venerdì 25 settembre 2015

In ricordo di don Nino Miraldi, Articolo di Giovanni Gennari del 1998

 In ricordo di don Nino Miraldi, vice-parroco qui a San Clemente papa tanti anni fa, prete che io conobbi da bimbo e che oggi commemoreremo alle 19, nella chiesa parrocchiale, insieme a Vincenzo Apicella, nostro antico parrocchiano e ora vescovo di Velletri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli



Trascrivo dal WEB:
Quel prete scomodo e i suoi «ragazzi»
di Giovanni Gennari
pubblicato su L’Unità del 31-5-98

Si svolge questa mattina alle 11 Villa Lazzaroni, nella sala della IX Circoscrizione, una manifestazione per ricordare padre Nino Miraldi, scomparso nel 1990 a Nuova Iguaçu, in Brasile, dove da anni - dopo aver lasciato Roma - svolgeva la sua opera di parroco. Padre Miraldi è considerato un anticipatore dei temi del Concilio Vaticano II e anche della cosiddetta «Teologia della liberazione».

  Don Nino Miraldi: ho avuto la fortuna di incontrarlo. E non è uno dei soliti modi di dire. Un prete unico. Prete fino nel midollo e nel cuore, ma con un senso della «laicità» come metodo di analisi lucida, che non cercava mai soluzioni di comodo. Romano, ma con i confini del mondo, e lo ha dimostrato andando a passare gli ultimi 20 anni della sua vita in Brasile.
  Per farmi capire dai lettori dico che don Nino era un incrocio, al meglio, tra don Lorenzo Milani, e padre Ernesto Balducci. Del primo aveva la forza di andare all’essenziale, di non cercare mai altro che cuore e testa, di non voler perdere tempo, di essere esigente con tutti quelli che incontrava come lo era con se stesso, facendosi letteralmente  «mangiare» dagli altri. Del secondo aveva la inesausta capacità di cultura vera, di analisi intellettuale, di provocatorietà sociale e anche religiosa, che gli faceva trascurare ogni tattica, per guardare in grande il futuro della Chiesa, e senza pretese, persino del mondo. Giovane prete - tutti lo chiamavano così: «il Prete» - faceva lavorare noi «ragazzi», già all’inizio degli anni ‘60, sui testi teologici di Rahner e Journet, e su quelli carichi di futuro di Ivan Illich. Il Concilio, allora, doveva ancora venire, ed il ’68 non era in calendario.
 Era scontroso fino a sembrare timido, «il Prete»: per certi aspetti era proprio all’antica. Con le  ragazze e con le donne era sempre scostante, e nella parrocchia della Natività, fucina di tanto rinnovamento conciliare ante litteram, loro - le ragazze - ne soffrivano, e protestavano anche, perché avvertivano la preziosità del suo influsso sui ragazzi... Faceva il prete: sacramenti e catechesi, teologia e risveglio delle coscienze, preghiera vissuta e insegnata, e stimoli sociali forti.  
  Dicevano che era «rosso». Allora era molto scomodo. Lasciava dire, perché era interessato alla grande politica, non ai partiti come tali. Ma sapeva distinguere bene chi stava con la gente per servirla e chi faceva finta di starci per servirsene. Certi democristiani di potere, e i «nostalgici» di dittature autarchiche non lo potevano sopportare, ricambiati. Ma diffidava anche dei falsi proletari...
  Con i Superiori ecclesiastici era un libro aperto, ma scomodo. Rifiutò più volte la proposta fattagli di insegnamenti teologici universitari. Voleva stare con i giovani e con la gente, anche se  sconcertava di continuo. Aveva in corpo come una fretta, di amare, di liberare le teste e i cuori, che non gli consentiva di sedersi su nessuna poltrona, o cattedra che fosse.
A metà degli anni ‘60 cominciò a pensare di partire, e andò in Brasile.
 La dittatura militare era al suo massimo, un numero sterminato di poveri aveva bisogno di pane e di libertà. Lui annunciava Cristo e insegnava dignità e diritti. Era scappato da Roma, e trovò laggiù il suo popolo definitivo,gli ultimi, come da noi non si possono neppure immaginare. Lo hanno «mangiato» vivo, loro, succhiandogli tutte le energie, e lui è stato felice - con l’autocoscienza ironica e severa che non perdeva mai - di farsi mangiare.
  È stato scomodo anche lì: a generali e poliziotti, a preti comodi e vescovi di palazzo. È morto tra la sua gente nel 1990. Al suo funerale, ha scritto un vescovo di lì, così strano da essere davvero un suo amico, c’era una folla di ultimi che lo piangevano, ma erano grati a Dio ed a lui...
 Critico e fedele, ma senza illusioni: «Solo Dio sa il valore del lavoro che tentiamo di fare. Solo Dio, perché non si vede niente... Altri semina, e altri raccoglie. Io vorrei conoscere uno che raccoglie... Comunque ci penseranno gli angioli nell’ultimo giorno... Grande mistero la Chiesa. Il fatto è che la si deve amare concreta, non idealizzata. Fatto questo, si regge».   È il brano di una lettera del 1970.
  A proposito, di lui hanno stampato un piccolo libro: «Lettere dal Brasile» Ed. Cipax, Roma  [disponibile in commercio, ora pubblicato da EDB, nota mia]. È un vero gioiello. Servirà a chi l’ha conosciuto per volergli più bene, ora che lui è vicino a Cristo. A chi non l’ha conosciuto potrà essere utile per capire di più il segreto di 2000 anni di Chiesa, ed il fascino di chi imita sul serio l’originale: vale anche per chi non ha la fede. Lui un provocatore lo è stato sempre... E negli scritti non si smentisce certo.
Giovanni Gennari
(Teologo e giornalista)