In
ricordo di don Nino Miraldi, vice-parroco qui a San Clemente papa tanti anni
fa, prete che io conobbi da bimbo e che oggi commemoreremo alle 19, nella
chiesa parrocchiale, insieme a Vincenzo Apicella, nostro antico parrocchiano e
ora vescovo di Velletri.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
Trascrivo dal WEB:
Quel prete scomodo
e i suoi «ragazzi»
di Giovanni Gennari
pubblicato su L’Unità del 31-5-98
Si svolge questa
mattina alle 11 Villa Lazzaroni, nella sala della IX Circoscrizione, una
manifestazione per ricordare padre Nino Miraldi, scomparso nel 1990 a Nuova
Iguaçu, in Brasile, dove da anni - dopo aver lasciato Roma - svolgeva la sua
opera di parroco. Padre Miraldi è considerato un anticipatore dei temi del
Concilio Vaticano II e anche della cosiddetta «Teologia della liberazione».
Don Nino Miraldi: ho avuto la fortuna di
incontrarlo. E non è uno dei soliti modi di dire. Un prete unico. Prete fino
nel midollo e nel cuore, ma con un senso della «laicità» come metodo di analisi
lucida, che non cercava mai soluzioni di comodo. Romano, ma con i confini del
mondo, e lo ha dimostrato andando a passare gli ultimi 20 anni della sua vita
in Brasile.
Per farmi capire dai lettori
dico che don Nino era un incrocio, al meglio, tra don Lorenzo Milani, e padre
Ernesto Balducci. Del primo aveva la forza di andare all’essenziale, di non
cercare mai altro che cuore e testa, di non voler perdere tempo, di essere
esigente con tutti quelli che incontrava come lo era con se stesso, facendosi
letteralmente «mangiare» dagli altri.
Del secondo aveva la inesausta capacità di cultura vera, di analisi
intellettuale, di provocatorietà sociale e anche religiosa, che gli faceva
trascurare ogni tattica, per guardare in grande il futuro della Chiesa, e senza
pretese, persino del mondo. Giovane prete - tutti lo chiamavano così: «il Prete» - faceva
lavorare noi «ragazzi», già all’inizio degli anni ‘60, sui testi teologici di
Rahner e Journet, e su quelli carichi di futuro di Ivan Illich. Il Concilio,
allora, doveva ancora venire, ed il ’68 non era in calendario.
Era scontroso fino a sembrare
timido, «il Prete»: per certi aspetti era proprio all’antica. Con le ragazze e con le donne era sempre scostante,
e nella parrocchia della Natività, fucina di tanto rinnovamento conciliare ante
litteram, loro - le ragazze - ne soffrivano, e protestavano anche, perché
avvertivano la preziosità del suo influsso sui ragazzi... Faceva il prete:
sacramenti e catechesi, teologia e risveglio delle coscienze, preghiera vissuta
e insegnata, e stimoli sociali forti.
Dicevano che era «rosso». Allora
era molto scomodo. Lasciava dire, perché era interessato alla grande politica,
non ai partiti come tali. Ma sapeva distinguere bene chi stava con la gente per
servirla e chi faceva finta di starci per servirsene. Certi democristiani di
potere, e i «nostalgici» di dittature autarchiche non lo potevano sopportare,
ricambiati. Ma diffidava anche dei falsi proletari...
Con i Superiori ecclesiastici
era un libro aperto, ma scomodo. Rifiutò più volte la proposta fattagli di
insegnamenti teologici universitari. Voleva stare con i giovani e con la gente,
anche se sconcertava di continuo. Aveva
in corpo come una fretta, di amare, di liberare le teste e i cuori, che non gli
consentiva di sedersi su nessuna poltrona, o cattedra che fosse.
A metà degli anni
‘60 cominciò a pensare di partire, e andò in Brasile.
La dittatura militare era al suo
massimo, un numero sterminato di poveri aveva bisogno di pane e di libertà. Lui
annunciava Cristo e insegnava dignità e diritti. Era scappato da Roma, e trovò
laggiù il suo popolo definitivo,gli ultimi, come da noi non si possono
neppure immaginare. Lo hanno «mangiato» vivo, loro, succhiandogli tutte le
energie, e lui è stato felice - con l’autocoscienza ironica e severa che non
perdeva mai - di farsi mangiare.
È stato scomodo anche lì: a
generali e poliziotti, a preti comodi e vescovi di palazzo. È morto tra la sua
gente nel 1990. Al suo funerale, ha scritto un vescovo di lì, così strano da
essere davvero un suo amico, c’era una folla di ultimi che lo piangevano, ma
erano grati a Dio ed a lui...
Critico e fedele, ma senza
illusioni: «Solo Dio sa il valore del lavoro che tentiamo di fare. Solo Dio,
perché non si vede niente... Altri semina, e altri raccoglie. Io vorrei
conoscere uno che raccoglie... Comunque ci penseranno gli angioli nell’ultimo
giorno... Grande mistero la Chiesa. Il fatto è che la si deve amare concreta,
non idealizzata. Fatto questo, si regge».
È il brano di una lettera del 1970.
A proposito, di lui hanno
stampato un piccolo libro: «Lettere dal Brasile» Ed. Cipax, Roma [disponibile in commercio, ora pubblicato da EDB, nota mia]. È un vero
gioiello. Servirà a chi l’ha conosciuto per volergli più bene, ora che lui è
vicino a Cristo. A chi non l’ha conosciuto potrà essere utile per capire di più
il segreto di 2000 anni di Chiesa, ed il fascino di chi imita sul serio
l’originale: vale anche per chi non ha la fede. Lui un provocatore lo è stato
sempre... E negli scritti non si smentisce certo.
Giovanni Gennari
(Teologo e giornalista)
