Il coraggio di cambiare. La tentazione delle due parrocchie in una.
Nella nostra parrocchia ci parliamo poco al di là dei piccoli mondi in cui viviamo confinati. Quindi mi è possibile solo cercare di intuire ciò che sta succedendo in questi giorni.
Posso immaginare che l'avvicendamento tra parroci, che è in corso dal primo settembre tra don Carlo e don Remo, non sia del tutto indolore. È per questo che non è stato ancora annunciato alla comunità?
La parrocchia, nell'arco di più di trent'anni, è stata come assorbita nell'organizzazione neocatecumenale. Ora che si pensa ad una svolta che richiede di separare chirurgicamente le strutture parrocchiali da quelle di quel movimento, c'è il problema di che fare con tutte le persone che hanno impegnato la propria vita tra i nostri neocatecumenali e fanno riferimento a San Clemente papa, a volte non abitando nemmeno nel quartiere. Esse hanno bisogno di preti "dedicati", iniziati al rito neocatecumenale. Come svolgere altrimenti le loro particolari liturgie? Si tratta, penso, di un gruppo consistente, di centocinquanta, forse duecento persone, fatto anche di intere famiglie, e famiglie numerose. La tentazione, allora, può essere quella di costruire la nuova era parrocchiale dividendo la parrocchia in due: la parrocchia neocatecumenale, con preti propri e un parroco proprio, al modo delle diocesi particolari costruite su un movimento come quella concessa all'organizzazione dell'Opus Dei, e un'altra parrocchia per tutti gli altri, guidata dal nuovo parroco che ci è stato inviato dal vescovo.
Sembrerebbe una via equa. Ma non è quella giusta.
Innanzi tutto non è quella che ci è stata indicata dal vescovo. Ma non è solo questione di disciplina gerarchica.
Quella sarebbe in definitiva la via seguita a Gerusalemme per mantenere una certa coesistenza tra fedi che si odiano: la via del mantenimento dello stato in cui si è, impedendo a ciascuno dei contendenti di mangiarsi tutto. E Gerusalemme, "città della pace" secondo ciò che significa il suo nome in ebraico, è ancora travagliata da un odio senza fine.
È così che vogliamo diventare?
Poi c'è la questione principale: la separatezza della parrocchia dal quartiere. Non si tratta solo di definire un regolamento di condominio tra i neocatecumenali e gli altri. Ci preoccupiamo dei duecento neocatecumenali della parrocchia, che ci sembrano un gruppo numeroso, ma pensiamo ancora alle decine di migliaia di persone che vivono in zona Valli e che sono fuori della parrocchia, nel senso che, pur essendo battezzate, non la considerano più casa propria? È questo il problema drammatico davanti a cui ci troviamo. Le strategie neocatecumenali per raggiungerle sono fallite. Bisogna sperimentarne altre, ma per farlo dobbiamo innanzi tutto essere diversi.
Dobbiamo cominciare a lavorare collettivamente come parrocchia al di là di tutte le sigle, i cammini, le ideologie settoriali, dietro i quali ci siamo trincerati. Deve essere la parrocchia a crescere, non i movimenti che l'abitano. Dobbiamo fare spazio agli altri nella parrocchia, non nei movimenti che ne sono diventati un po' dei condomini. Dobbiamo costruire strutture parrocchiali in cui accogliere gli altri di fuori senza far loro subire il vaglio, la selezione di un qualche movimento. Altrimenti è come quando, da ragazzi, si giocava a pallone e si facevano le squadre. I "capitani" cominciavano con lo scegliersi i migliori e, via via, si passava ai peggiori. Alla fine c'era chi rimaneva escluso. I brocchi. Io ero sempre tra questi. Un'esperienza umiliante. Arriviamo a capire che negli anni passati molti del quartiere l'hanno subita?
Bisogna avere il coraggio di cambiare, lo dico ai nostri vescovi e a don Remo, che giunge tra noi proprio con la missione di aiutarci a cambiare. Di intervenire chirurgicamente dove occorre. Un compito molto difficile per un prete da solo. Lo comprendo bene e vorrei capire come fare per aiutare nel cambiamento. La missione del prete è già molto difficile nel mondo di oggi, ma quella di un parroco può esserlo molto di più. Deve suscitare collettività amorevoli in ambienti talvolta molto refrattari. E San Clemente in fondo lo è. Non ci amiamo, diffidiamo gli uni degli altri, non ci parliamo e quando arriviamo a farlo, ad esempio nel Consiglio pastorale, qualche volta le cose non vanno tanto lisce.
Dobbiamo cambiare. Lo dobbiamo alla gente del quartiere, nel quale siamo piantati come segno e strumento di fede. Ma, in fondo, non lo siamo veramente, finché rimaniamo come siamo ora.
Bisogna deporre le armi. Cessare le occupazioni esclusive di spazi parrocchiali. Aprire ogni porta dietro la quale ci si è barricati. Saper superare ogni frontiera che indebitamente abbiamo creato tra noi e tra noi e la gente di fuori. Creare luoghi di incontro senza bandiere particolari che non siano quelle della parrocchia. Bisogna avere la forza di tagliare ciò che incrementa lo scandalo della divisione.
E dobbiamo riprendere a fare cultura: che significa parlare con le collettività che ci circondano, incontrare la gente con la mediazione della parola. Avvicinarsi e parlare, per conoscersi realmente: si inizia così a costruire una collettività.
Un'idea: mettiamo a norma il teatrino parrocchiale, in modo da poterlo utilizzare per incontrare la gente del quartiere. E poi reclutiamo volenterosi del quartiere che possano tenere aggiornato il sito WEB della parrocchia. Creiamo gruppi di contatto per i diversi ambienti sociali della parrocchia. Facciamo delle assemblee parrocchiali.
Mario Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente Papa - Roma, Monte Sacro, Valli