Progettare
una comunità
In parrocchia non abbiamo una tradizione
comunitaria che ci consenta di includere, di tenere insieme, tutta la gente
delle Valli a cui adesso vorremmo rivolgerci. Questo è uno dei nostri problemi.
Di che cosa è fatta una tradizione? Di
consuetudini che in una comunità si mantengono stabili nel tempo e che possono
coinvolgere le persone nuove semplicemente praticandole per imitazione. E,
questo è molto importante capirlo, una persona rimane in una certa comunità
finché vi è coinvolta, vale a dire
finché riesce a dare e ricevere:
entrambe le cose sono importanti, anche il dare,
perché se a una persona è concesso di dare
significa che è apprezzata dagli altri e questo è fonte di felicità.
Le ragioni per cui la tradizione che ci serve
non c’è sono molte e si sono per così dire stratificate
in un tempo molto lungo. Ho vissuto
praticamente tutta la mia vita alle Valli e me ne sono fatto un’idea.
Ad un certo punto, a partire dagli anni ’80,
si è preso atto del processo di secolarizzazione che aveva raggiunto il
quartiere, per cui la gente credeva
ma in modo diverso dal passato e non sentiva più il soprannaturale come una
realtà quotidiana e personale, e si è pensato che questo dipendesse dal fatto
che la struttura sociale della famiglia si era modificata, per cui vivere la
fede come nei tempi andati era diventato più difficile perché non la si respirava negli ambienti familiari. Perché
la famiglia non faceva più il lavoro di orientamento alla fede?
Fondamentalmente perché aveva perso la sua struttura gerarchica, centrata sulla
figura del padre, e ciò per la
maggiore libertà e autonomia che, in particolare dalla metà degli anni ’60 del
Novecento quando tante cose erano cambiate anche in religione, i suoi membri
avevano cominciato ad esigere. Ciò era potuto accadere, si ragionava, perché le
famiglie erano diventate molto meno prolifiche e nucleari, quindi basate su
mamma, papà e uno o due figli. Essere in pochi in famiglia aveva fatto
aumentare le pretese di realizzazione personale, di libertà, e questo aveva
distrutto la gerarchia, veicolo della fede. Quando si è più numerosi e le risorse sono
sempre le medesime occorre rinunciare a certe cose, in particolare ridurre il
proprio spazio personale. Questo mantiene la gerarchia. Rende necessario avere un capo che decida che cosa spetta a
ciascuno. Un capo che poi ordina e tramanda anche la fede, d’autorità. Nel
passato, inoltre, le gerarchie familiari si estendevano oltre il nucleo generativo, avevano un loro ruolo le gerarchie
parentali allargate che, soprattutto
negli ambienti contadini delle cascine, le
aziende rurali parentali che erano abbastanza diffuse ad esempio in Emilia, consentivano
anche di organizzare il lavoro comune e di ripartirne i proventi. Quest’ordine
familiare gerarchico allargato era poi coerente con quello naturale, in una
visione di fede, sottoposto all’autorità di un Padre soprannaturale, che
era il fondamento dell’autorità di tutti gli altri padri della gerarchia.
Quindi
si è individuata una via per incarnare nuovamente la fede tra noi ripristinando
un modello di famiglia gerarchico, in
cui la gerarchia fosse indotta per via
naturale dal numero molto elevato
dei suo membri, dotandolo però di un’ideologia religiosa nuova per collegarlo a
una struttura gerarchica e solidale più estesa che lo sorreggesse e
controllasse al modo dei gruppi parentali estesi del passato, non recuperabili, di modo che la
sopravvivenza stessa delle famiglie dipendesse dal mantenersi ad essa soggetta e quindi fosse difficile
affrancarsene senza correre il rischio di sfasciare la propria famiglia. Questa
via è diventata, nel corso di molti anni, praticamente l’unica proposta alla
gente delle Valli. Essa non era adatta a tutti, ma è stata proposta a tutti.
Questo, per come la vedo io, è all’origine dei nostri problemi con le Valli,
perché la gente non si è lasciata più coinvolgere.
Essenzialmente perché, seguendo quella via, si doveva rinunciare a qualcosa che ai
tempi nostri è divenuto irrinunciabile. Qualcosa che aveva a che fare con il
sentimento della propria dignità e con la felicità personale e che nella visione gerarchica viene considerata come una forma di egoismo.
Quel
modello di riforma religiosa sulla base di famiglie numerose molto
gerarchizzate ci è venuto dalla Spagna, la cui storia per certi aspetti ha
avuto delle assonanze con quella italiana. In realtà esso non è veramente
fondato sulla nostra fede religiosa, anche se così viene presentato. E’ più che
altro basato su una certa idea di società nella quale si fa molto conto sulla gerarchia, per cui l’ordine sociale è
possibile solo prendendo atto di una naturale
diseguaglianza sociale, per cui c’è chi è
fatto per comandare e chi è
fatto per obbedire, in famiglia come
in società. Essa, in particolare, crede in una naturale diversità di ruoli
tra uomo e donna, per cui solo il primo è
fatto per comandare. Questa
concezione suona bene nell’ambiente dei nostri capi religiosi del clero, tutti
maschi e tutti convinti che solo i maschi possano governare in religione al
modo di padri gerarchici. Ma, come ho detto, non è una verità di fede per ciò che
riguarda la famiglia. La fede può essere generata e trasmessa anche in altri
modelli sociali di famiglia e di fatto lo è. La famiglia monogamica, numerosa e
gerarchica sotto l’autorità del padre e inserita in un contesto gerarchico
allargato è solo uno dei tanti modelli
che storicamente ci sono stati e rimandava ad un modello più generale di
società fortemente gerarchica e a struttura feudale, dunque con capi naturali, formati e inseriti in famiglie
di capi naturali. Certamente quelle
gerarchie sociali erano anche strumento di coesione religiosa, ma anche, non di
rado, di distorsione religiosa. In Italia ciò si è potuto apprezzare bene
durante il fascismo storico, che propose alla gente qualcosa di simile a quel
modello patriarcale di famiglia di cui dicevo, numerosa, con un
maschio forte e capo,
una donna dedita all’allevamento della prole e alla cura della casa, inserita
in un modello sociale gerarchico, in cui ogni padre era anche, in famiglia, il
rappresentante dell’autorità politica egemone nella società. Anche in Spagna ci
fu qualcosa di simile. Ma i tempi sono cambiati.
Ora, il modello di famiglia gerarchica è fortemente dissonante dal
contesto democratico in cui ai tempi nostri ci troviamo a vivere. Avere tentato
di farlo rivivere ha portato vantaggi alla diffusione della fede? Alcuni
sostengono di sì. Da noi, alle Valli, mi pare che non abbia funzionato, almeno
a livello di massa. Le persone non vi si sono lasciate coinvolgere. Quindi, se
sentiamo realmente il bisogno di coloro che sono rimasti esclusi, dobbiamo
cambiare qualcosa, fare delle proposte nuove, progettare un tipo diverso
di comunità. Dico progettare perché,
non avendo la tradizione che ci serve, dobbiamo costruirne una nuova, creare un
nuovo ambiente sociale per quelle persone che dobbiamo far rientrare in parrocchia.
Il primo passo da fare è di ristabilire dei
contatti con le persone che oggi se ne stanno fuori, lontane. Questo è
necessario per conoscerle, per sapere che cosa hanno da dare e che cosa hanno bisogno di ricevere. Sottolineo che la dinamica del dare e del ricevere è essenziale nella costruzione di una
comunità.
Noi non possiamo dire di conoscere veramente la gente
delle Valli. Infatti il nostro principale problema è proprio la lunga
estraneità della parrocchia al quartiere.
Quindi bisognerebbe partire costituendo dei gruppi di contatto fatti di persone che,
in una vera diaconia religiosa, in un servizio religioso, si assumono il
compito di conoscere la gente.
Poi bisogna gettare delle fondamenta. Io le
vedrei nella chiesa parrocchiale, l’ambiente più vasto che c’è, e nella
domenica, il nostro giorno santo. L’assemblea deve essere suscitata a partire
dalla chiesa parrocchiale, il luogo della presenza
reale, e dalla domenica, il giorno dell’incontro.
La chiesa parrocchiale non deve essere concepita solo come la sala delle celebrazioni liturgiche, come un cinema
lo è per le proiezioni dei film, ma come il vero luogo dell’incontro. Le persone vi si devono sentire come a casa
propria. Bisogna abituarle a frequentarla e ad avervi dimestichezza: non devono
entrare in punta di piedi come in casa altrui.
Intorno alla chiesa parrocchiale e alla
domenica bisogna indurre i vari ambienti sociali, a seconda delle età, delle
esigenze e particolarità personali e di spiritualità, in modo che a tutti sia
consentito di dare e ricevere,
sempre sotto la luce della fede che origina visibilmente dalla chiesa
parrocchiale e dalla liturgia.
I modelli particolari, secondo i quali riorganizzare i
giovani, gli adulti, i gruppi di oranti, le attività sociali e caritative, la
vita religiosa dei malati e via dicendo,
dipenderanno poi da quello che troveremo tra la gente, conoscendola meglio. E
per conoscerla meglio dobbiamo attenuare l’impostazione gerarchica, per cui si
dà per scontato di sapere che cosa serve alle gente e allora glielo si impone d’autorità. In qualunque maniera cresceranno questi gruppi particolari, li si deve mantenere
centrati sull’incontro che si realizza nelle liturgie nella chiesa
parrocchiale, casa dell’assemblea, casa di tutti, e nella domenica, festa dell’incontro
di tutti. Questo significa mantenere forti collegamenti tra loro, sempre nelle
modalità del dare e ricevere:
tanto più che nella vita personale si passerà dall’uno all’altro e così è bene
che ci si familiarizzi precocemente con tutti, per conoscerci meglio e così,
conoscendosi meglio, per cercare anche di volersi bene, secondo gli ideali di
fede.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli