Caro don Remo, non mi è mai capitato di
rivolgermi a un mio parroco come ora sto facendo con lei su questo blog. Forse supero un certo timore reverenziale perché questa volta mi rivolgo a un mio coetaneo. Ma è anche perché capisco di avere sbagliato, in passato, a non
averlo fatto con gli altri miei parroci. E infine perché comprendo che la
missione che le è stata affidata dal vescovo è molto difficile e che bisogna
veramente impegnarsi a darle una mano.
Dunque, mi è arrivato il libro di Bruno Bonomo, Il quartiere delle Valli - Costruire Roma nel secondo dopoguerra, editore Franco Angeli, 2007, €21,00, che avevo
ordinato su IBS. E’ un testo di
sociologia che racconta di una ricerca sul campo sulla nostra gente e sul
nostro quartiere. Tratta anche della nostra parrocchia.
Ieri ho scritto che le ere di una parrocchia
possono essere distinte in base ai suoi parroci e che da noi se ne possono
distinguere tre: l’era di don Vincenzo,
l’era di don Carlo e la sua che è iniziata da qualche giorno.
Dal punto di vista sociologico ne abbiamo
invece solo due. Una che va dalle origini, negli anni Cinquanta, ad un periodo a
cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta e quella che si è sviluppata
dopo e che è ancora in corso. L’evoluzione riflette la tensione originaria tra
due gruppi sociali che animavano la collettività di quartiere. La svolta si produsse d’autorità, per
decisione dei parroci don Vincenzo e don Carlo e corrispose al clima del tempo
in cui certe decisioni furono prese, nel difficile trapasso dall’era del papa
Montini a quella del papa Wojtyla. I parroci di allora scelsero una via e una
parte della collettività e l’altra gente prese il volo. Lo fecero in buona
fede, intendiamoci, per preservare la vita religiosa da quelle che venivano
ritenute contaminazioni politiche.
Come rileva Bonomo il nostro quartiere ha una
forte identità collettiva, pur apparendo superficialmente uno di quei
quartieri-dormitorio che sono stati costruiti intorno alle grandi città del
centro e nord Italia. E’ una cosa che l’ha sorpreso e che ha tentato di
studiare con metodo sociologico. Scrive, nel paragrafo L’identità di quartiere? (pag.141-145):
“In
conclusione, dunque, la questione dell’identità di quartiere non presta per le
Valli a una definizione univoca. Se da un lato, infatti, l’ubicazione, l’assetto
urbanistico piuttosto convenzionale e la composizione sociale di ceto medio,
combinati alla carenza dei luoghi di incontro e momenti di socialità
collettiva, hanno contribuito a rendere questo un «quartiere del tutto
anonimo»,
cui molti abitanti non sembrano legati da un forte senso di appartenenza, all’altro
esso appare comunque capace di esprimere non trascurabili fermenti identitari,
vivificati da alcune esperienze di aggregazione e partecipazione vissute nel
territorio il cui filo rosso è indubbiamente rappresentato dalle lotte per il
verde illustrate nel prossimo capitolo”.
L’ho scritto: il quartiere Valli ha un’anima
ed essa è quella che ha animato le lotte sociali e politiche per il Pratone e per Via
Val Padana. Non si è trattato però solo di lotte per il verde, perché fin dagli inizi, come ricorda Bonomo, il
Comitato delle Valli, costituito
nel ’74 sulla base di un moto popolare molto sentito si propose di “migliorare la qualità della vita del
quartiere, oggi a livello di dormitorio, affinché ogni cittadino possa
soddisfare le esigenze di crescita e di sviluppo organico della sua personalità”.
Dove si manifestò per la prima volta quest’anima
collettiva? Proprio nella nostra parrocchia, dove il Comitato delle Valli ebbe la
sua prima sede.
Oggi viviamo ai tempi della Laudato si’ e quindi siamo in grado di apprezzare la
valenza religiosa di quei discorsi. Negli anni ’70 era diverso. C’era chi riteneva che in chiesa
si venisse solo “per stare con il
Signore” e che tutto il resto si dovesse fare al di fuori, non in parrocchia.
Si era diffidenti delle novità che venivano alla luce all’epoca sull’onda dei
fermenti post-conciliari. Fatto sta che coloro che animavano queste novità in
parrocchia furono spinti fuori. Ad uscire però fu, a quei tempi, anche l’anima
del quartiere. E diversa gente. Tra essa anche mia madre, che ai tempi di don
Vincenzo faceva la mamma-catechista. Insieme a tre sue amiche fu una delle prime
donne laiche a frequentare i corsi universitari in scienze dell’educazione
presso il vicino Ateneo Salesiano,
oggi Pontificia Università Salesiana.
Erano i tempi del rinnovamento della catechesi e i salesiani erano all’avanguardia.
Mia madre andava molto bene all’università. Ed era faticoso per lei conciliare
i doveri che all’epoca si riteneva dovessero gravare solo sulle casalinghe e
gli impegni di universitaria. Introdusse delle innovazioni a catechismo, in
particolare gli audiovisivi e un diverso modo di spiegare la fede ai bambini. Non
fu apprezzata da don Vincenzo che voleva che continuasse nel solito modo, come
si era fatto da sempre. “Non vorrà fare
una teologia «clementina»?", le disse, intendendo che non c’era ragione di
distinguersi da come ci si era sempre condotti a Roma. Non era apprezzato che
ci si distinguesse per innovazioni. Fatto sta che, con il motivo che a
catechismo con mia madre i bambini facevano troppo chiasso, mia madre finì la
sua esperienza di catechista (nella quale aveva coinvolto diverse altre mamme catechiste) e concluse, allo
stesso tempo, la sua esperienza di universitaria, perché il suo interesse per
gli studi non era solo culturale, era motivato dal suo lavoro di catechista: finito quello finì anche il suo amore per quegli studi. Mi parve uno spreco
enorme, assurdo. Tentai di farle cambiare idee, ma non ci riuscii. La sua
esperienza non fu la sola del genere.
Racconta uno degli intervistati nel libro di
Bonomo:
“Quand’eravamo più grandi, facemmo una
cosa sul sociale, che fu una bella cosa:
un censimento degli invalidi del quartiere. Gli invalidi -ti sto parlando
quindi dei primi abbi Settanta- che erano chiusi in casa, nascosti dalle
famiglie sotto questa campana di vetro, un po’ per vergogna, un po’ perché non
si sapeva ancora cosa far, non c’erano tutte queste associazioni come adesso,
eccetera. E mi ricordo don Vincenzo … proprio alla messa delle undici, quella
topica, dove c’andava tutto il quartier, ci disse proprio che in chiesa si
veniva per pregare, per stare col Signore, eccetera. Quest’altre cose non
facevano parte della chiesa. Ché noi avevamo chiesto delle stanze; una volta
individuati poi gli invalidi, noi volevamo chiedere, cioè abbiamo chiesto, alla
parrocchia un paio di stanze per poter comincia’ a fa’ un progetto su ‘sta
gente. «Adesso
che vediamo che ce stanno, cerchiamo di tirarli fuori da casa» … E ci cacciarono
via: ce cacciarono via dalla parrocchia proprio, perché …Reietti capite?”.
Ma, andando a sentire la gente del quartiere,
quella che è rimasta qui da noi da quei tempi, probabilmente altre storie così
se ne possono sentire.
A cavallo degli anni Settanta e Ottanta si
temette, in Italia, la dispersione del gregge per il clima di sperimentazione
post- conciliare e si impresse una brusca frenata a tutto ciò che si stava
producendo di nuovo. Nella nostra parrocchia essa fu molto sensibile. E’ da allora che il quartiere e la parrocchia
non si vogliono più bene.
In precedenza era stato molto diverso.
Nel libro di Bonomo si ricorda anche la
strepitosa esperienza con i giovani di don Nino Miraldi, viceparroco, che domani commemoreremo in parrocchia insieme a Vincenzo Apicella, suo antico discepolo e attuale vescovo di Velletri, e il passaggio in parrocchia di don Vinicio
Albanesi, tra i fondatori della comunità di Capodarco, che anche lui fu
viceparroco da noi dal ’67 al ’71.
L’era di don Carlo, iniziata nel 1983, fu quella dei neocatecumenali. Questi ultimi erano una delle grandi novità associative seguite al Concilio Vaticano 2°, rese possibili dalle innovazioni giuridiche e
culturali di quel Concilio. Tutti concentrati sul perfezionamento spirituale e
personale nelle loro piccole comunità molto coese, supercorazzate contro il
mondo esterno, non davano problemi "politici". A me, però, apparve come se l’insediamento
dei neocatecumenali fosse una specie di colonizzazione della parrocchia,
missionari che venivano da fuori, gente da fuori, venuti per darci una
raddrizzata. Un’impressione superficiale, certo, ma credo che sia stata quella
di molti nel quartiere. In effetti sappiamo che diversi neocatecumeni, in
particolare alcuni dei loro catechisti, che sono anche, mi pare, dei capi
spirituali, vengono da fuori. Questo accentuò la sensazione di separatezza
della parrocchia dal quartiere, anche per i particolari riti e consuetudini dei
neocatecumenali, che tendono a distinguerli molto dagli altri modi in cui si
può (del tutto legittimamente) essere religiosi e che si cercò di far
assimilare ai parrocchiani come patrimonio comune, senza successo però.
Se si vuole produrre un cambiamento,
ricongiungerci con l’anima del quartiere, il lavoro da fare è però molto più
impegnativo di quello che consiste nel rendere quella neocatecumenale solo una
delle varie opzioni di vita religiosa che si possono fare (legittimamente) in
parrocchia, ricostituendo il pluralismo originario: si tratta infatti di recuperare quella relazione vitale con il
quartiere che si era persa già prima dell’arrivo in parrocchia dei
neocatecumenali.
Oggi noi abbiamo uno strumento formidabile
per farlo: l’enciclica Laudato si’,
ancora troppo poco conosciuta in parrocchia, anche se don Carlo l’ha
ripetutamente offerta in vendita in chiesa e sul sagrato a prezzo politico. Bisogna studiarla meglio e
insegnarla. Farne una sorta di manifesto religioso per riallacciare i rapporti
con il quartiere. Essa infatti è in profonda sintonia con l’anima delle Valli.

