martedì 15 settembre 2015

Prevenire il dispotismo comunitario

Prevenire il dispotismo comunitario

   Ai tempi nostri si dà più importanza di una volta all’aspetto comunitario della fede e, nello stesso tempo, si chiede ai fedeli un maggior coinvolgimento nelle collettività religiose. Non solo quindi si impara a vivere la religione insieme agli altri, ma si è spinti a sentirsi responsabili di come lo si fa. In passato è stato molto diverso. I fedeli laici, in particolare, non potevano occuparsi delle dimensioni collettive della fede, dovevano solo fare quello che si diceva loro da parte della gerarchia. Dai più la fede era vissuta prevalentemente all’interno della propria interiorità e gli apostoli/legislatori, che componevano la gerarchia del clero, dicevano alla gente che cosa fare e che cosa pensare in religione. L’organizzazione collettiva della religiosità era strutturata come uno stato, una società perfetta si diceva, e più precisamente come un impero religioso, in cui ai fedeli laici competeva il ruolo di sudditi. Il principio liberale “Libera Chiesa in libero Stato”   è stato inteso in ambito clericale come una sorta di condominio tra due potenze pariordinate, in particolare tra due Regni. L’art.7 della nostra Costituzione, da molti ritenuto un capolavoro politico che consentì nel secondo dopoguerra la pace religiosa necessaria per lo sviluppo di una democrazia avanzata, si muove in questa prospettiva, dei due ordinamenti sovrani, quello religioso e quello civile. L’oggetto di questo condominio sovrano è il popolo, la gente. Tuttavia c’è una tensione tra lo “Stato” menzionato in  quella norma e la “Repubblica” di  cui si parla nell’art.1 e in altri articoli nel medesimo documento normativo. La Repubblica infatti non è più il Regno che stipulò, come Stato, i Patti Lateranensi con il Pontefice regnante nel 1929, mentre la Chiesa ancora lo è. I Regni dominano su dei sudditi, le Repubbliche sono fatte,  formate  in tutti i sensi, da dei cittadini. La Repubblica italiana è uno Stato in via di profonda trasformazione, e in fondo anche la Chiesa sta trasformandosi, con un processo che è storicamente parallelo al primo.
 Lo sviluppo delle concezioni democratiche ha molto cambiato il modo di intendere lo stato e sta cambiando anche quello in cui si intende la Chiesa.
  La Costituzione italiana entrata in vigore nel 1948 si propose di fare dello stato una Repubblica di lavoratori, quindi un sistema politico basato sull’effettiva partecipazione dei cittadini, in condizione di eguale dignità sociale, al’organizzazione politica, economica e sociale del Paese. Questo processo dovrebbe riflettersi anche sull’assetto di poteri previsto dall’art. 7 della Costituzione, che ai tempi nostri appare obsoleto. La profonda differenza la fanno la condizione dei cittadini e il modo in cui partecipano alla Repubblica e alla Chiesa.
 Nelle democrazie occidentali contemporanee uno dei problemi più seri è costituito dal come evitare il dispotismo delle maggioranze. Le democrazie quindi si sono date un complesso di diritti fondamentali, con rilevanza giuridica, per contrastarlo. In democrazia ogni potere deve essere limitato. E ci sono materie sottratte al dominio delle maggioranze politiche. Lo sono, ad esempio, quelle relative all’uguaglianza in dignità delle persone e alla laicità dello stato. Il diritto serve appunto a impedire che i gruppi più forti, più numerosi, prevarichino indebitamente le minoranze nei diritti che loro competono.
 Un problema analogo si ha nelle collettività religiose, aggravato dal fatto che in esse i processi democratici sono poco praticati, considerati con molta diffidenza, spesso solo tollerati, e mal tollerati.  In religione la democrazia non avrebbe diritto di cittadinanza, come si sente dire non di rado. Questo è un grave errore, perché limita la possibilità di coesistenza pacifica tra diverse concezioni religiose e diversi modi di vivere la fede.
 Le collettività religiose sono sempre esposte al pericolo del dispotismo comunitario, aggravato dal fatto che i loro capi spesso rivendicano il ruolo di apostoli/legislatori, mediatori del sacro, delle potenze celesti. Ogni fedele dovrebbe sentirsi quindi personalmente coinvolto nel lavoro di revisione e controllo dei  modi collettivi di vivere la fede. Per svolgerlo, però, occorre una sufficiente consapevolezza dei processi storici che ci hanno portati ad essere ciò che siamo, in religione. Non basta conoscere la storia sacra. Ma la formazione religiosa di base si occupa essenzialmente di quella, e spesso non riesce nemmeno ad essere completa in questo.
 Quando, ad esempio, ricordiamo il detto evangelico che ci esorta a “dare a Cesare quel che è di Cesare”, di solito lo si interpreta come una conferma del condominio tra Stato e Chiesa di cui dicevo, per cui ci sarebbero due entità sovrane a cui uno dovrebbe pagare i rispettivi tributi. Ma alcuni lo intendono in modo più profondo. Quell’esortazione ci spinge a fare i conti con il potere, sia  nello Stato che nella Chiesa. “Cesare” rappresenta ogni specie di gerarca. C’è un limite a ciò che può chiederci, papa, vescovo, prete, diacono, catechista, capo di ordine, associazione o movimento e via dicendo, che egli sia. Ci sono infatti principi che devono essere seguiti sulla base di un orientamento spirituale, sul quale nessun “cesare” ha diritto di rivendicare il dominio assoluto. Questo è alla base della libertà della gente di fede.
  Ogni potere sugli altri, sia politico che religioso, ne limita la libertà, ma non può giungere addirittura a sopprimerla o a coartarla oltre una certa misura. Questa è democrazia, ma è anche la nostra fede religiosa, perché essa  è ancora concepita come via di libertà.  Infatti pensiamo che essa ci faccia liberi. In religione però, senza contrappesi, si può giungere a pretendere di signoreggiare l’interiorità delle persone, con l’intento di decostruirle e di ricostruirle di nuovo secondo certi modelli. Dove finisce, in questo modo, la libertà della persona di fede? Senza più uno spazio di interiorità personale, irraggiungibile da qualsiasi potere, ciò che chiamiamo coscienza e che pensiamo essere il luogo dell’incontro con il soprannaturale, non vi è libertà, non vi è dignità, non vi è uno spazio personale, non vi è più una persona.
  Alla ripresa delle attività parrocchiali dopo la pausa di agosto, con l’arrivo del nuovo parroco, potremmo dedicare un po’ di attenzione agli argomenti che ho trattato. Dobbiamo costruire nuovi spazi in cui accogliere gente di fuori. Come vogliamo procedere? Siamo disposti a rispettare la libertà delle nuove persone con cui vogliamo entrare in contatto? O vogliamo presentarci loro come apostoli/legislatori, proponendo un “prendere o lasciare”, “o così o fuori?”.
  E’ in gioco, è chiaro, la concezione di Chiesa che si vuole impersonare. In parrocchia ce ne sono diverse, alcune potenzialmente in rotta di collisione se assolutizzate. Dobbiamo lavorare per renderle complementari, in modo che si completino a vicenda in ciò in cui sono carenti, senza pretendere di sopprimere le altre. Bisogna, allora, convenire su certi principi fondamentali da porre a base della coesistenza pacifica nelle collettività religiose, secondo il costume delle democrazie avanzate di oggi. Dove troviamo, in religione, una raccolta di quei principi, la nostra Costituzione? Ma noi abbiamo tutto già pronto! Non dobbiamo travagliarci a cercare chissà che cosa! Abbiamo i documenti del Concilio Vaticano 2°, che sono, insieme la nostra Costituzione religiosa e il vero Catechismo dei tempi nuovi che stiamo vivendo.
 Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli.