mercoledì 23 settembre 2015

Progettare tempi nuovi

Progettare tempi nuovi

  Ogni collettività ha una sua storia, come anche ogni persona l’ha. Anticamente le ere della storia delle collettività politiche prendevano il nome dai loro re e imperatori. E’ una consuetudine che in qualche modo è ancora osservata nella nostra confessione di fede, che nei millenni si è costruita un capo-imperatore, scenograficamente ispirandosi alle corti degli  imperatori bizantini. E in effetti ogni vescovo-padre universale che ci siamo scelti ha molto improntato di sé la vita delle nostre collettività di fede. In qualche modo avviene anche nella scala molto più piccola, di quartiere, della parrocchia, soprattutto quando il prete mandato a presiederla come apostolo rimane più a lungo.
 Per comprendere la storia di una parrocchia bisogna cominciare a distinguere le sue varie fasi, dalla costituzione ai tempi contemporanei. La nostra parrocchia, sebbene risalga solo al secondo dopoguerra, al tempo della seconda urbanizzazione della zona di Roma tra Monte Sacro e Prati Fiscali, comincia ad avere una storia abbastanza lunga, di quasi sessant’anni. Prendendo come riferimento i suoi parroci, possiamo finora distinguere tre ere, quella di don Vincenzo Pezzella, dal 1956 al 1983, quella di don Carlo Quieti, dal 1983 al primo settembre di quest’anno, quella di mons. Remo Chiavarini, che è quella che stiamo vivendo in questo momento. Più difficile comprendere la storia della parrocchia considerando noi parrocchiani, vale a dire i battezzati che abitano nel quartiere o che, comunque, frequentano la parrocchia per la loro vita religiosa. Ci conosciamo poco, ci parliamo poco. Tendiamo a chiuderci nei nostri gruppi di tendenza. Questa è una della cose che si potrebbe pensare di cambiare per progettare un rinnovamento.
  Perché rinnovarsi si deve. E’ un lavoro che ciascuna persona può fare, ed effettivamente fa nella propria vita, ma che, sul piano individuale ha dei limiti, in particolare dei limiti fisiologici, perché le persone invecchiano e muoiono. Le collettività invece possono rigenerarsi, la loro vita prosegue di generazione in generazione, come  è anche scritto, almeno fino a quando possono e riescono effettivamente rigenerarsi, e quando non ci riescono si estinguono anch’esse. La rigenerazione, come per i singoli esseri umani, comporta dei cambiamenti, in particolare per adattarsi alle mutate condizioni di vita. Il rinnovamento è condizione del successo della rigenerazione, esattamente come accade per le specie biologiche in genere. Il successo della nostra confessione di fede è dipeso dalla sua grande capacità di comprendere culturalmente i tempi nuovi, per cui ha potuto ricrearsi, sempre la stessa ma sempre nuova, attraverso i tempi e le generazioni. Ne possiamo individuare degli elementi di coerenza, in base ai quali diciamo che è sempre la stessa, e degli elementi di novità, che sono stati un portato dei tempi. In un certo senso è quindi vero che non crediamo più come ai tempi delle origini, sebbene la nostra fede sia rimasta la stessa.
 Non dobbiamo temere questo processo di rinnovamento/rigenerazione, così come non lo temiamo nella nostra vita di famiglia e in società. Esso è condizione della nostra sopravvivenza come collettività. Si cambia perché si deve cambiare per sopravvivere e questa è la vita degli esseri umani. Non c’è ragione, quindi, di avvilirsi, di recriminare, di dividersi, di drammatizzare e, in particolare, di prendersela con il passato e con coloro che lo hanno animato. Del passato fa fatta memoria per trarne degli insegnamenti. Esso non ci deve dominare, questo sì, non dobbiamo pensare di essere obbligati a ripeterlo all’infinito uguale di generazione in generazione: questo impedirebbe la rigenerazione. In un certo senso lo possiamo guardare con affetto e venerazione perché è il passato da cui scaturisce la nostra stessa cultura, da cui anche noi emergiamo. Ma dobbiamo sentire il dovere di cambiarlo per rispondere alle sfide di tempi in cui viviamo, che sono caratterizzati, in particolare ora, da travolgenti novità. Questo cambiamento è responsabilità nostra e il futuro dipenderà anche dai nostri progetti per il futuro e da come vorremo cambiare, anche se il futuro della storia umana non è mai del tutto nelle mani di coloro che vivono nel presente.
   L’insediamento del  nuovo parroco, di don Remo, che verrà celebrato solennemente il mese prossimo anche se canonicamente l’era nuova è iniziata, può essere l’occasioni di fare progetti di rinnovamento. Da essi può derivare poi spazio per gente nuova e quindi una rigenerazione della nostra collettività. Dunque viene un nuovo apostolo a presiedere la nostra collettività, egli in questo momento ci guarda da fuori, come ci vedono quelli che sono più lontani dalle nostre consuetudini e dal nostro mondo. E’ una prospettiva che consente uno sguardo più realistico di chi sta dentro da tanto tempo ed è più abituato ad una visuale da dentro a fuori. Vederci nella nostra vera realtà: è ciò che ogni giorno tentiamo guardandoci nello specchio. Spesso si ha un’immagine di sé che non corrisponde a quella che ne hanno gli altri. Le persone anziane, ad esempio, si vedono più giovani di quello che sono. Non di rado le collettività si vedono migliori di quello che sono, anche se può accadere il contrario. Nessun progetto può avere successo se non parte da un’immagine realistica della condizione di partenze e dell’ambiente circostante.
  Si tratterà di un lavoro lungo, quello di rinnovamento/rigenerazione. Non dobbiamo attenderci risultati a breve o media scadenza. Le collettività sono come le grandi navi, che hanno bisogno di molto mare per cambiare direzione. Se si parte, si potranno avvertire cambiamenti sensibili nel giro di una decina d’anni e tanto più profondo sarà il cambiamento progettato più tempo ci vorrà. Per costruire una nuova opera occorre reclutare operai. Già questo è un lavoro non facile. Nel nostro mondo, chi ha le forze, quelli più giovani, non hanno il tempo, occupato quasi totalmente da lavoro e famiglia, e quelli che hanno il tempo, i più anziani, non hanno le forze.
  Penso che sarebbe una buona idea riscoprire la domenica, il giorno festivo per eccellenza, come il tempo della collettività religiosa, non solo quello di una fugace messa d’obbligo, di precetto  come si dice. Tempo per stare insieme, per conoscerci meglio e per dialogare sul da farsi. Un giorno su sette: non è poco. Spesso lo si spreca a poltrire fino a tardi.  Riscoprire la domenica mattina, essere popolo dell’alba nei giorni festivi, non popolo della notte come le consuetudini consumistiche ci spingono ad essere. Chi ha le forze, i più giovani, devono trovare più tempo per la fede, e quando trovarlo se non nei giorni festivi? Ma anche i più anziani come me devono sentirsi impegnati a dismettere certe abitudini letargiche.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli