L’invisibile, i non
luoghi e l’umanizzazione delle città
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| Un'opera di G. Dorè, illustrazione della Divina Commedia. L'invisibile è ancora tra noi? |
Una ricerca demoscopica sulla religiosità degli italiani, pubblicata nel
2011 dal sociologo Franco Garelli, ha segnalato che una larga maggioranza degli italiani chiedono
alla gerarchia cattolica un orientamento morale, quindi una fermezza sui
principi, anche se poi nelle loro questioni personali non se ne sentono
vincolati in assoluto. E i nostri vescovi hanno in genere risposto a queste
attese. C’è insomma nella gente l’esigenza di una religione civile che fornisca le basi della convivenza umana
negli spazi di libertà, in ciò che non è vietato dalle leggi dello stato.
La medesima ricerca segnala che il processo di secolarizzazione, di
disincanto sulle dinamiche naturali e sociali, quando insomma si cerca di
indagare sulle cause verificabili di ciò che accade e non si mette di mezzo il
soprannaturale, è meno avanzato di ciò che si crede. La gente, quindi, chiede
alla religione non solo delle regole morali, ma anche una spiritualità.
I due aspetti, quello delle regole e quello
della spiritualità, sono legati: infatti le regole religiose sono credibili in
quanto sono collegate a una spiritualità e quindi a un certo collegamento con l’invisibile
soprannaturale.
Nel libro “Angeli e uomini” di Catherine
Chalier (edizioni Giuntina, 2009), discepola del filosofo Levinas, che sto da
tempo leggendo, si parla anche di questo.
“…l’invisibile in società con noi
è sorgente di una vita orientata da un senso che non può darsi da solo e che permette di resistere al
dominio incontrastato di una temporalità
privata di un ancoraggio nell’eternità, di una temporalità che non medita
abbastanza il senso e l’importanza del ritrarsi e del segreto.” (pag.187).
Gli esseri umani sono per natura portati alla
spiritualità, a percepire l’invisibile e a convincersene. E’ esperienza di
tutti noi e addirittura, in religione, un dogma.
L’invisibile però rimane invisibile. Spesso in religione ce ne
scordiamo. Occorrono dei mediatori perché prenda dimora tra noi.
L’invisibile non riguarda solo la materia religiosa.
Una condizione spirituale trasfigura i luoghi
delle città in cui trascorriamo la nostra vita. I sociologi osservano che ci
sono dei luoghi non-luoghi: come le
stazioni ferroviarie, gli aeroporti, certe grandissime, smisurate, piazze
urbane. Lì si passa e non ci si conosce: ci si incontra con superficialità e
raramente, dopo essersi incontrati, ci si rivede di nuovo. Se invece pensiamo
alle strade e piazze di certi piccoli paesi italiani, come quelle di Bolsena
dove sono stato questa estate, si vede che tutto è molto diverso. Si esce di
casa, ma è come se si stesse ancora dentro casa. Tra paesani ci si conosce bene
e a fondo. E’ come se si vivesse in un’unica famiglia. Si conosce ogni pietra,
ogni particolare architettonico del contesto urbano. La città sembra avere un
volto umano. Dal punto di vista materiale, non c’è distinzione tra luoghi e
non-luoghi: sono costruiti con i medesimi pietra, cemento, ferro e via dicendo.
E’ la condizione spirituale che li cambia. L’invisibile permea certi luoghi e
sembra assente dai non-luoghi. La sapienza architettonica riesce a dare un’anima
a certe strutture urbane che, essendo destinate ad accogliere moltitudini,
sembrerebbero destinate a diventare non-luoghi: è il caso, ad esempio, di
piazza San Pietro, qui a Roma.
A ben vedere, però, ciò che fa di un non-luogo un luogo è il come lo si
abita insieme. E’ quindi una questione che riguarda le collettività.
I saggi del Concilio dell’inizio degli anni ’60 ebbero ben chiara la
questione e ci ragionarono e scrissero
sopra. La morale, la teologia, la religione in genere, sono strettamente legate
al modo in cui si vive insieme. Precedentemente la si pensava un po’
diversamente, anche se, a ben vedere, c’era una continuità nelle questioni
fondamentali. La religione veniva vista scendere dal cielo a regolare le
questioni umane per mezzo di apostoli/legislatori. Il compito dei fedeli era di
conformarvisi. Il tramite tra l’invisibile e le collettività erano gli
apostoli/legislatori. Essi erano personalità vicarie: facevano le veci, qui nel nostro mondo, delle potenze soprannaturali. Nella
concezione dell’ultimo Concilio, la mediazione, il collegamento, tra
soprannaturale e mondo coinvolge invece tutta la gente, riunita in collettività
fra loro amorevolmente legate. Ecco dunque una maggiore attenzione che ai tempi
nostri si ha nel formare religiosamente le collettività e, soprattutto, nello
spingere le persone a vivere la religione come fatto collettivo.
Questo
nuovo modo di concepire i fatti religiosi ci ha costretti a fare i conti con la
storia e, in particolare, con l’evoluzione delle concezioni religiose.
Ragionando sulle collettività dei fedeli che si sono succedute dalle origini,
ne abbiamo compreso e accettato i molti cambiamenti e abbiamo visto che ad essi
sono corrisposti cambiamenti anche nel modo di intendere la religione. In un certo senso si è trattato di una
conquista culturale, ancora in corso per la verità, analoga a quella che ci ha
portati dalle concezioni astronomiche dell’antichità a quelle contemporanee. Questo processo è stato piuttosto evidente nelle scienze
bibliche, nelle quali, per intendere meglio il senso delle scritture sacre, si
è cominciato a indagare le tradizioni dalle quali avevano avuto verosimilmente
origine, legate a collettività di credenti con certe caratteristiche,
linguistiche e di cultura in senso lato, come modo di intendere ed esprimere i
fatti della vita.
Fino a che punto una religione è legata alle
collettività dei credenti? In altre parole, fino a che punto una religione può
essere modificata da quelle collettività rimanendo la stessa?
Il processo di secolarizzazione è stato
vissuto fin dalle origini come una minaccia alla nostra fede. Per lungo tempo si è tentato di contrastarlo
facendo ricorso all’autorità degli apostoli/legislatori. Una manifestazione
eclatante di questo orientamento si è avuta nel 1870, durante il Concilio
Vaticano 1°, tenuto in una Roma sul procinto di venir invasa dalle truppe del
Regno d’Italia, assediata quindi culturalmente e militarmente, con l’affermazione del dogma
dell’infallibilità papale.
Da dopo l’ultimo Concilio si è invece preferita la via della riforma
delle collettività dei fedeli: se il modo in cui si è religiosi dipende da come
si sta insieme in religione, allora formando meglio la gente a vivere
collettivamente la religione è possibile creare argini più solidi al processo
di secolarizzazione. In Italia questa strategia si è espressa, grosso modo, in tre
modalità.
La prima è quella seguita dall’Azione
Cattolica fin dal dopo Concilio, in particolare dalla presidenza di Vittorio
Bachelet: quella della scelta religiosa,
che significa insistere molto sulla formazione personale, non solo religiosa,
ma anche propriamente intellettuale e sociale, dei fedeli, in modo da metterli
in grado di svolgere meglio in società il lavoro di rendere ragione della propria fede, ma anche di poter partecipare,
nel nuovo contesto delle democrazie avanzate occidentali, alla costruzione
delle società civili. Nel linguaggio teologico dei saggi dell’ultimo Concilio quest’ultimo
impegno viene definito come “ordinare secondo Dio le cose temporali” (si
leggano in proposito, in particolare la Costituzione Lumen Gentium - Luce per le genti e il decreto Apostolicam Actuositatem - L’Apostolato
[dei laici], del Concilio Vaticano 2°).
La seconda modalità è quella seguita dal movimento Comunione e
Liberazione: quella di costituire nella società una presenza collettiva, forte e
di massa, della gente della nostra fede,
recuperando, innovandoli, elementi della nostra tradizione, recepibili in società
per imitazione, prima di qualsiasi mediazione culturale, prima di qualsiasi
riflessione. In questa visione, che non esclude naturalmente l’approfondimento
culturale, è importante ritrovarsi intorno a certi modi di vivere la fede che
sono stati caratteristici della storia delle nostre collettività di fede. Dalla
vita insieme secondo quelle tradizioni antiche scaturiscono poi le convinzioni
religiose. La formazione individuale alla fede si fa all’interno di una
collettività, assimilando per contatto vitale ciò che poi si apprenderà nel
processo di approfondimento culturale, al modo in cui ciò avviene nel processo
di crescita individuale dal bambino all’adulto.
La terza modalità è quella seguita dal Cammino Neocatecumenale: essa si basa su
piccoli cenacoli di fedeli che, guidati da catechisti con autorità di
apostoli/legislatori, progrediscono in una forma di vita fortemente improntata
alla fede religiosa. Mentre nella via di Comunione
e Liberazione l’elemento attivo del processo è costituito dall’inserimento
di una massa di fedeli radunata intorno a certe tradizioni,
la via del Cammino Neocatecumentale si basa sull’inserimento in piccole tribù religiose caratterizzate dall’impegno
a una fortissima solidarietà personale che, finché una persona rimane all’interno
di esse, sorregge nel processo individuale di cambiamento secondo ideali
religiosi. Si sfrutta, in questa strategia, la forza della dinamica dei piccoli
gruppi, che, come ben noto a psicologi e sociologi, è particolarmente efficace
nella creazione di senso, tanto che la si utilizza anche a fini terapeutici.
Vi sono, certamente, altre esperienze sociali con valenza religiosa, ma
quelle tre di cui ho trattato sono accomunate da una specificità: tutte e tre mirano a influire su come la Chiesa è
e si manifesta, sono quindi espressione di intenti di riforma ecclesiale. Sono, di conseguenza, anche espressione di tre diversi modelli di Chiesa, non in tutto componibili, in parte alternativi, confliggenti, in tensione tra loro. E ciò anche se ci si sforza di renderle complementari, componibili in una superiore unità amorevole. Esse, insieme a tutte le altre forme di religiosità
collettive correnti nelle nostre società, cercano di mediare collettivamente l’invisibile
nel mondo di oggi e, nella misura in cui vi riescono, danno un senso e una speranza
alla vita delle persone.
Scrive la Chalier, nel libro che ho citato:
“Si tratterà poi di chiedersi se ha ancora un suo posto in una società
secolarizzata ma minacciata ogni giorno di più dalle più brutali e deliranti
contraffazioni ideologiche delle spirito una lettura teofanica del mondo che si
effonde invisibilmente nei Libri a condizione di rispondervi con la
testimonianza di una vita illuminata da quello stesso spirito. Il che non vuol
mai dire con certezze e dogmi intimidatori, ma con una speranza incommensurabile a ogni ragione di sperare” (pag.187).
Un altro modo di vedere il medesimo aspetto sociale della fede è quello
proposto nelle sue opere, a partire dagli scorsi anni ’70, da mio zio sociologo
Achille Ardigò. Secondo questa prospettiva il senso, ed anche quello della
fede, scaturisce dagli infiniti mondi
vitali in cui le persone sono inserite, quindi da esperienze collettive di
relazioni forti, a partire da quelle della famiglia. La sfida della
secolarizzazione può essere affrontata ricostituendo e rivitalizzando questi
mondi vitali.
Concludo osservando che, nell’affrontare la
questione di come mantenere l’invisibile a portata delle persone nelle società
secolarizzate di oggi, occorre avere coscienza che il processo di
secolarizzazione è irreversibile, ciò che non mi pare sia sempre chiaro a tutti.
Scrive ancora la Chalier (pag. 188):
“Il supporre che, opponendo un rifiuto ai valori del secolo e alle
vicissitudini del mondo si possa far ritorno a un passato non contaminato dal
loro relativismo e dalla loro opposizione nei confronti delle tradizioni morali
e religiose, a un passato rimasto indenne malgrado l’influenza dei nuovi modi
di pensare e di vivere, si scontra con l’ineluttabile
irreversibilità del tempo. Malgrado la loro intensità, la nostalgia o le
decisioni militanti e intolleranti, a volte guerriere, non permettono di risalire il corso della storia, non possono
cancellare, in modo puro e semplice, l’entrata nel secolo e celebrare l’incontro
con un passato direttamente governato dalle tradizioni religiose”.
In qualunque modo si cerchi di creare, ricreare o restaurare e rivitalizzare mondi vitali che manifestino
nelle società contemporanee l’invisibile che occorre per umanizzare le città,
per farne dei luoghi umani invece che
non-luoghi, e per dare un senso alle vite degli esseri umani, occorre prendere
coscienza che la via reazionaria è una illusione, non porterà quindi a
risultati utili, come dimostrato, al di là della propaganda ecclesiastica, da
tutta la storia bimillenaria delle nostre collettività di fede. Siamo molto
cambiati dalle origini ed è proprio
questa capacità di cambiare, reagendo positivamente alle sfide dei tempi, che ci ha
consentito di far giungere fino ad oggi, dalle ere dei papiri e delle pergamene
e dei cavalli e cavalieri a quelle dell’informatica digitale e delle nostre
macchine volanti, le antiche nostre tradizioni religiose.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San
Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli
