Perché
progettare una comunità più aperta?
Probabilmente gli amici che frequentano la
parrocchia si stanno cominciando ad accorgere di qualcosa di nuovo che si sta
producendo in essa. E’ come quando al nostro pratone
arrivarono gli operai per
trasformarlo in un vero parco pubblico, con tutto quello che ci si aspetta di
trovare in un ambiente del genere. Prima c’era questo grande spazio verde, ma
entrarvi era un’esperienza un po’ pioneristica. Era costellato di grandi e
ripidi avvallamenti, lì dove forse si pensava di costruire le fondamenta di
nuovi edifici, e la vegetazione spontanea era a tratti difficile da penetrare.
Ora, benché la crisi del Comune abbia comportato, come ho letto, la sospensione
delle attività del giardinaggio e della manutenzione ordinaria e, a quello che
ho potuto vedere, anche di quella di svuotamento dei cestini dei rifiuti,
è tutta un’altra cosa e tante persone
possono passeggiarci dentro senza particolari difficoltà. Qualcosa di simile
sta accadendo in parrocchia. Ecco quindi che vediamo nuovi operai al lavoro, in
particolare numerosi altri preti. Ma anche tutti noi siamo chiamati a
collaborare.
Ci si vuole rivolgere a più gente di quella
che adesso è coinvolta nelle attività parrocchiali. Perché farlo?
Più gente può significare più problemi.
Possono arrivare persone che hanno poca dimestichezza con le cose di chiesa.
Magari possono anche pretendere di comandare tra noi. Così tutto potrebbe
cambiare in peggio. E’ un po’ quello che si teme di questi tempi per gli
imponenti fenomeni migratori verso l’Europa. Ora che sono arrivati tutti questi
nuovi sacerdoti a dare una mano in parrocchia, perché non goderceli tra noi, cercando di rendere la nostra esperienza in
parrocchia ancora più bella?
Se le
nostre collettività religiose delle origini avessero ragionato così,
probabilmente la nostra fede sarebbe presto sparita dal mondo, al pari di altri
culti che erano impostati in quel modo, che costituivano piccoli gruppi di eletti, ad accesso iniziatico, vale a dire con gradi
progressivi di perfezionamento a cui
corrispondevano tappe successive di rivelazione
religiosa.
La nostra fede ha avuto una dinamica
collettiva molto diversa. Si è diffusa prodigiosamente nel grande impero
mediterraneo agli estremi margini del quale era sorta, proponendo una rivelazione accessibile a tutti. Questo la rese un fenomeno di massa. Mentre l’ebraismo delle
sue origini diffidava degli ambienti delle grandi città, visti come il luogo della
contaminazione con altre culture e altre fedi, la gente della nostra fede
proprio nelle grandi città svolse con maggiore successo l’attività di
coinvolgimento delle masse, tanto che, ad un certo punto, l’antica religione
politeistica che c’era prima e che era stata anche la base dell’ideologia politica di quell'impero iniziò ad essere definita pagana, vale a dire rurale, perché, al prodursi dell’espansione della nostra fede, finì per essere
praticata prevalentemente negli ambienti rurali. E invece essa aveva dominato
proprio le grandi metropoli dell’antichità, come era dimostrato dai grandi e
magnifici templi che vi erano stati costruiti e dalle imponenti liturgie che vi
si svolgevano, con il coinvolgimento di vari collegi sacerdotali e dello stesso
imperatore, che aveva assunto la qualifica di pontefice massimo, quindi di capo della più importante di quelle
congregazioni sacerdotali.
Coinvolgendo genti nuove cominciarono subito
i problemi, sia all’interno delle nostre collettività sia con le autorità
politiche. Questo è senz’altro vero. Cominciarono controversie molto accese per
capire meglio in che cosa consistesse la nostra fede. Si sviluppò presto, nel
contatto con gli ambienti filosofici ellenistici, una vera e propria teologia,
ma anche un’organizzazione ecclesiastica su base patriarcale, costituita su diversi grandi centri di cultura religiosa animati da padri che riproponevano localmente l’esperienza degli apostoli. Nel giro di circa quattro
secoli la cultura religiosa della nostra fede sostituì, come base dell’ideologia
politica imperiale, quella della più antica religione politeistica e allora si
sentì di dover legiferare anche in
materia di fede, per cui gli imperatori convocarono grandi convegni dei nostri
capi religiosi, chiamati concili, dai
quali scaturì la formulazione dei principi fondamentali della nostra fede, il Credo che tutt’oggi leggiamo durante le messe
domenicali.
In questo modo la nostra fede ha potuto
cambiare il mondo e giungere fino a noi.
C’era nelle nostre genti di fede delle origini
un’ansia di raggiungere tutto il mondo fino ai confini della terra. Del resto
era un comandamento religioso del nostro Primo Maestro. Per ciò che ne so, la
fase di prima prodigiosa espansione delle nostre collettività di fede non ha
ancora una soddisfacente spiegazione. A scuola si passa piuttosto rapidamente
dal presentare le nostre collettività delle origini come gruppi di persone
duramente perseguitate al momento in cui la nostra fede fu adottata dall'impero come propria ideologia religiosa e anche politica.
Evidentemente non solo la nostra gente
proponeva la nostra fede agli altri, ma questi ultimi la accoglievano sempre
più entusiasticamente. Fu rapidamente un
fatto di massa. Gli storici hanno fatto varie ipotesi per spiegarlo.
Ciò che era molto diverso nella nostra fede
rispetto all'antica religione politeistica che l’aveva proceduta era, in particolare, il
grado di coinvolgimento della gente e in particolare la qualità dell’incontro con il fondamento beato di
tutto, dell’accesso al divino. Questo produsse anche una nuova etica, che condivideva un importante
patrimonio culturale con l’antico ebraismo, ma che prese a distanziarsene
molto, proprio per l’anelito di coinvolgimento
delle masse delle più varie culture
etniche e politiche, senza timore di contaminarsi, e, presto, per lo sforzo di cambiare tutto il mondo, le società contemporanee, con il metodo dell’inculturazione della fede, che comporta un dare e un ricevere tra culture umane, tra civiltà, invece che
nel solito modo della conquista militare. Questo slancio culturale verso il mondo era per
la verità già presente nell'ebraismo dell’emigrazione in ambiente ellenistico:
esso aveva prodotto un formidabile strumento di espansione culturale, la
traduzione in greco delle scritture sacre. Ma fu la gente della nostra fede a
sfruttarne tutte le straordinarie opportunità.
Siamo ancora coinvolti, noi in San Clemente
papa, dal desiderio di cambiare il mondo,
a partire dal nostro quartiere?
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli