giovedì 24 settembre 2015

Quand'è che il quartiere Valli e la sua parrocchia hanno iniziato a non volersi più bene?

Quand'è che il quartiere Valli e la sua parrocchia hanno iniziato a non volersi più bene?





  Caro don Remo, non mi è mai capitato di rivolgermi a un mio parroco come ora sto facendo con lei su questo blog. Forse supero un certo timore reverenziale perché questa volta mi rivolgo a un mio coetaneo. Ma è anche perché capisco di avere sbagliato, in passato, a non averlo fatto con gli altri miei parroci. E infine perché comprendo che la missione che le è stata affidata dal vescovo è molto difficile e che bisogna veramente impegnarsi a darle una mano.
  Dunque, mi è arrivato il libro  di Bruno Bonomo, Il quartiere delle Valli - Costruire Roma nel secondo dopoguerra,  editore Franco Angeli, 2007, €21,00, che avevo ordinato su IBS.  E’ un testo di sociologia che racconta di una ricerca sul campo sulla nostra gente e sul nostro quartiere. Tratta anche della nostra parrocchia.
 Ieri ho scritto che le ere di una parrocchia possono essere distinte in base ai suoi parroci e che da noi se ne possono distinguere  tre: l’era di don Vincenzo, l’era di don Carlo e la sua che è iniziata da qualche giorno.
 Dal punto di vista sociologico ne abbiamo invece solo due. Una che va dalle origini, negli anni Cinquanta, ad un periodo a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta  e quella che si è sviluppata dopo e che è ancora in corso. L’evoluzione riflette la tensione originaria tra due gruppi sociali che animavano la collettività di quartiere.  La svolta si produsse d’autorità, per decisione dei parroci don Vincenzo e don Carlo e corrispose al clima del tempo in cui certe decisioni furono prese, nel difficile trapasso dall’era del papa Montini a quella del papa Wojtyla. I parroci di allora scelsero una via e una parte della collettività e l’altra gente prese il volo. Lo fecero in buona fede, intendiamoci, per preservare la vita religiosa da quelle che venivano ritenute contaminazioni politiche.
 Come rileva Bonomo il nostro quartiere ha una forte identità collettiva, pur apparendo superficialmente uno di quei quartieri-dormitorio che sono stati costruiti intorno alle grandi città del centro e nord Italia. E’ una cosa che l’ha sorpreso e che ha tentato di studiare con metodo sociologico. Scrive, nel paragrafo L’identità di quartiere? (pag.141-145):
 “In conclusione, dunque, la questione dell’identità di quartiere non presta per le Valli a una definizione univoca. Se da un lato, infatti, l’ubicazione, l’assetto urbanistico piuttosto convenzionale e la composizione sociale di ceto medio, combinati alla carenza dei luoghi di incontro e momenti di socialità collettiva, hanno contribuito a rendere questo un «quartiere del tutto anonimo», cui molti abitanti non sembrano legati da un forte senso di appartenenza, all’altro esso appare comunque capace di esprimere non trascurabili fermenti identitari, vivificati da alcune esperienze di aggregazione e partecipazione vissute nel territorio il cui filo rosso è indubbiamente rappresentato dalle lotte per il verde illustrate nel prossimo capitolo”.
  L’ho scritto: il quartiere Valli ha un’anima ed essa è quella che ha animato le lotte sociali e politiche per il Pratone  e per Via Val Padana. Non si è trattato però solo di lotte per il verde, perché fin dagli inizi, come ricorda Bonomo, il Comitato delle Valli, costituito nel ’74 sulla base di un moto popolare molto sentito si propose di “migliorare la qualità della vita del quartiere, oggi a livello di dormitorio, affinché ogni cittadino possa soddisfare le esigenze di crescita e di sviluppo organico della sua personalità”.   Dove si manifestò per la prima volta quest’anima collettiva? Proprio nella nostra parrocchia, dove il Comitato delle Valli  ebbe la sua prima sede.
  Oggi viviamo ai tempi della Laudato si’  e quindi siamo in grado di apprezzare la valenza religiosa di quei discorsi. Negli anni ’70  era diverso. C’era chi riteneva che in chiesa si venisse solo  “per stare con il Signore” e che tutto il resto si dovesse fare al di fuori, non in parrocchia. Si era diffidenti delle novità che venivano alla luce all’epoca sull’onda dei fermenti post-conciliari. Fatto sta che coloro che animavano queste novità in parrocchia furono spinti fuori. Ad uscire però fu, a quei tempi, anche l’anima del quartiere. E diversa gente. Tra essa anche mia madre, che ai tempi di don Vincenzo faceva la mamma-catechista.  Insieme a tre sue amiche fu una delle prime donne laiche a frequentare i corsi universitari in scienze dell’educazione presso il vicino Ateneo Salesiano, oggi Pontificia Università Salesiana. Erano i tempi del rinnovamento della catechesi e i salesiani erano all’avanguardia. Mia madre andava molto bene all’università. Ed era faticoso per lei conciliare i doveri che all’epoca si riteneva dovessero gravare solo sulle casalinghe e gli impegni di universitaria. Introdusse delle innovazioni a catechismo, in particolare gli audiovisivi e un diverso modo di spiegare la fede ai bambini. Non fu apprezzata da don Vincenzo che voleva che continuasse nel solito modo, come si era fatto da sempre. “Non vorrà fare una teologia «clementina»?",  le disse, intendendo che non c’era ragione di distinguersi da come ci si era sempre condotti a Roma. Non era apprezzato che ci si distinguesse per innovazioni. Fatto sta che, con il motivo che a catechismo con mia madre i bambini facevano troppo chiasso, mia madre finì la sua esperienza di catechista (nella quale aveva coinvolto diverse altre mamme catechiste) e concluse, allo stesso tempo, la sua esperienza di universitaria, perché il suo interesse per gli studi non era solo culturale, era motivato dal suo lavoro di catechista: finito quello finì anche il suo amore per quegli studi. Mi parve uno spreco enorme, assurdo. Tentai di farle cambiare idee, ma non ci riuscii. La sua esperienza non fu la sola del genere.
 Racconta uno degli intervistati nel libro di Bonomo:
“Quand’eravamo più grandi, facemmo una cosa sul sociale, che fu una  bella cosa: un censimento degli invalidi del quartiere. Gli invalidi -ti sto parlando quindi dei primi abbi Settanta- che erano chiusi in casa, nascosti dalle famiglie sotto questa campana di vetro, un po’ per vergogna, un po’ perché non si sapeva ancora cosa far, non c’erano tutte queste associazioni come adesso, eccetera. E mi ricordo don Vincenzo … proprio alla messa delle undici, quella topica, dove c’andava tutto il quartier, ci disse proprio che in chiesa si veniva per pregare, per stare col Signore, eccetera. Quest’altre cose non facevano parte della chiesa. Ché noi avevamo chiesto delle stanze; una volta individuati poi gli invalidi, noi volevamo chiedere, cioè abbiamo chiesto, alla parrocchia un paio di stanze per poter comincia’ a fa’ un progetto su ‘sta gente. «Adesso che vediamo che ce stanno, cerchiamo di tirarli fuori da casa» … E ci cacciarono via: ce cacciarono via dalla parrocchia proprio, perché …Reietti capite?”.
  Ma, andando a sentire la gente del quartiere, quella che è rimasta qui da noi da quei tempi, probabilmente altre storie così se ne possono sentire.
  A cavallo degli anni Settanta e Ottanta si temette, in Italia, la dispersione del gregge per il clima di sperimentazione post- conciliare e si impresse una brusca frenata a tutto ciò che si stava producendo di nuovo. Nella nostra parrocchia essa fu molto sensibile.  E’ da allora che il quartiere e la parrocchia non si vogliono più bene.
 In precedenza era stato molto diverso. 
 Nel libro di Bonomo si ricorda anche la strepitosa esperienza con i giovani di don Nino Miraldi, viceparroco, che domani commemoreremo in parrocchia insieme a Vincenzo Apicella, suo antico discepolo e attuale vescovo di Velletri,  e il passaggio in parrocchia di don Vinicio Albanesi, tra i fondatori della comunità di Capodarco, che anche lui fu viceparroco da noi dal ’67 al ’71.
 L’era di don Carlo, iniziata nel 1983, fu quella dei neocatecumenali. Questi ultimi erano una delle grandi novità associative seguite al Concilio Vaticano 2°, rese possibili dalle innovazioni giuridiche e culturali di quel Concilio. Tutti concentrati sul perfezionamento spirituale e personale nelle loro piccole comunità molto coese, supercorazzate contro il mondo esterno, non davano problemi "politici". A me, però, apparve come se l’insediamento dei neocatecumenali fosse una specie di colonizzazione della parrocchia, missionari che venivano da fuori, gente da fuori, venuti per darci una raddrizzata. Un’impressione superficiale, certo, ma credo che sia stata quella di molti nel quartiere. In effetti sappiamo che diversi neocatecumeni, in particolare alcuni dei loro catechisti, che sono anche, mi pare, dei capi spirituali, vengono da fuori. Questo accentuò la sensazione di separatezza della parrocchia dal quartiere, anche per i particolari riti e consuetudini dei neocatecumenali, che tendono a distinguerli molto dagli altri modi in cui si può (del tutto legittimamente) essere religiosi e che si cercò di far assimilare ai parrocchiani come patrimonio comune, senza successo però.
  Se si vuole produrre un cambiamento, ricongiungerci con l’anima del quartiere, il lavoro da fare è però molto più impegnativo di quello che consiste nel rendere quella neocatecumenale solo una delle varie opzioni di vita religiosa che si possono fare (legittimamente) in parrocchia, ricostituendo il pluralismo originario: si tratta infatti  di recuperare quella relazione vitale con il quartiere che si era persa già prima dell’arrivo in parrocchia dei neocatecumenali.
  Oggi noi abbiamo uno strumento formidabile per farlo: l’enciclica Laudato si’, ancora troppo poco conosciuta in parrocchia, anche se don Carlo l’ha ripetutamente offerta in vendita in chiesa e sul sagrato a prezzo politico. Bisogna studiarla meglio e insegnarla. Farne una sorta di manifesto religioso per riallacciare i rapporti con il quartiere. Essa infatti è in profonda sintonia con l’anima delle Valli.
Mario  Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli