martedì 22 settembre 2015

Evangelizzazione e promozione umana

Evangelizzazione e promozione umana

   Dopo il Concilio Vaticano 2° ci fu la consapevolezza che la separazione della vita di fede da quella nel mondo era un male. Non che la nostra collettività religiosa non si fosse interessata delle questioni della società in cui viveva, ma si riteneva che fosse cosa riservata ai suoi capi, alla sua gerarchia, al clero, e in particolare ai capi del clero. Gli altri fedeli erano tenuti nelle stato di gregge, si voleva che seguissero direttive dall’alto, se ne temeva e scoraggiava l’autonomia. Questo pose la nostra confessione religiosa in rotta di collisione con i processi democratici.
  L’aver concepito i rapporti della fede col mondo essenzialmente come cosa di capi religiosi non fece bene a quel tipo di lavoro. Lo si impostò infatti al modo dei diplomatici, come faccenda diplomatica: i nostri capi religiosi ritenevano, e per certi versi ritengono ancora, di esercitare un’autorità simile a quella di uno stato.  In quest’ottica non si ritenne disonorevole arrivare a certi compromessi e sfruttare a pieno le opportunità poste dalle contingenze politiche. Una delle conseguenze più eclatanti di questo modo di vedere e di agire fu il cedimento compromissorio al regime fascista attuato dal Papa all’epoca regnante con i Patti Lateranensi, nel 1929, che a lungo screditarono la nostra gente di fede tra i democratici e ne suscitarono il senso di colpa.
 Nei dieci anni seguiti al Concilio Vaticano 2° si cercò di cambiare direzione e mentalità.
 Un punto di arrivo di questo lavoro può essere visto nel convegno ecclesiale nazionale che si svolse a Roma dal 30 ottobre al 4 novembre del 1976 con il titolo Evangelizzazione e promozione umana.
 La novità della sua impostazione fu di non essere dominato dal clero. Le questioni furono affidate a un dibattito libero e franco a cui parteciparono anche le personalità più significative del laicato di fede. Non si parlò più, quindi, solo l’ecclesialese e si fece emergere, nei discorsi religiosi, la società in cui le nostre collettività vivevano, con i suoi veloci processi di trasformazione e i suoi aspetti positivi e negativi. Fino agli anni Cinquanta la nostra gerarchia era stata più abile a cogliere i secondi.
  Disse il gesuita Bartolomeo Sorge:
“Questa nuova domanda culturale in atto nel paese sta dando i suoi frutti positivi, concreti e visibili, nel cambiamento strutturale in via di realizzazione. Come è apparso positivamente nella relazione del prof. Ardigò, sono certamente da considerare fenomeni di ricomposizione sociale e culturale le nuove forme di partecipazione che nascono in alternativa alle strutture e alle istituzioni liberal-borghesi, ispirate a una concezione prevalentemente privatistica, di categoria e di vertice. Si pensi, per esempio, alle nuove forme di aggregazione, di democrazia di base e d partecipazione nelle città (circoscrizioni, comitati di quartiere, associazioni di consumatori, di inquilini ecc.), nella scuola (diversi organi collegiali o consigli a vari livelli, in applicazione dei “decreti delegati”), nel mondo del lavoro (assemblee, consigli di fabbrica, consigli di zona), nell’amministrazione dello Stato (regioni, unità locali dei servizi assistenziali e sanitari, comprensori e comunità montane ecc.).”
  Una delle idee forti della grande assemblea di saggi svoltasi all’inizio degli anni Sessanta per aggiornare il modo in cui stare insieme in religione  fu che il miglioramento delle condizioni sociali della gente influisse significativamente sull’esito del processo di trasmissione sociale della fede, per cui impegnarsi collettivamente nel primo non era senza significato per il secondo. E che nel lavoro per la promozione sociale avessero un ruolo particolarmente importante i laici di fede. Con la conseguenza che doveva considerarsi una grave mancanza, un errore da correggere, l’estraniarsi dei laici di fede dai processi sociali di promozione sociale.
  Negli ultimi trent’anni nella nostra parrocchia, per ciò che ho potuto constatare, abbiamo vissuto secondo un’altra prospettiva. Quella di far crescere la fede in piccole comunità super-corazzate in difesa dal mondo esterno. Con un crescente e gravissima estraneazione da tutto ciò che c’era intorno. In quest’ottica anche il Concilio Vaticano 2° è stato visto con diffidenza e non di rado come una minaccia, nell’apertura che sollecitava ad un mondo che invece, da noi, veniva considerato come un pericolo per la nostra fede. Infatti non ne sento parlare. Non se ne tratta nella formazione religiosa. Penso che lo si ignori o che, comunque, non lo si conosca e non lo si voglia conoscere come merita di essere conosciuto. Non tanto per aver dato leggi (costituzione, decreti e via dicendo) che vogliono essere obbedite, ma per aver voluto scrivere il grande catechismo dell’era contemporanea, per metterci in grado di agire da collettività di fede, chierici e laici ognuno secondo il proprio ordine, nella società in cui siamo piantati.  E invece noi, non di rado, abbiamo voluto costruirci altri catechismi, che ci hanno spinti a trincerarci contro il mondo intorno a noi, invece di incoraggiarci a capirlo e, capendolo bene, a cambiarlo. Appunto: evangelizzazione  e promozione umana.
 In questo modo abbiamo mancato, molto mancato. Di che cosa siamo stati segno e strumento?  Chiediamocelo.
 I nostri giovani, in particolare, e anche le mie figlie che si sono formate in parrocchia, sono stati privati di tante esperienze, che io e Vincenzo Apicella, vescovo di Velletri che fu ragazzo qui da noi e che verrà a incontrarci venerdì prossimo alle sette di sera, facemmo e che rendono molto bella e coinvolgente la vita in religione, come l'hanno resa effettivamente a noi che le facemmo da giovani, proprio qui nella nostra parrocchia.
  Ecco che allora ci pare che la gente ci si sia disaffezionata,  che quello che le diciamo e proponiamo le scivoli tutto addosso senza produrre effetto, mentre, in realtà,  si è solo abituata a considerarci come quello che abbiamo pervicacemente voluto essere, vale a dire una collettività separata, chiusa, poco permeabile, e anche poco interessata, a ciò che c’è fuori.
 E’ questo che va cambiato, profondamente e radicalmente cambiato, senza possibilità di mezze misure, di accomodamenti, di compromessi.
  Una volta questa, di dover cambiare molto, poteva essere considerata un’idea di sciocchi nostalgici di un tempo che era stato e che non si voleva ritornasse, l’era del Concilio, ora però ce lo chiede il nostro vescovo e padre universale ed è tutta un’altra cosa.

Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.