Prevenire il
dispotismo comunitario
Ai tempi nostri si dà più importanza di una volta all’aspetto comunitario
della fede e, nello stesso tempo, si chiede ai fedeli un maggior coinvolgimento
nelle collettività religiose. Non solo quindi si impara a vivere la religione
insieme agli altri, ma si è spinti a sentirsi responsabili di come lo si fa.
In passato è stato molto diverso. I fedeli laici, in particolare, non potevano
occuparsi delle dimensioni collettive della fede, dovevano solo fare quello che
si diceva loro da parte della gerarchia. Dai più la fede era vissuta
prevalentemente all’interno della propria interiorità e gli
apostoli/legislatori, che componevano la gerarchia del clero, dicevano alla gente
che cosa fare e che cosa pensare in religione. L’organizzazione collettiva
della religiosità era strutturata come uno stato, una società perfetta si
diceva, e più precisamente come un impero religioso, in cui ai fedeli laici
competeva il ruolo di sudditi. Il principio liberale “Libera Chiesa in libero Stato” è stato inteso in ambito clericale come una
sorta di condominio tra due potenze pariordinate, in particolare tra due Regni.
L’art.7 della nostra Costituzione, da molti ritenuto un capolavoro politico che
consentì nel secondo dopoguerra la pace religiosa necessaria per lo sviluppo di
una democrazia avanzata, si muove in questa prospettiva, dei due ordinamenti sovrani, quello religioso e quello
civile. L’oggetto di questo condominio sovrano
è il popolo, la gente. Tuttavia c’è una tensione tra lo “Stato” menzionato
in quella norma e la “Repubblica”
di cui si parla nell’art.1 e in altri
articoli nel medesimo documento normativo. La Repubblica infatti non è più il Regno che stipulò, come
Stato, i Patti Lateranensi con il Pontefice regnante nel 1929, mentre la Chiesa
ancora lo è. I Regni dominano su dei sudditi, le Repubbliche sono fatte, formate
in tutti i sensi, da dei cittadini. La
Repubblica italiana è uno Stato in via di profonda trasformazione, e in fondo
anche la Chiesa sta trasformandosi, con un processo che è
storicamente parallelo al primo.
Lo sviluppo delle concezioni democratiche ha
molto cambiato il modo di intendere lo stato e sta cambiando anche quello in
cui si intende la Chiesa.
La Costituzione italiana entrata in vigore nel 1948 si propose di fare
dello stato una Repubblica di lavoratori, quindi un sistema politico basato
sull’effettiva partecipazione dei cittadini, in condizione di eguale dignità
sociale, al’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Questo
processo dovrebbe riflettersi anche sull’assetto di poteri previsto dall’art. 7
della Costituzione, che ai tempi nostri appare obsoleto. La profonda differenza
la fanno la condizione dei cittadini e il modo in cui partecipano alla
Repubblica e alla Chiesa.
Nelle democrazie occidentali contemporanee uno
dei problemi più seri è costituito dal come evitare il dispotismo delle
maggioranze. Le democrazie quindi si sono date un complesso di diritti
fondamentali, con rilevanza giuridica, per contrastarlo. In democrazia ogni
potere deve essere limitato. E ci sono materie sottratte al dominio delle
maggioranze politiche. Lo sono, ad esempio, quelle relative all’uguaglianza in
dignità delle persone e alla laicità dello stato. Il diritto serve appunto a
impedire che i gruppi più forti, più numerosi, prevarichino indebitamente le
minoranze nei diritti che loro competono.
Un problema analogo si ha nelle collettività
religiose, aggravato dal fatto che in esse i processi democratici sono poco
praticati, considerati con molta diffidenza, spesso solo tollerati, e mal tollerati.
In religione la democrazia non avrebbe
diritto di cittadinanza, come si sente dire non di rado. Questo è un grave
errore, perché limita la possibilità di coesistenza pacifica tra diverse
concezioni religiose e diversi modi di vivere la fede.
Le collettività religiose sono sempre esposte
al pericolo del dispotismo comunitario, aggravato dal fatto che i loro capi
spesso rivendicano il ruolo di apostoli/legislatori, mediatori del sacro, delle
potenze celesti. Ogni fedele dovrebbe sentirsi quindi personalmente coinvolto
nel lavoro di revisione e controllo dei
modi collettivi di vivere la fede. Per svolgerlo, però, occorre una
sufficiente consapevolezza dei processi storici che ci hanno portati ad essere
ciò che siamo, in religione. Non basta conoscere la storia sacra. Ma la
formazione religiosa di base si occupa essenzialmente di quella, e spesso non
riesce nemmeno ad essere completa in questo.
Quando, ad esempio, ricordiamo il detto
evangelico che ci esorta a “dare a Cesare
quel che è di Cesare”, di solito lo si interpreta come una conferma del
condominio tra Stato e Chiesa di cui dicevo, per cui ci sarebbero due entità
sovrane a cui uno dovrebbe pagare i rispettivi tributi. Ma alcuni lo intendono
in modo più profondo. Quell’esortazione ci spinge a fare i conti con il potere,
sia nello Stato che nella Chiesa. “Cesare” rappresenta ogni specie di
gerarca. C’è un limite a ciò che può chiederci, papa, vescovo, prete, diacono,
catechista, capo di ordine, associazione o movimento e via dicendo, che egli
sia. Ci sono infatti principi che devono essere seguiti sulla base di un
orientamento spirituale, sul quale nessun “cesare”
ha diritto di rivendicare il dominio assoluto. Questo è alla base della libertà
della gente di fede.
Ogni potere sugli altri, sia politico che religioso, ne limita la libertà,
ma non può giungere addirittura a sopprimerla o a coartarla oltre una certa
misura. Questa è democrazia, ma è anche la nostra fede religiosa, perché
essa è ancora concepita come via di
libertà. Infatti pensiamo che essa ci
faccia liberi. In religione però, senza contrappesi, si può giungere a
pretendere di signoreggiare l’interiorità delle persone, con l’intento di
decostruirle e di ricostruirle di nuovo secondo certi modelli. Dove finisce, in
questo modo, la libertà della persona di fede? Senza più uno spazio di
interiorità personale, irraggiungibile da qualsiasi potere, ciò che chiamiamo coscienza e che pensiamo essere il luogo
dell’incontro con il soprannaturale, non vi è libertà, non vi è dignità, non vi
è uno spazio personale, non vi è più una persona.
Alla ripresa delle attività parrocchiali dopo la pausa di agosto, con l’arrivo
del nuovo parroco, potremmo dedicare un po’ di attenzione agli argomenti che ho
trattato. Dobbiamo costruire nuovi spazi in cui accogliere gente di fuori. Come
vogliamo procedere? Siamo disposti a rispettare la libertà delle nuove persone
con cui vogliamo entrare in contatto? O vogliamo presentarci loro come
apostoli/legislatori, proponendo un “prendere o lasciare”, “o così o fuori?”.
E’ in gioco, è chiaro, la concezione di Chiesa che si vuole impersonare.
In parrocchia ce ne sono diverse, alcune potenzialmente in rotta di collisione
se assolutizzate. Dobbiamo lavorare per renderle complementari, in modo che si
completino a vicenda in ciò in cui sono carenti, senza pretendere di sopprimere
le altre. Bisogna, allora, convenire su certi principi fondamentali da porre a
base della coesistenza pacifica nelle collettività religiose, secondo il
costume delle democrazie avanzate di oggi. Dove troviamo, in religione, una
raccolta di quei principi, la nostra Costituzione? Ma noi abbiamo tutto già
pronto! Non dobbiamo travagliarci a cercare chissà che cosa! Abbiamo i
documenti del Concilio Vaticano 2°, che sono, insieme la nostra Costituzione
religiosa e il vero Catechismo dei tempi nuovi che stiamo vivendo.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.