Il
popolo della parrocchia: gente di dentro e gente di fuori
E’ arrivato fra noi il nuovo parroco, don
Remo. In questi giorni probabilmente sta cercando di rendersi conto della gente
a cui è stato mandato. Incontrerà coloro che sono più assidui nella vita
parrocchiale e girerà il quartiere. Il popolo della parrocchia è fatto di gente
che frequenta le attività parrocchiali, ma anche di gente che non le frequenta, quindi di gente di dentro e gente di fuori. La missione affidata a don Remo dal vescovo è
di rendere più permeabile la parrocchia, per mettere in contatto la gente di
dentro e la gente di fuori. L’idea è che quelli di dentro escano a incontrare
la gente di fuori e che poi la gente di fuori venga dentro, senza trovare
ostacoli.
Com’è la gente di dentro? E’ presto detto, don
Remo. Ci sono vari gruppi di anziani prossimi ai sessant'anni o ultrasessantenni: alcuni gruppi di spiritualità e preghiera, un certo numero di persone impegnate in attività caritative e di assistenza sociale, i signori del gruppo anziani e la nostra Azione Cattolica (la presenza di persone più giovani è
largamente minoritaria anche in AC). Poi c’è il blocco piuttosto numeroso delle
comunità neocatecumenali, nelle quali c’è molta gente più giovane. Esse
assorbono molte delle forze dei sacerdoti della parrocchia. Tra i
neocatecumenali ci sono molte famiglie con molti figli. L’ideologia
neocatecumenale prevede infatti un particolare impegno nella generazione di
prole. I neocatecumenali fanno corpo a sé, sono molto coesi, sono legati a una
particolare disciplina interna e seguono
una spiritualità e una liturgia particolari. Hanno messe loro e occasioni di
incontro proprie, alle quali gli altri, i non iniziati, non sono ammessi. Per
quel che so, non tutti i neocatecumenali della parrocchia vivono nel quartiere.
C’è stata quindi una immigrazione da altri quartieri, per seguire il rito
neocatecumenale. Probabilmente, a fronte
di questa immigrazione, c’è stata una emigrazione di battezzati presso altre
parrocchie vicine: ne può essere considerato un indice l’impressionante calo
dei bambini affidati alla parrocchia per la catechesi di primo livello, per la
preparazione alla Prima Comunione.
Quindi, per quanto riguarda gli
infrasessantenni, attorno alle comunità neocatecumenali c’è il vuoto o quasi. Questa
situazione rispecchia quella del quartiere? In altre parole, il quartiere è
neocatecumenale? A me pare di capire di no. La spiritualità neocatecumenale,
nonostante una volenterosa attività missionaria che viene svolta con molto
impegno durante l’anno, segnalata dall’esposizione davanti alla chiesa
parrocchiale del grande drappo di invito alle catechesi con l’annuncio "Dio ti ama” e dall’affissione di manifesti sui muri del quartiere con analogo
appello, non mi pare abbia fatto breccia nel quartiere. Credo che gli amici
neocatecumenali se ne siano resi conto. E’ la gente del quartiere che è cattiva
o sono i metodi con cui la si accosta che non vanno bene?
Guardando le cose dall’esterno, da non
iniziato, mi pare che le comunità neocatecumenali richiedano un intenso impegno
dei sacerdoti, anzi una loro particolare integrazione nella spiritualità e
liturgie neocatecumenali. Come faranno i sacerdoti della parrocchia, don Remo,
a raggiungere anche coloro che, come me, non se la sentono proprio di farsi
iniziare a quel Cammino? La giornata di un sacerdote è fatta di ventiquattro
ore come quelle di tutti gli altri, e ci sono tante cose inderogabili da fare,
visite ad ammalati, funerali, confessioni e via dicendo.
Per uno
che, come me, proviene dalla tradizione dell’Azione Cattolica, scuola di
libertà e democrazia, luogo di impegno per l’attuazione dell’ultimo Concilio
ecumenico, l’ideologia neocatecumenale presenta diversi aspetti critici. Penso
che, a parte questo, la via neocatecumenale non sia per tutti e questo per vari
motivi, che divengono piuttosto evidenti quando ci si confronta con gli amici
neocatecumenali. Non sto a dilungarmi su questo, sono cose risapute. Niente di
drammatico. E’ come per gli ordini religiosi. Ci sono diversi ordini religiosi,
ma uno non è obbligato, per essere un buon fedele, a farsene adepto. Per essere un buon fedele è obbligatorio farsi
neocatecumenale? Spero di non essere mai posto dinanzi all’alternativa secca “o
neocatecumenale o fuori”.
Il
problema è che, nella nostra parrocchia, quella neocatecumenale è stata, per un tempo veramente molto lungo, praticamente
l’unica via proposta per la catechesi di secondo livello, per la Cresima, per
quella per il matrimonio e per quella permanente, degli adulti. Ciò ha portato alla situazione attuale.
Ma c’è
un’ulteriore questione. Nell’ideologia neocatecumenale, per come l’ho potuta
conoscere da esterno, la catechesi è tutto. Il Cammino proposto dai neocatecumenali è organizzato intorno a
catechesi e catechisti (che in realtà diventano qualcosa di più di catechisti,
qualcosa che si avvicina al ruolo di un direttore spirituale). Ma l’impegno
religioso del laico nella società in cui vive non si può, non si deve, limitare
a questo, a fare e seguire una catechesi. C’è molto altro. I laici di fede devono pensare e
realizzare, in piena autonomia e responsabilità, un modello di società secondo le idealità religiose, ma agendo
insieme a tutta l'altra gente di buona volontà, anche non credente o credente in altre fedi, che anima la nostra democrazia. L’impegno
nella società, nella politica, nelle professioni è centrale nella vita dei
laici di fede, è il campo specificamente loro proprio. Esso richiede una formazione
che in parrocchia non si fa. Non la si fa in nessun settore della catechesi, in
particolare in quella di secondo livello e in quella per gli adulti. A volte ho
l’impressione che la società fuori della parrocchia, anzi meglio, fuori delle
comunità neocatecumenali, sia vista come irrimediabilmente dannata. Se ne
vedono solo gli aspetti negativi, che realmente vi sono ma insieme a molti
altri positivi. In realtà mi pare che se ne diffidi perché non la si conosce, e
anzi non la si vuole conoscere. Non la si vuole conoscere perché la si teme. Si
teme di esserne contaminati. E allora si tirano fuori certe fobie dell’antico
ebraismo e si immagina di non vivere ai tempi nostri ma in tempi molto, molto
più antichi, addirittura precedenti alla nostra fede, all’epoca del contrasto
tra l’ellenismo e l’antico ebraismo. Eppure fu proprio il contesto ellenistico
a favorire la straordinaria espansione universale della nostra fede tra coloro
che, nella prospettiva ebraica, venivano considerati i gentili. Insomma, troviamo tante ragioni per chiuderci agli altri,
ma ve ne sarebbero molte altre per aprirci. Occorre l’antico metodo della
mediazione culturale, che è molto
praticato in Azione Cattolica. Esso richiede un’impegnativa formazione e un
tirocinio, che però da noi non si fanno. E’ su questo che bisognerebbe lavorare,
innanzi tutto reclutando gente nuova che a questo lavoro possa appassionarsi. E’ tra la gente di
fuori che la potremo trovare.
Mario
Ardigò - Azione Cattolica in San Clemente papa - Roma, Monte Sacro, Valli