto non solo di prendere posizioni pubbliche sui temi
sociali e politici, ma anche di essere ascoltati. E ciò perché, appunto, lo
chiede una maggioranza degli italiani, che orientano la propria etica secondo
quella religiosa, sia pure con diverse varianti nei casi della vita personali.
Ciò pone propriamente un problema di laicità, in tutti i suoi aspetti.
Fondamentalmente perché una gerarchia religiosa di tipo feudale, programmaticamente
estranea al contesto democratico, pretende di essere seguita dalle autorità
pubbliche, che hanno assegnato in Costituzione il compito fondamentale di
combattere ogni discriminazione su base religiosa. Inoltre gli interventi della
gerarchia non ammettono di essere discussi. Però hanno la pretesa che essi
orientino le decisioni dei pubblici poteri che riguardano la collettività generale.
In questo contesto la gente di fede viene presentata, nell'ideologia del
magistero, come maggioritaria nella nazione. In altri contesti i vescovi invece
si lamentano che si sia ridotta ad una esigua minoranza, tra il 20 e il 30 % della
popolazione. Siamo maggioranza o minoranza? Ma anche se fosse vero che siamo
maggioranza, e a leggere le indagini demoscopiche lo siamo tenendo conto non
dei praticanti ma di chi riferisce la propria etica personale e familiare a
quella religiosa, sia pure prendendosi molte libertà nei casi particolari, l’amministrazione
pubblica ugualmente non potrebbe legittimamente adottare acriticamente il punto
di vista della nostra gerarchia religiosa. Il nostro sistema costituzionale lo
vieta e le regole costituzionali contro la discriminazione religiosa sono
appunto dirette a tutelare le minoranze religiose e i non credenti. E’ stato
infatti osservato che le maggioranze si tutelano da sé, con la propria forza
sociale: sono le minoranze che hanno bisogno del diritto, della legge dello
stato, per non essere ingiustamente oppresse.
E qui appunto sta l’impegno che un laico di
fede dovrebbe sentire come proprio ed essenziale, e questo secondo i principi
proclamati dai saggi dell’ultimo Concilio: la modifica della società secondo
gli ideali di fede non va fatta mediante proclami di un qualche gerarca
religioso che pretenda di essere obbedito senza possibilità di discussione, ma
nel confronto democratico e libero con tutti i cittadini che partecipano al
governo delle istituzioni pubbliche, facendo emergere nel dialogo culturale in
società le ragioni per cui certi orientamenti vanno a vantaggio di tutti,
credenti e non credenti, perché rendono possibile una convivenza migliore del
più gran numero di persone, più felicità. Questo richiede un lavoro di
apprendimento e di tirocinio. Ma, in genere, nelle concezioni fondamentaliste,
tutto ciò è considerato di scarso interesse. Esse vivono in un contesto gerarchico, pensato al modo della famiglia naturale, con
una diseguaglianza essenziale tra coloro che si arrogano i ruolo di genitori e tutti gli altri. C’è chi comanda e chi deve obbedire. Punto. Che bisogno c’è di altro? E’ questo il grave
rischio di tutte le concezioni religiose a base familistica: quello di legittimare una schiera piuttosto estesa di padri con molte pretese e che non accettano di essere posti in discussione, che non ammettono il
dibattito democratico sul loro potere e su quello che comandano.
E infatti la fede che si è insegnata in
parrocchia negli ultimi trent’anni, in particolare dagli anni ’90, in un processo che mi è apparso di neocatecumenalizzazione spinta, è stata
centrata sull’universo della famiglia, ma non riferendosi a quelle realizzate nel quartiere, che sono di
tanti tipi, ma su un modello di famiglia
uniforme, normativo e fortemente gerarchizzato,
come ho scritto in un precedente post di qualche giorno fa, al cui interno la fede fosse
tramandata per così dire d’autorità
dai genitori, in particolare dal padre,
egemone su tutti gli altri membri, e in particolare sulle donne, in un contesto
neo-parentale allargato dominato da molti
altri padri di rango superiore, a
diversi livelli. Il dibattito culturale e sociale è stato visto come cosa vana
ed estranea alla religione, un po’ come lo erano i biliardini che c’erano una volta nell’oratorio parrocchiale, ai
tempi in cui io fui bambino qui da noi. Oltre duecento anni di travagliata storia
del nostro laicato accantonati superficialmente; la pratica democratica, che
denota tuttora l’Azione Cattolica, considerata come una forma imperfetta di
vita di fede, a favore di una centrata sull’obbedienza
acritica a quei padri di cui dicevo, preti,
capi carismatici di movimento, catechisti autoproclamatisi direttori spirituali di complemento e via dicendo. Ecco che cosa si è fatto, per come mi pare di capire. Ecco che
poi abbiamo un laicato che si presenta spesso come poco alfabetizzato al grande
pensiero sociale storicamente espresso in Italia dalla nostra gente di fede, in
parte sintetizzato sistematicamente in quell'esteso corpo di insegnamenti dei papi e degli altri vescovi che va sotto
il nome di dottrina sociale. Quel
pensiero sociale che ha dato un contributo essenziale a realizzare la nostra
nuova Europa democratica, dopo la disonorevole compromissione della nostra
gerarchia e di gran parte della nostra gente di fede con i regimi fascisti
storici. Da ciò poi deriva l’incapacità di farsi capire dalla gente del
quartiere e quindi, alla fine, l’estraneità ad essa. Direi, per certi versi, l’orgogliosa estraneità ad essa. Ma di che dobbiamo essere orgogliosi? Dovremmo, anzi, essere
mortificati perché, facendoci estranei
alla gente del quartiere, abbiamo violato il comandamento principale dei saggi
dell’ultimo Concilio, vale a dire quello della condivisione delle gioie e delle
angosce, dei successi e dei problemi delle genti del nostro tempo e della
partecipazione solidale e democratica al
miglioramento della società.
Da qui, dallo sviluppo di una laicità
democratica, dal familiarizzarsi nuovamente con l’ideologia e la pratica del
nostro pensiero sociale di fede, si deve
ripartire.
Mario Ardigò - Azione Cattolica
in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
