Progettare
tempi nuovi
Ogni collettività ha una sua storia, come
anche ogni persona l’ha. Anticamente le ere della storia delle collettività
politiche prendevano il nome dai loro re e imperatori. E’ una consuetudine che
in qualche modo è ancora osservata nella nostra confessione di fede, che nei
millenni si è costruita un capo-imperatore, scenograficamente ispirandosi alle
corti degli imperatori bizantini. E in
effetti ogni vescovo-padre universale che ci siamo scelti ha molto improntato
di sé la vita delle nostre collettività di fede. In qualche modo avviene anche
nella scala molto più piccola, di quartiere, della parrocchia, soprattutto
quando il prete mandato a presiederla come apostolo rimane più a lungo.
Per comprendere la storia di una parrocchia
bisogna cominciare a distinguere le sue varie fasi, dalla costituzione ai tempi
contemporanei. La nostra parrocchia, sebbene risalga solo al secondo
dopoguerra, al tempo della seconda urbanizzazione della zona di Roma tra Monte
Sacro e Prati Fiscali, comincia ad avere una storia abbastanza lunga, di quasi
sessant’anni. Prendendo come riferimento i suoi parroci, possiamo finora
distinguere tre ere, quella di don Vincenzo Pezzella, dal 1956 al 1983, quella
di don Carlo Quieti, dal 1983 al primo settembre di quest’anno, quella di mons.
Remo Chiavarini, che è quella che stiamo vivendo in questo momento. Più
difficile comprendere la storia della parrocchia considerando noi parrocchiani,
vale a dire i battezzati che abitano nel quartiere o che, comunque, frequentano
la parrocchia per la loro vita religiosa. Ci conosciamo poco, ci parliamo poco.
Tendiamo a chiuderci nei nostri gruppi di tendenza. Questa è una della cose che
si potrebbe pensare di cambiare per progettare un rinnovamento.
Perché rinnovarsi si deve. E’ un lavoro che
ciascuna persona può fare, ed effettivamente fa nella propria vita, ma che, sul
piano individuale ha dei limiti, in particolare dei limiti fisiologici, perché
le persone invecchiano e muoiono. Le collettività invece possono rigenerarsi,
la loro vita prosegue di generazione in generazione, come è anche scritto, almeno fino a quando possono
e riescono effettivamente rigenerarsi, e quando non ci riescono si estinguono
anch’esse. La rigenerazione, come per i singoli esseri umani, comporta dei
cambiamenti, in particolare per adattarsi alle mutate condizioni di vita. Il
rinnovamento è condizione del successo della rigenerazione, esattamente come
accade per le specie biologiche in genere. Il successo della nostra confessione
di fede è dipeso dalla sua grande capacità di comprendere culturalmente i tempi
nuovi, per cui ha potuto ricrearsi, sempre la stessa ma sempre nuova, attraverso
i tempi e le generazioni. Ne possiamo individuare degli elementi di coerenza,
in base ai quali diciamo che è sempre la stessa, e degli elementi di novità,
che sono stati un portato dei tempi. In un certo senso è quindi vero che non
crediamo più come ai tempi delle origini, sebbene la nostra fede sia rimasta la
stessa.
Non dobbiamo temere questo processo di
rinnovamento/rigenerazione, così come non lo temiamo nella nostra vita di
famiglia e in società. Esso è condizione della nostra sopravvivenza come
collettività. Si cambia perché si deve cambiare per sopravvivere e questa è la
vita degli esseri umani. Non c’è ragione, quindi, di avvilirsi, di recriminare,
di dividersi, di drammatizzare e, in particolare, di prendersela con il passato
e con coloro che lo hanno animato. Del passato fa fatta memoria per trarne
degli insegnamenti. Esso non ci deve dominare, questo sì, non dobbiamo pensare
di essere obbligati a ripeterlo all’infinito uguale di generazione in
generazione: questo impedirebbe la rigenerazione. In un certo senso lo possiamo
guardare con affetto e venerazione perché è il passato da cui scaturisce la
nostra stessa cultura, da cui anche noi emergiamo. Ma dobbiamo sentire il
dovere di cambiarlo per rispondere alle sfide di tempi in cui viviamo, che sono
caratterizzati, in particolare ora, da travolgenti novità. Questo cambiamento è
responsabilità nostra e il futuro dipenderà anche dai nostri progetti per il futuro
e da come vorremo cambiare, anche se il futuro della storia umana non è mai del
tutto nelle mani di coloro che vivono nel presente.
L’insediamento del nuovo parroco, di don Remo, che
verrà celebrato solennemente il mese prossimo anche se canonicamente l’era
nuova è iniziata, può essere l’occasioni di fare progetti di rinnovamento. Da
essi può derivare poi spazio per gente nuova e quindi una rigenerazione della
nostra collettività. Dunque viene un nuovo apostolo a presiedere la nostra
collettività, egli in questo momento ci guarda da fuori, come ci vedono quelli
che sono più lontani dalle nostre consuetudini e dal nostro mondo. E’ una
prospettiva che consente uno sguardo più realistico di chi sta dentro da tanto
tempo ed è più abituato ad una visuale da dentro a fuori. Vederci nella nostra
vera realtà: è ciò che ogni giorno tentiamo guardandoci nello specchio. Spesso
si ha un’immagine di sé che non corrisponde a quella che ne hanno gli altri. Le
persone anziane, ad esempio, si vedono più giovani di quello che sono. Non di
rado le collettività si vedono migliori di quello che sono, anche se può
accadere il contrario. Nessun progetto può avere successo se non parte da un’immagine
realistica della condizione di partenze e dell’ambiente circostante.
Si tratterà di un lavoro lungo, quello di
rinnovamento/rigenerazione. Non dobbiamo attenderci risultati a breve o media
scadenza. Le collettività sono come le grandi navi, che hanno bisogno di molto
mare per cambiare direzione. Se si parte, si potranno avvertire cambiamenti
sensibili nel giro di una decina d’anni e tanto più profondo sarà il
cambiamento progettato più tempo ci vorrà. Per costruire una nuova opera
occorre reclutare operai. Già questo è un lavoro non facile. Nel nostro mondo,
chi ha le forze, quelli più giovani, non hanno il tempo, occupato quasi
totalmente da lavoro e famiglia, e quelli che hanno il tempo, i più anziani,
non hanno le forze.
Penso che sarebbe una buona idea riscoprire
la domenica, il giorno festivo per eccellenza, come il tempo della collettività
religiosa, non solo quello di una fugace messa d’obbligo, di precetto come si dice. Tempo per stare insieme, per
conoscerci meglio e per dialogare sul da farsi. Un giorno su sette: non è poco.
Spesso lo si spreca a poltrire fino a tardi.
Riscoprire la domenica mattina, essere popolo dell’alba nei giorni
festivi, non popolo della notte come le consuetudini consumistiche ci spingono
ad essere. Chi ha le forze, i più giovani, devono trovare più tempo per la fede,
e quando trovarlo se non nei giorni festivi? Ma anche i più anziani come me
devono sentirsi impegnati a dismettere certe abitudini letargiche.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli