giovedì 29 ottobre 2015

Perché progettare una comunità più aperta?

Perché progettare una comunità più aperta?

  Probabilmente gli amici che frequentano la parrocchia si stanno cominciando ad accorgere di qualcosa di nuovo che si sta producendo in essa. E’ come quando al  nostro pratone  arrivarono gli operai per trasformarlo in un vero parco pubblico, con tutto quello che ci si aspetta di trovare in un ambiente del genere. Prima c’era questo grande spazio verde, ma entrarvi era un’esperienza un po’ pioneristica. Era costellato di grandi e ripidi avvallamenti, lì dove forse si pensava di costruire le fondamenta di nuovi edifici, e la vegetazione spontanea era a tratti difficile da penetrare. Ora, benché la crisi del Comune abbia comportato, come ho letto, la sospensione delle attività del giardinaggio e della manutenzione ordinaria e, a quello che ho potuto vedere, anche di quella di svuotamento dei cestini dei rifiuti, è  tutta un’altra cosa e tante persone possono passeggiarci dentro senza particolari difficoltà. Qualcosa di simile sta accadendo in parrocchia. Ecco quindi che vediamo nuovi operai  al lavoro, in particolare numerosi altri preti. Ma anche tutti noi siamo chiamati a collaborare.
  Ci si vuole rivolgere a più gente di quella che adesso è coinvolta nelle attività parrocchiali. Perché farlo?
 Più gente può significare più problemi. Possono arrivare persone che hanno poca dimestichezza con le cose di chiesa. Magari possono anche pretendere di comandare tra noi. Così tutto potrebbe cambiare in peggio. E’ un po’ quello che si teme di questi tempi per gli imponenti fenomeni migratori verso l’Europa. Ora che sono arrivati tutti questi nuovi sacerdoti a dare una mano in parrocchia, perché non goderceli tra noi, cercando di rendere la nostra esperienza in parrocchia ancora più bella?
   Se le nostre collettività religiose delle origini avessero ragionato così, probabilmente la nostra fede sarebbe presto sparita dal mondo, al pari di altri culti che erano impostati in quel modo, che costituivano piccoli gruppi di eletti, ad accesso iniziatico, vale a dire con gradi  progressivi di perfezionamento a cui corrispondevano tappe successive di rivelazione  religiosa.
  La nostra fede ha avuto una dinamica collettiva molto diversa. Si è diffusa prodigiosamente nel grande impero mediterraneo agli estremi margini del quale era sorta, proponendo una rivelazione accessibile a tutti. Questo la rese un fenomeno di massa. Mentre l’ebraismo delle sue origini diffidava degli ambienti delle grandi città, visti come il luogo della contaminazione con altre culture e altre fedi, la gente della nostra fede proprio nelle grandi città svolse con maggiore successo l’attività di coinvolgimento delle masse, tanto che, ad un certo punto, l’antica religione politeistica che c’era prima e che era stata anche la base dell’ideologia politica di quell'impero iniziò ad essere definita pagana, vale a dire rurale, perché, al prodursi dell’espansione della nostra fede, finì per essere praticata prevalentemente negli ambienti rurali. E invece essa aveva dominato proprio le grandi metropoli dell’antichità, come era dimostrato dai grandi e magnifici templi che vi erano stati costruiti e dalle imponenti liturgie che vi si svolgevano, con il coinvolgimento di vari collegi sacerdotali e dello stesso imperatore, che aveva assunto la qualifica di pontefice massimo, quindi di capo della più importante di quelle congregazioni sacerdotali.
  Coinvolgendo genti nuove cominciarono subito i problemi, sia all’interno delle nostre collettività sia con le autorità politiche. Questo è senz’altro vero. Cominciarono controversie molto accese per capire meglio in che cosa consistesse la nostra fede. Si sviluppò presto, nel contatto con gli ambienti filosofici ellenistici, una vera e propria teologia, ma anche un’organizzazione ecclesiastica su base patriarcale, costituita su diversi grandi centri di cultura religiosa animati da padri che riproponevano localmente l’esperienza degli apostoli. Nel giro di circa quattro secoli la cultura religiosa della nostra fede sostituì, come base dell’ideologia politica imperiale, quella della più antica religione politeistica e allora si sentì di dover legiferare anche in materia di fede, per cui gli imperatori convocarono grandi convegni dei nostri capi religiosi, chiamati concili, dai quali scaturì la formulazione dei principi fondamentali della nostra fede, il Credo  che tutt’oggi leggiamo durante le messe domenicali.
 In questo modo la nostra fede ha potuto cambiare il mondo e giungere fino a noi.
 C’era nelle nostre genti di fede delle origini un’ansia di raggiungere tutto il mondo fino ai confini della terra. Del resto era un comandamento religioso del nostro Primo Maestro. Per ciò che ne so, la fase di prima prodigiosa espansione delle nostre collettività di fede non ha ancora una soddisfacente spiegazione. A scuola si passa piuttosto rapidamente dal presentare le nostre collettività delle origini come gruppi di persone duramente perseguitate al momento in cui la nostra fede fu adottata dall'impero come propria ideologia religiosa e anche politica. Evidentemente non solo la nostra gente  proponeva la nostra fede agli altri, ma questi ultimi la accoglievano sempre più entusiasticamente.  Fu rapidamente un fatto di massa. Gli storici hanno fatto varie ipotesi per spiegarlo.
  Si è osservato che, fin dal quarto secolo dell’era antica, la grande filosofia greca, da cui è derivata storicamente quella di tutti gli europei, era insoddisfatta dell’antica religione politeistica, in particolare di dei che erano troppo simili agli umani nel bene e nel male. Nel male ?! Sì, anche nel male. Questo ad un certo punto risultò insopportabile agli antichi filosofi.  Probabilmente lo era  anche per la gente comune, che era molto religiosa (non dobbiamo fare il grave errore di pensare che coloro che consideriamo pagani  non lo fossero). Se anche gli dei avevano i difetti degli esseri umani, praticamente tutti,  quindi  erano effettivamente fatti  a immagine e somiglianza degli esseri umani, allora non c’era speranza di poter cambiare. Questa insoddisfazione, in fondo, riguardava un po’ tutte le cose del mondo antico. La nostra fede, invece, ne prefigurava uno nuovo e in effetti lo produsse. A partire dal credere in un Creatore veramente buono e desideroso di incontrarci per farci uscire dalle nostre notti personali e  sociali e guidarci verso una nuova vita redenta, una realtà completamente nuova. I nuovi cieli e la nuova terra erano pensati utilizzando l'antica cultura ebraica e a partire da essa, pertanto con le sue parole e le sue concezioni sul soprannaturale, ma ben presto la nostra teologia se ne differenziò molto, anche se rimane ancora oggi quel patrimonio culturale condiviso.
  Ciò che era molto diverso nella nostra fede rispetto all'antica religione politeistica che l’aveva proceduta era, in particolare, il grado di coinvolgimento  della gente e in particolare la qualità dell’incontro con il fondamento beato di tutto, dell’accesso al divino. Questo produsse anche una nuova etica, che condivideva un importante patrimonio culturale con l’antico ebraismo, ma che prese a distanziarsene molto, proprio per l’anelito di coinvolgimento delle masse delle più varie culture etniche e politiche, senza timore di contaminarsi, e, presto, per lo sforzo di cambiare tutto il mondo, le società contemporanee, con il metodo dell’inculturazione della fede, che comporta un dare  e un ricevere tra culture umane, tra civiltà, invece che nel solito modo della conquista militare. Questo slancio culturale verso il mondo era per la verità già presente nell'ebraismo dell’emigrazione in ambiente ellenistico: esso aveva prodotto un formidabile strumento di espansione culturale, la traduzione in greco delle scritture sacre. Ma fu la gente della nostra fede a sfruttarne tutte le straordinarie opportunità.
  Siamo ancora coinvolti,  noi in San Clemente papa, dal desiderio di cambiare il mondo, a partire dal nostro quartiere?


Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli