mercoledì 28 ottobre 2015

Progettare una comunità

Progettare una comunità

  In parrocchia non abbiamo una tradizione comunitaria che ci consenta di includere, di tenere insieme, tutta la gente delle Valli a cui adesso vorremmo rivolgerci. Questo è uno dei nostri problemi.
 Di che cosa è fatta una tradizione? Di consuetudini che in una comunità si mantengono stabili nel tempo e che possono coinvolgere le persone nuove semplicemente praticandole per imitazione. E, questo è molto importante capirlo, una persona rimane in una certa comunità finché vi è coinvolta, vale a dire finché riesce a dare  e ricevere: entrambe le cose sono importanti, anche il dare, perché se a una persona è concesso di dare significa che è apprezzata dagli altri e questo è fonte di felicità.
 Le ragioni per cui la tradizione che ci serve non c’è sono molte e si sono per così dire stratificate  in un tempo molto lungo. Ho vissuto praticamente tutta la mia vita alle Valli e me ne sono fatto un’idea.
 Ad un certo punto, a partire dagli anni ’80, si è preso atto del processo di secolarizzazione che aveva raggiunto il quartiere, per cui la gente credeva ma in modo diverso dal passato e non sentiva più il soprannaturale come una realtà quotidiana e personale, e si è pensato che questo dipendesse dal fatto che la struttura sociale della famiglia si era modificata, per cui vivere la fede come nei tempi andati era diventato più difficile perché non la si respirava negli ambienti familiari. Perché la famiglia non faceva più il lavoro di orientamento alla fede? Fondamentalmente perché aveva perso la sua struttura gerarchica,  centrata sulla figura del padre, e ciò per la maggiore libertà e autonomia che, in particolare dalla metà degli anni ’60 del Novecento quando tante cose erano cambiate anche in religione, i suoi membri avevano cominciato ad esigere. Ciò era potuto accadere, si ragionava, perché le famiglie erano diventate molto meno prolifiche e nucleari,  quindi basate su mamma, papà e uno o due figli. Essere in pochi in famiglia aveva fatto aumentare le pretese di realizzazione personale, di libertà, e questo aveva distrutto la gerarchia, veicolo della fede.  Quando si è più numerosi e le risorse sono sempre le medesime occorre rinunciare a certe cose, in particolare ridurre il proprio spazio personale. Questo mantiene la gerarchia. Rende necessario avere un capo che decida che cosa spetta a ciascuno. Un capo che poi ordina e tramanda anche la fede, d’autorità. Nel passato, inoltre, le gerarchie familiari si estendevano oltre il nucleo  generativo, avevano un loro ruolo le gerarchie parentali allargate che, soprattutto negli ambienti contadini delle cascine, le aziende rurali parentali che erano abbastanza diffuse ad esempio in Emilia, consentivano anche di organizzare il lavoro comune e di ripartirne i proventi. Quest’ordine familiare gerarchico allargato era poi coerente con quello naturale, in una visione di fede, sottoposto all’autorità di un Padre  soprannaturale, che era il fondamento dell’autorità di tutti gli altri padri  della gerarchia.
  Quindi si è individuata una via per incarnare nuovamente la fede tra noi ripristinando un modello di famiglia gerarchico, in cui la gerarchia fosse indotta per via naturale  dal numero molto elevato dei suo membri, dotandolo però di un’ideologia religiosa nuova per collegarlo a una struttura gerarchica e solidale più estesa che lo sorreggesse e controllasse al modo dei gruppi parentali estesi del passato, non recuperabili, di modo che la sopravvivenza stessa delle famiglie dipendesse dal mantenersi ad essa soggetta e quindi fosse difficile affrancarsene senza correre il rischio di sfasciare la propria famiglia. Questa via è diventata, nel corso di molti anni, praticamente l’unica proposta alla gente delle Valli. Essa non era adatta a tutti, ma è stata proposta a tutti. Questo, per come la vedo io, è all’origine dei nostri problemi con le Valli, perché la gente non si è lasciata più coinvolgere. Essenzialmente perché, seguendo quella via, si doveva rinunciare  a qualcosa che ai tempi nostri è divenuto irrinunciabile. Qualcosa che aveva a che fare con il sentimento della propria dignità e con la felicità personale  e che nella visione  gerarchica  viene considerata come una forma di egoismo.
   Quel modello di riforma religiosa sulla base di famiglie numerose molto gerarchizzate ci è venuto dalla Spagna, la cui storia per certi aspetti ha avuto delle assonanze con quella italiana. In realtà esso non è veramente fondato sulla nostra fede religiosa, anche se così viene presentato. E’ più che altro basato su una certa idea di società nella quale si fa molto conto sulla gerarchia, per cui l’ordine sociale è possibile solo prendendo atto di una naturale diseguaglianza sociale, per cui c’è chi è fatto  per comandare e chi   è fatto  per obbedire, in famiglia come in società. Essa, in particolare, crede in una naturale  diversità di ruoli tra uomo e donna, per cui solo il primo è fatto  per comandare. Questa concezione suona bene nell’ambiente dei nostri capi religiosi del clero, tutti maschi e tutti convinti che solo i maschi possano governare in religione al modo di padri gerarchici. Ma, come ho detto, non è una verità di fede per ciò che riguarda la famiglia. La fede può essere generata e trasmessa anche in altri modelli sociali di famiglia e di fatto lo è. La famiglia monogamica, numerosa e gerarchica sotto l’autorità del padre e inserita in un contesto gerarchico allargato  è solo uno dei tanti modelli che storicamente ci sono stati e rimandava ad un modello più generale di società fortemente gerarchica e a struttura feudale, dunque con capi naturali, formati e inseriti in famiglie di capi naturali. Certamente quelle gerarchie sociali erano anche strumento di coesione religiosa, ma anche, non di rado, di distorsione religiosa.  In Italia ciò si è potuto apprezzare bene durante il fascismo storico, che propose alla gente qualcosa di simile a quel modello  patriarcale  di famiglia di cui dicevo, numerosa, con un maschio forte  e capo, una donna dedita all’allevamento della prole e alla cura della casa, inserita in un modello sociale gerarchico, in cui ogni padre era anche, in famiglia, il rappresentante dell’autorità politica egemone nella società. Anche in Spagna ci fu qualcosa di simile. Ma i tempi sono cambiati.
  Ora, il modello di famiglia gerarchica è fortemente dissonante dal contesto democratico in cui ai tempi nostri ci troviamo a vivere. Avere tentato di farlo rivivere ha portato vantaggi alla diffusione della fede? Alcuni sostengono di sì. Da noi, alle Valli, mi pare che non abbia funzionato, almeno a livello di massa. Le persone non vi si sono lasciate coinvolgere. Quindi, se sentiamo realmente il bisogno di coloro che sono rimasti esclusi, dobbiamo cambiare qualcosa, fare delle proposte nuove, progettare  un tipo diverso di comunità. Dico progettare perché, non avendo la tradizione che ci serve, dobbiamo costruirne una nuova, creare un nuovo ambiente sociale per quelle persone che dobbiamo far rientrare in parrocchia.
  Il primo passo da fare è di ristabilire dei contatti con le persone che oggi se ne stanno fuori, lontane. Questo è necessario per conoscerle, per sapere che cosa hanno da dare e che cosa hanno bisogno di ricevere. Sottolineo che la dinamica del dare  e del ricevere  è essenziale nella costruzione di una comunità.
 Noi non possiamo dire di conoscere  veramente la gente delle Valli. Infatti il nostro principale problema è proprio la lunga estraneità della parrocchia al quartiere.
 Quindi bisognerebbe partire costituendo dei gruppi di contatto fatti di persone che, in una vera diaconia religiosa, in un servizio religioso, si assumono il compito di conoscere la gente.
 Poi bisogna gettare delle fondamenta. Io le vedrei nella chiesa parrocchiale, l’ambiente più vasto che c’è, e nella domenica, il nostro giorno santo. L’assemblea deve essere suscitata a partire dalla chiesa parrocchiale, il luogo della presenza reale, e dalla domenica, il giorno dell’incontro. La chiesa parrocchiale non deve essere concepita solo come la sala  delle celebrazioni liturgiche, come un cinema lo è per le proiezioni dei film, ma come il vero luogo dell’incontro. Le persone vi si devono sentire come a casa propria. Bisogna abituarle a frequentarla e ad avervi dimestichezza: non devono entrare in punta di piedi come in casa altrui.
 Intorno alla chiesa parrocchiale e alla domenica bisogna indurre i vari ambienti sociali, a seconda delle età, delle esigenze e particolarità personali e di spiritualità, in modo che a tutti sia consentito di dare  e ricevere, sempre sotto la luce della fede che origina visibilmente dalla chiesa parrocchiale e dalla liturgia.
 I modelli particolari, secondo i quali riorganizzare i giovani, gli adulti, i gruppi di oranti, le attività sociali e caritative, la vita religiosa dei malati  e via dicendo, dipenderanno poi da quello che troveremo tra la gente, conoscendola meglio. E per conoscerla meglio dobbiamo attenuare l’impostazione gerarchica, per cui si dà per scontato di sapere che cosa serve alle gente e allora glielo si impone d’autorità.  In qualunque maniera  cresceranno questi gruppi particolari, li si deve mantenere centrati sull’incontro  che si realizza nelle liturgie nella chiesa parrocchiale, casa dell’assemblea, casa di tutti, e nella domenica, festa dell’incontro di tutti. Questo significa mantenere forti collegamenti tra loro, sempre nelle modalità del dare  e ricevere: tanto più che nella vita personale si passerà dall’uno all’altro e così è bene che ci si familiarizzi precocemente con tutti, per conoscerci meglio e così, conoscendosi meglio, per cercare anche di volersi bene, secondo gli ideali di fede.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli